Annunci

Niente da capire. Tredici storie senza mistero

Niente da capire è un libro buio, oscuro. Questi tredici racconti sembrano altrettante sbarre di una grata sospesa sull’abisso di una realtà informe

Niente da capire. Tredici storie senza misteroTitolo: Niente da Capire. Tredici storie senza mistero
Autore: Luigi Bernardi
PP: 141
Editore: Perdisa Pop
Prezzo: Euro 10.00

Densità. E’ una parola che ripeto spesso quando commento un prodotto artistico.

Perché ci sono racconti o romanzi che, pur scritti benissimo, scivolano via dalla memoria appena voltata l’ultima pagina? Perché altri restano e ti si ficcano dentro come un pugnale? Mi sa che questo è il Santo Graal della letteratura.

Niente da capire, la nuova raccolta di racconti di Luigi Bernardi, non è solo denso: è un buco nero. Anzi, un buco noir che assorbe persino la luce (o i lumi, che dir si voglia) dei metodi scientifici d’indagine. E sapete perché? Perché veramente, nell’opera di Bernardi non c’è niente da capire.

Non ci sono investigatori provvisti di pipa alle prese con microscopici indizi, né commissari in trench che risolvono casi l’ultimo giorno prima della pensione, tantomeno moderni profiler con occhiali da sole Silhouette e macchinari d’indagine usciti da un film di fantascienza.

Non ce n’è bisogno. Perché, come ben sa Bernardi, noi possiamo creare con la logica un sistema perfetto in cui ad ogni azione corrisponde una reazione, ma questo sistema, somma idea originata dallo scientismo contemporaneo, non corrisponderà mai alla realtà effettiva. Einstein, che di buchi neri se ne intendeva, lo direbbe senz’altro meglio di me: “Finché le leggi della matematica si riferiscono alla realtà, non sono certe, e finché sono certe, non si riferiscono alla realtà”.

Non a caso Bernardi chiama ad auctoritas Friedrich Dürrenmatt, citando un brano tratto da La promessa nell’introduzione alla sua opera. Lo scrittore tedesco chiosa idealmente il pensiero dello scienziato dicendoci che, per quanto la scienza dell’investigazione tenda alla perfezione, “ciò che è casuale, incalcolabile, incommensurabile ha una parte troppo grande”.

E quella parte siamo noi, creature imperfette dominate da impulsi istantanei. Quella parte sono gli assassini dei tredici racconti di Bernardi, persone che, come recita la quarta di copertina “hanno disimparato a vivere” e sono spinti da semplici pulsioni animali: libidine, vendetta, rabbia, follia.

Allo stesso esito, se ci pensate bene, era arrivato Gadda nel suo “pasticciaccio”. L’assunto, alla fine, rimane quello di una realtà caotica impossibile da decifrare. Tuttavia, il protagonista del “pasticciaccio”, il commissario Ingravallo e la figura trait d’union dei racconti di Bernardi, il magistrato Antonia Monanni, si trovano ai margini estremi di questa concezione della realtà.

L’uno è impossibilitato a proseguire l’indagine a causa del caos umano, l’altra non ne ha alcun bisogno, dato che i casi che le si presentano sono praticamente già risolti e quello che le resta non è più la comprensione ma l’amara certificazione di una società incontrollabile.

Nello sguardo della stessa Antonia Monanni, che più che un protagonista è un filo che cuce assieme le tredici storie senza mistero di Bernardi, scorgiamo la poetica dell’autore e il suo stile.

Antonia è una donna tutt’altro che fredda, ma che fredda è dovuta diventare, proprio come la prosa di Bernardi, semplice e diretta. Antonia riconosce il suo viso in un’assassina, uno dei suoi “casi non-casi”, come Bernardi plasma il suo punto di vista di volta in volta su quello dei suoi assassini. Antonia, per pulirsi dalla sporcizia di cui è testimone ogni giorno, si tortura masochisticamente, sottoponendosi a dolorose sessioni di ceretta.

Il suo corpo nudo, i suoi rapporti occasionali e spesso frustranti diventano le parole crude di Bernardi, che perdono il loro valore brutale e diventano quasi termini necessari pronunciati durante un’autopsia.

Antonia mi ha ricordato la dattilografa della Terra desolata di Eliot che, dopo un triste atto d’amore insoddisfacente “percorre di nuovo la sua stanza, sola, con una mano meccanica i suoi capelli ravvia e mette un disco a suonare sul grammofono.”

D’altronde, la città (o le città) in cui Antonia si muove sono le città irreali di una terra desolata, di cui poco ci è dato scorgere se non un’umanità spaventosa e spaventata che si rannicchia in interni anonimi, che mi immagino come buie stanze odorose di muffa in cui i minuti diventano ore e la follia è spesso una coinquilina seducente.

Solo nell’ultimo racconto, che fatalmente s’intitola “Senza Luce” (proprio come l’ultimo romanzo di Bernardi) si scorgono i lineamenti del panorama di un piccolo paese, subito oscurati da un black-out, come a sottolineare l’importanza della polarità luce/buio nella poetica dell’autore.

E Niente da capire è un libro buio, oscuro. La metafora che mi viene più naturale è che i tredici racconti siano altrettante sbarre di una grata sospesa sull’abisso quotidiano di una realtà informe. Antonia Monanni, da quella grata, guarda l’abisso e il seguito della citazione ve lo lascio immaginare. È in quella notte profonda dell’anima che Bernardi punta il suo sguardo, ed è forse da lì, dalla consapevolezza di una fondamentale impossibilità di disciplinare una tenebra informe di linguaggi, storie e vite che proviene la densità di cui parlavo in apertura.

In Bernardi il termine “noir” si scioglie da ogni legame con un genere letterario e diventa puro aggettivo: “nero” semplicemente, assenza di luce, oscurità, una notte perenne in cui l’alba è una promessa mancata e i mostri, più che l’eccezione, sono la regola.

Annunci
Tags:

© 2009 - 2018 Associazione Culturale Sugarpulp

Log in with your credentials

Forgot your details?

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: