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Mucho Mojo

Mucho Mojo, secondo episodio del ciclo di avventure di Hap e Leonard, nero “agro-dolce” dai marcati toni western.

Titolo: Mucho MojoMucho Mojo
Autore: Joe R. Lansdale
Editore: Einaudi
PP: 281
Prezzo: 13,00 euro

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Notti d’inferno per gli spacciatori dell’east side, il misero quartiere nero della cittadina di La Borde, Texas: da quando il vecchio Chester Pine, agguerrito ma anziano abitante della zona, ha tirato le cuoia, lasciando in eredità la sua casa al manesco e irascibile nipote Leonard, sembra che pusher e clienti saranno costretti a trasferirsi.

Per fortuna (degli spacciatori s’intende), a distogliere l’attenzione del nuovo vicino e del suo inseparabile amico Hap Collins dai loschi traffici del vicinato ci si mette un mistero coi fiocchi: il ritrovamento, sotto le travi marce del pavimento della casa di zio Chester, di una cassa contenente lo scheletro di un bambino e una serie di riviste pedo-pornografiche.

La scoperta costringe l’incredulo Leonard ad indagare per discolpare il caro estinto, al punto che il periodo di tranquillo lavoro manuale “in proprio”, che i due protagonisti avevano deciso di regalarsi per restaurare la cadente villetta si trasforma, sotto i loro occhi, nella solita incredibile e pericolosa avventura…

Secondo episodio del ciclo di avventure di Hap e Leonard (composto, nell’ordine, dai romanzi Una stagione selvaggia, Mucho Mojo, Il mambo degli orsi, Bad Chili, Rumbe Tumble, Capitani Oltraggiosi e Sotto un cielo cremisi) Mucho Mojo, nero “agro-dolce” dai marcati toni western (non a caso si apre con l’arrivo in città di due “stranieri” decisi a vedersela con le bande locali…), possiede tutti i caratteri che hanno fatto di Joe R. Lansdale uno degli indiscussi protagonisti della nuova narrativa di genere a livello mondiale.

Il che in breve significa: ritmo perfetto, personaggi credibili, intreccio ben congegnato, linguaggio colorito, inarrivabile precisione descrittiva, dialoghi pungenti, e il solito meraviglioso filtro dell’ironia che permette all’autore di smontare la realtà nelle sue miserie morali (dal razzismo all’infedeltà, dalla pedofilia all’ovvio dissidio legge/giustizia passando attraverso la fragilità dei rapporti parentali) restando col sorriso sulle labbra, e di rifilare all’impotente lettore una sferzata di “buoni sentimenti” nel senso migliore del termine.

Da un punto di vista strettamente narrativo, l’autore si serve di caratteri, situazioni e meccanismi già noti. Il ritrovamento di oggetti sepolti che apre la strada alla riscoperta di un passato tragico che segna e minaccia anche il presente (La sottile linea scura), il ruolo giocato dagli anziani nello scioglimento dell’intreccio (una galleria di “senex” junghiani dovrebbe percorrere tutta l’opera di Lansdale: l’irrinunciabilità degli anziani come guide e detentori della memoria storica è uno dei punti fermi sovrastrutturali dei lavori dello scrittore texano; esemplari, da questo punto di vista, L’ultima caccia, In fondo alla palude, Echi perduti , La sottile linea scura e La lunga strada della vendetta…), la rottura della lucida crosta della società che porta alla luce la malvagità, la corruzione di un individuo apparentemente integrato (anzi, spesso posto in posizioni chiave all’interno della comunità), infine la ricostruzione dei fatti traumatici come genesi dei moventi psicologici (Atto d’amore, Il lato oscuro dell’anima) ecc.

D’altra parte, la loro inedita combinazione convince e incanta (sembra, fino a lettura ultimata, e finché non si comincia a razionalizzare, di trovarsi di fronte a “cose” del tutto nuove) e il romanzo – non a caso uno dei più amati dai lettori di Lansdale – è semplicemente perfetto.

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