Il nome del padre, la recensione

Il nome del padre, la recensione di Danilo Villani del primo romanzo poliziesco di Flavio Villani.

Il nome del padre, la recensione di Danilo Villani del primo romanzo poliziesco di Flavio Villani.

Titolo: Il nome del padre
Autore: Flavio Villani
Editore: Neri Pozza

L’istinto del cacciatore. Di libri, inteso. È quella sensazione che ci si sente addosso quando si entra, appunto, in una libreria senza avere idee chiare sull’acquisto, quando il tempo scorre viscoso, quando la scelta si tramuta in caccia. E le prede sono lì, a propria disposizione, con i risvolti di copertina che ti invitano, che ti tentano. Talvolta basta un cognome, il cognome dell’autore. Se poi lo stesso cognome fa match con il proprio, si decide di acquistarlo a priori.

Siamo a Milano nei giorni nostri. Il commissario Rocco Cavallo, ormai prossimo alla quiescenza, vive i suoi giorni consumandosi al proprio interno per un delitto irrisolto risalente ai primi anni ’70 del XX secolo. Quello che oggi è di tendenza chiamare cold case è diventato col passare degli anni, una vera e propria ossessione per il protagonista: una donna fatta a pezzi rinvenuta in una valigia presso il deposito bagagli della Stazione Centrale…

Flavio Villani, autore del romanzo, sviluppa la trama della sua opera avvalendosi della tecnica del manoscritto ritrovato consentendo al romanzo il posizionamento su due livelli temporali, quello corrente di cui si è già detto e quello dei primi anni ’70 del XX secolo: una Milano non ancora vicino l’Europa, una Milano tutt’altro che da bere, una Milano che riveste il ruolo di ideale scenario ma anche quello da protagonista.

Ed è appunto in questo contesto che il protagonista del romanzo, ispettore di fresca nomina e convinto idealista (ma anche un po’ ingenuo) si muove tra più di una difficoltà. Tempi duri per un tutore dell’ordine in una città dove un poliziotto è visto come una figura più “politica” che di pubblica sicurezza, dove la scala gerarchica è rigidamente ancorata a gestioni del potere risalenti al ventennio. Il tutto tra capitani d’industria non ancora avvezzi ai cambiamenti del mondo del lavoro, tra magnaccia di bassa levatura e, udite udite, a transfughe dall’Unione Sovietica in cerca di libertà e dignità, status che verranno loro restituiti in “case” in quel di Campione d’Italia.

Molto spazio è lasciato all’introspezione e al monologo interiore attraverso il personaggio di Rocco. Il lettore viene accompagnato da puntigliose descrizioni ambientali siano esse periferie degradate o conventi di frati fornendo immagine viva grazie anche ad una scrittura agile e elegante.

Vista l’ambientazione ci sia concesso un affettuoso appellativo sull’opera: è un giallo, è un poliziesco ma soprattutto un poliziottesco. Questo per le atmosfere alla Di Leo e alla Castellari che l’autore, in omaggio a quegli anni è da scommetterci, riesce a trasmettere.

Un bel libro per l’estate, di quelli che danno soddisfazione.

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