Mother!, la recensione di Matteo Strukul

Mother!, la recensione di Matteo Strukul

Mother! Di Darren Aronofsky è la grande delusione di #Venezia74. La recensione di Matteo Strukul direttamente dalla Mostra del Cinema di Venezia.

Una mazzata del genere non me l’aspettavo perché Mother! di Darren Aronofsky era forse il film più atteso e perché lui, regista di due capolavori come The Wrestler e The Black Swan, poteva essere l’uomo di #Venezia74, tanto più che il cast del film era da paura: Jennifer Lawrence, Javier Bardem, Ed Harris e Michelle Pfeiffer, roba da capogiro insomma.

E invece? E invece niente. Una delusione. Un dolore grande per chi, come me, venera il regista americano. Al punto che dopo due ore di film non ci volevo credere nel sentire la sala che si riempiva di fischi e… e il brutto era che sentivo di voler fischiare anch’io.

Ma procediamo con ordine.

Anzitutto, Aronofsky ha confessato di aver scritto questo film in cinque giorni, parole sue, scandite durante la conferenza stampa. Poi, non è lui lo sceneggiatore di The Wrestler e The Black Swan ma sono Robert D. Siegel per il primo e Andrés Heinz, Mark Heymane e John J. McLaughlin per il secondo. E questo avrebbe dovuto farmi riflettere.

Il punto è che l’inizio del film spacca. C’è una casa al centro di un campo di grano. Jennifer Lawrence che vive in compagnia del marito (Javier Bardem) poeta di successo in pieno blocco creativo. E poiché la casa di lui è stata completamente distrutta da un incendio, lei la sta ricostruendo pezzo dopo pezzo, con determinazione e concretezza.

Un idillio che pare però spezzarsi con l’arrivo di due sconosciuti – Ed Harris e Michelle Pfeiffer – che un po’ alla volta rompono l’armonia, insinuano strani pensieri, disturbano la coppia con il loro modo di fare via via sempre più invadente e irrispettoso.

Dopo di loro arriveranno i figli dei due invasori e, per via di un litigio a causa dell’eredità, uno dei due ucciderà l’altro. Da qui in avanti il film comincia a perdere completamente di senso. La famiglia celebra il funerale del figlio perduto nella casa. Il poeta amerà sua moglie dandole un figlio e completerà un nuovo libro di poesie che porterà nella casa uno stuolo di critici e giornalisti pronti a celebrarne la gloria. Ma mano a mano che la storia prosegue, questa serie di invasori sempre più numerosa profanerà gradualmente lo spazio sacro edificato dalla madre, interpretata da Jennifer Lawrence.

Assisteremo quindi a scene di devastazione di massa della casa, a guerre con spargimenti di sangue, a folle di fan del Poeta che trasformano la sua popolarità in culto, in una follia di efferatezze sempre più parossistiche e deliranti che sembrano, ahimè, denunciare meglio di mille parole l’incapacità di Aronofsky di chiudere la storia.

Oppure, se la volontà era, come lui dice, di mettere in scena un’allegoria che attraverso la casa-terra racconti la profanazione del pianeta operata dall’uomo con guerre, razzismo, religione e violenza, e al contempo raccontare la generosità dell’animo femminile in contrapposizione all’egoismo dell’uomo, ebbene la narrazione è di tale goffaggine trash, di un’elementarità così superficiale e bidimensionale da risultare scoraggiante.

Alcuni hanno perfino provato a chiamare in causa Rosemary’s Baby di Roman Polansky. Per carità, lasciamo stare.

In una cosa però il regista eccelle: crea una situazione talmente irritante, nevrotica, scioccante da trascinare lo spettatore in un sabba di follia, in grado di regalargli sensazioni profondamente disturbanti e questo, comunque lo si voglia mettere, è un fatto innegabile.

Il risultato è che alla fine della proiezione tutti ma proprio tutti non hanno fatto che parlare di questo film, cercando di fornirne chiavi di lettura, interpretazioni, giustificazioni. Resta, secondo me, la sensazione di un’occasione gettata alle ortiche per autentica approssimazione narrativa ed è un peccato perché, è indubbio, il film contiene alcune sequenze visionarie assolutamente affascinanti, un ritmo e un senso di inquietudine davvero profondi.

Purtroppo, tutto questo non basta a Darren per essere all’altezza dei suoi capolavori.

Un film brutto, quindi, quasi osceno, ma capace di scuotere lo spettatore, nel bene e nel male, e non è cosa da poco. Ora, speriamo che Aronofsky torni ad affidarsi a bravi sceneggiatori. Il talento registico è mostruoso, innegabile, pazzesco ma senza una trama vera… anche le migliori intenzioni non possono che condurre al naufragio.

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