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Mud, la recensione

Mud è un racconto di formazione che riporta sul grande schermo il respiro del cinema classico. Tra amori, fughe e sentimenti contrastanti.

C’è qualcosa di magico in Mud, film recentemente distribuito nelle sale italiane (era stato presentato a Cannes nel 2012), sfruttando l’onda lunga del successo planetario di Matthew McConaughey.

La pellicola, diretta da quel Jeff Nichols che già ci aveva entusiasmato con il sorprendente Take shelter, racconta la storia di Ellis e Neckbone, due quattordicenni che scoprono, su un’isoletta situata nel fiume Mississippi, un motoscafo misteriosamente finito (forse a causa di un’alluvione) sulla cima di un albero.

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La barca, però, è in realtà il nascondiglio di un enigmatico personaggio, Mud (McConaughey), fuorilegge datosi alla fuga dopo aver commesso un omicidio per amore della bella e inaffidabile Juniper (Reese Witherspoon), con il quale i due adolescenti stringono amicizia.

Il film si rivela sin dall’inizio una classica storia di formazione, che non può che richiamare alla memoria i capolavori di Mark Twain: Ellis e Neckbone novelli Tom ed Huck alle prese con una vicenda intricata, che segnerà inesorabilmente il loro passaggio all’età adulta.

Nichols, che oltre alla regia, firma un’efficacissima sceneggiatura originale, ci regala un racconto fluido, a tratti lento, quasi volesse seguire il ritmo del grande fiume spesso al centro della scena. La tensione, però, è sempre palpabile, soprattutto grazie al personaggio di Ellis, la cui instabilità famigliare e le prime goffe esperienze con l’amore diventano, nella parte centrale, fulcro della narrazione.

Certo, in una pellicola imperniata sui personaggi, è il cast a fare la differenza. Anzitutto i giovanissimi Tye Sheridan (Ellis) e Jacob Lofland (Neckbone), talenti assolutamente fuori dal comune, quindi Sam Shepard (Tom), ex marine amico e padre putativo di Mud, sino ad arrivare ai pezzi da novanta: Reese Witherspoon, a suo agio nel ruolo dell’eterna indecisa, e McConaughey, ancora una volta maiuscolo.

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Mud, che per Ellis rappresenta un esempio da imitare, assurge a eroe solitario e romantico, un sognatore testardo ed ingenuo caduto in disgrazia per una donna che non trova (o non vuole trovare) la forza per essergli fedele. Un figlio del grande fiume che, in un finale fortemente allegorico, cercherà salvezza e redenzione tuffandosi disperatamente in quelle acque in continuo movimento. Un moto perpetuo, proprio come l’amore, che non può essere arrestato nonostante tutte le brutture e le delusioni della vita.

Nichols, autore di assoluta prospettiva, ci dimostra che ancora oggi una buona sceneggiatura è il miglior effetto speciale che si possa desiderare. Ed è una lezione che ad Hollywood dovrebbero tenere bene a mente.

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