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Niente di nuovo sul fronte occidentale, la recensione

Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich M. Remarque è un libro senza tempo, un capolavoro assoluto che racconta la disumana crudeltà e stupidità di tutte le guerre

Niente di nuovo sul fronte occidentale la recensione - sugarpulpTitolo: Niente di nuovo sul fronte occidentale
Autore: Erich M. Remarque
Editore: Mondadori
PP: 248
Prezzo: cartaceo 9,00 euro, ebook 6,90 euro

Il mio percorso di avviamento al martirio si arricchisce di un nuovo capitolo. Un capitolo di una bellezza indicibile, però.

Perché questo, signori miei, è un libro di un’intensità, di un dolore, di una forza talmente travolgenti che l’indifferenza non sarà possibile.

Cominciamo con qualche dato: scritto nel 1929, osteggiato dal nazismo, rivisto in chiave cinematografica e musicale… Un romanzo che racconta, da dentro, la Grande Guerra.

Per quelli come me, cresciuti in riva al Piave, la Prima Guerra Mondiale è un evento quasi epico. Tutti quelli della mia generazione hanno visto una trincea, una casamatta, un bunker.

Il Montello, a pochi km da Treviso, è stato la linea del fronte. Vi sono musei, vi sono libri, e ancora qualche anziano in grado di sussurrare i terribili ricordi.

L’abbiamo studiata a scuola, abbiamo visitato il Redipuglia e, i più fortunati hanno visto San Martino del Carso, o hanno attraversato i prati della Croda Rossa, oppure marciato in Comelico attraversando le trincee che ancora oggi segnano il confine.

Bene, nulla di tutto ciò prepara a quello che questo libro racconta.

Perché Paul Baumer ci spiega davvero com’era in trincea. Ci spiega il terrore delle bombe che piovono dalle linee inglesi e francesi. Ci racconta la fame, ci dice che le baionette non le vuole più nessuno perché rimangono piantate nel nemico e tirarle fuori, in mezzo ai colpi che fischiano, è pericoloso.

Ci parla dei topi, dei cessi a cielo aperto dove ventenni, ormai vecchi dentro, distrutti dalla dissenteria annullano ogni minimo pudore. Narra di giovani che muoiono lentamente, e lo fanno ben prima di beccarsi una pallottola, o di finire in un bunker coi polmoni bruciati dal gas.

È un romanzo perfetto. Non c’è sangue gratuito, nulla di splatter sia chiaro. Solo un devastante dolore, una miseria umana.

Fino a capire che forse nulla di tutto ciò che sta accadendo ha senso. Perché a pochi metri di distanza, nella trincea davanti a Paul, c’è un altro Paul che non ne vuole sapere di ammazzare un ventenne.

È una scrittura fuori dal tempo che, nonostante il sangue, la morte, la sofferenza, il disumanizzare, riesce a regalare dolcezza e poesia.

In mezzo a ragazzini che perdono il lume della ragione e si alzano in piedi per farsi abbattere e finirla con quella merda, si sente il profumo della carne buona arrivata dalle retrovie.

Accanto a divise vuote, perchè i corpi che contenevano sono stati polverizzati, si racconta la storia della fidanza che a casa attende il suo eroe.

Un romanzo sulla guerra e sull’amore, non l’amore canonico: l’amore per l’essere umano che sta accanto a noi, che striscia con noi, muore con noi. E anche per quello in cui noi piantiamo i colpi.

Perché, alla fine, la condizione di miseria è uguale per tutti. Che si spari verso il fronte orientale o quello occidentale.

Non c’è nulla di nuovo da un a parte, né dall’altra. Solo attesa, morte, disperazione.

Eppure, per dirla con Paul: la guerra non sarebbe nemmeno così male, se solo si potesse dormire un po’.

5 barbabietole su 5

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