Nella mia mente, 32 e Ultracorpo: tre corti noir

Michele Pastrello è un giovane regista indipendente veneto. Ha al suo attivo tre cortometraggi (molto apprezzati dalla critica cinematografica), due dei quali premiati. L’ultimo, Ultracorpo, è ancora in fase di promozione.

Nonostante i budget irrisori di cui dispone, Pastrello sfrutta la potente carica metaforica del genere horror e la utilizza come chiave di lettura, lucida e spietata, dei disagi dell’uomo contemporaneo. I protagonisti dei suoi film sono legati da un fil rouge, uniti da una sorte comune che li conduce dritti dritti verso la classica brutta fine. Le loro menti, oramai contaminate dalle fobie, perdono ogni contatto con la realtà; non possono fare altro che premere il pulsante dell’interruttore del cervello e posizionarlo su OFF.

Nella mia mente (In my mind), anno 2005, è il suo primo cortometraggio, vincitore del PesarHorrorFilmFest nel 2006 e selezionato al noto PiFan (Puchon International Fantastic Film Festival). L’introduzione spetta alla frase dello scrittore russo Aksadov: “Il senso artistico, non sostenuto da un forte e rigoroso senso morale, è uno dei maggiori pericoli per l’anima dell’uomo, perché può trovare la bellezza anche nell’avvenimento più feroce e volgare”.

In fase di realizzazione, come ha affermato l’autore stesso (che pare non amare particolarmente il suo primo film, considerandolo un autotest), l’attenzione si è focalizzata in prevalenza sulla cura degli aspetti tecnici. Tuttavia, il crescere della tensione crea un senso di inquietudine che cattura da subito lo spettatore. La protagonista, Elena (Angela Picin), è in auto con un ragazzo, Oscar (Tobia Linetto), e viene turbata dalla presenza di una figura che si muove all’esterno e che sembra spiarli. Atterrita, fa ritorno a casa; ma sarà tra le mura domestiche che, inaspettatamente, l’incubo prenderà forma e vita. La propria abitazione, luogo che per antonomasia viene associato al senso di protezione, diventa invece il palcoscenico destinato all’allucinante mise en scène delle angosce di Elena.

32 (2008) indica la lunghezza in chilometri del passante di Mestre. Il film ha vinto il ToHorrorFest nel 2009 ed è stato presentato come evento speciale al Courmayeur Noir in Festival nel 2008. La fotografia è di Mirco Sgarzi e il tema musicale di Pastrello stesso.
32 è un noir ecologico che, tramite la metafora dello stupro, fa riflettere sul problema dello sfruttamento selvaggio del nostro territorio (veneto, e non solo). Una ragazza (Eleonora Bolla) fugge attraverso i campi già distrutti dalla costruzione del passante (siamo a Scorzè). E’ inseguita da un uomo in giacca e cravatta (Enrico Caro): l’individuo la blocca e la violenta. La donna riesce a fuggire e torna a casa, sconvolta. Non può però liberarsi dal ricordo dell’accaduto, dall’idea che la presenza dell’uomo si manifesti all’interno delle mura domestiche.

Il regista si muove in un contesto simbolico che rende fisico, umanizzato lo scontro tra progresso e natura: eppure anche in 32, come Nella mia mente, va in scena la discesa nel baratro della protagonista, che sprofonda nella paranoia, non riuscendo più a distinguere la realtà dalle proiezioni create dalla sua mente, oramai contaminata. Una caduta libera, senza via di ritorno. E proprio da questa intrusione cercherà di difendersi disperatamente Umberto in Ultracorpo, l’ultimo corto di Pastrello.

 

Ispirandosi a L’invasione degli ultracorpi di Don Siegel, Ultracorpo (2010) mostra come le ossessioni, presenti in ogni società, si insinuino nella mente di un uomo e la corrodano, giorno dopo giorno: fino all’esplosione finale, in cui il protagonista non è più in grado di tenere sotto controllo il suo malessere, le sue pulsioni.

Lo scontro tra normale e diverso, in questo caso, si svolge tra l’eterosessuale (l’umano) e l’omosessuale (l’alieno). Attraverso lo sguardo di Umberto (Diego Pagotto), viviamo il suo incontro con un gay: l’ambiguità dell’omosessuale (Felice C. Ferrara) lo infastidisce (e contemporaneamente lo attrae). Per eseguire una riparazione idraulica, Umberto si reca nell’appartamento del frocio (come lo definisce l’amico che gli ha procurato il lavoretto). Ed è qui (in un vecchio condominio di Conegliano) che la paura del contagio da parte dell’alieno scatena la sua furia assassina. Una furia che spesso non scandalizza perché deriva da un disagio comune a molte persone. L’omofobia nasce dal timore di venire contagiati e, quindi, di diventare alieni, di non essere più umani. La vita squallida di Umberto, fatta di prostitute e film pornografici, rientra pienamente nella normalità. I suoi ricordi di bambino, la madre severa che lo richiama (simbolo di una rigida educazione) gli vietano il contatto con gli ultracorpi, con le deviazioni (deviazioni inaccettabili per il suo sistema di valori).

Gli occhi di Umberto vedono solo quello che lui vuol vedere; la radice del suo malessere, nascosta nella sua mente, non gli consente di osservare la realtà, bensì un mondo fatto di stereotipi, di umani buoni e alieni cattivi. Durante i titoli di coda, scorrono articoli di quotidiani che riportano episodi di violenza contro gli omosessuali in Italia.

Il trait d’union dei film di Michele Pastrello consiste dunque nello svelare fobie e paure tipiche dell’uomo d’oggi: fobia per il diverso, che genera mostri all’interno della comunità, proprio a causa della sua chiusura (che si è sviluppata per l’esigenza di proteggersi dagli estranei, dai deformi, dagli stranieri); paura di contaminazione, derivata dalla percezione del diverso stesso come malattia, come virus, da cui difendersi per evitare il contagio.

Il senso di schifo che accompagna queste sensazioni inibisce qualsiasi tipo di relazione con gli esclusi e, di fatto, li rifiuta in toto, senza nemmeno prendere in considerazione l’esistenza di eventuali opinioni, idee comuni. Il genere horror affonda direttamente il dito nella piaga in quel vero film dell’orrore che è la società contemporanea. Indaga l’arroganza che ci induce a credere che il nostro punto di vista sia l’unico esistente; il bastare e se stessi e la mancanza di curiosità (che frenano il cercare altrove e riducono a zero la possibilità di confrontarsi); il cinico determinismo che ci impedisce di comprendere che le nostre certezze sono indotte, perché derivano dalla nostra educazione, dalla nostra cultura e sono quindi confutabili (non sono né oggettive, né tantomeno valide per tutti gli esseri umani).

Il merito di Pastrello sta appunto in questo: i suoi corti noir ci sbattono in faccia tutte le nostre debolezze, le nostre ansie, fanno affiorare i disagi più intimi dell’essere umano, insinuano dubbi e smantellano certezze. Perché bene e male coesistono in ognuno di noi: in ogni uomo si nasconde un mostro. E nessuno può avere la pretesa, la certezza di poterlo tenere per sempre sotto controllo.

Pur avendo diretto con budget ridotti all’osso, il talento di Pastrello dietro la macchina da presa è in continua crescita. E non è finita qui, perché questo regista indipendente sembra avere ancora molto da dire. Speriamo che qualcuno si accorga delle sue potenzialità. E si interessi alla produzione del suo primo lungometraggio. Non ascoltarlo sarebbe un’occasione persa (per tutti noi).

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