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Non ci resta che il crimine, la recensione

Non ci resta che il crimine

Non ci resta che il crimine, la recensione di Danilo Villani del film di Massimiliano Bruno con Marco Giallini, Alessandro Gasmann, Ilenia Pastorelli, Edoardo Leo e Gianmarco Tognazzi.

2 febbraio 1990. Enrico “Renatino” De Pedis viene ucciso in un agguato a Roma in via del Pellegrino. La data chiude un periodo storico, un’epoca, anzi, ci sia concesso un tocco di romanticismo visti gli sviluppi futuri, un’epopea. Quella della Banda della Magliana.

Il fascino, più o meno perverso, esercitato dal sodalizio criminale è andato consolidandosi nel tempo grazie anche all’apporto di romanzi, saggi, documentari, opere televisive e cinematografiche che hanno ammantato i protagonisti di un’aura particolare trasformandoli in icone nonostante abbiano fatto del gangsterismo una ragione di vita.

L’ultima opera di Massimiliano Bruno, Non ci resta che il crimine trae spunto da quegli accadimenti che hanno segnato tre lustri della nostra storia.

Moreno, eterno disoccupato con ex-moglie saprofita, sbarca il lunario inventandosi il “Banda della Magliana Tour” insieme agli amici di sempre Sebastiano e Giuseppe. Il loro compito è accompagnare i turisti nei luoghi che hanno contraddistinto le azioni della banda ovvero Sant’Apollinare, le banche rapinate, il bar che fungeva da quartier generale.

Ed è proprio di fronte al bar che incontrano Gianfranco un loro vecchio amico, il nerd del gruppo dal quale vengono pesantemente derisi avendo lui stesso guadagnato milioni con un startup. Per sfuggire ai suoi insulti, i tre trovano riparo nei sotterranei del bar, adesso gestito da cinesi, attraversando inavvertitamente un portale di Einstein-Rosen che li condurrà al 2 luglio 1982. E qui avranno il piacere di conoscere personalmente i componenti la banda, Renatino compreso, con i quali i rapporti saranno indiscutibilmente complessi anche perché Sebastiano, suo malgrado, si troverà coinvolto in una liason con Sabrina che, guarda caso, è proprio la donna di Renatino.

La regia, pur seguendo quelli che sono i canoni della commedia all’italiana composti da battute, situazioni becere e calembours, non disdegna di innestare anche elementi della cultura pop odierna che rendono la visione sgombra da certi elementi malinconici o nostalgici che caratterizzano produzioni ambientate in decadi passate.

Di Giallini, Gassmann e Leo si è detto e scritto abbastanza sulla loro versatilità attoriale ma una vera sorpresa si è rivelato Gianmarco Tognazzi finalmente in un ruolo centrale e non più relegato a compiti di spalla.

Un paragrafo a parte merita Ilenia Pastorelli. Una cosa mai vista, roba da perderci il sonno di notte. Un’esplosione sexy della quale il cinema italiano aveva bisogno. Il cinema che fu di Sophia, di Claudia, di Laura non poteva andare avanti con le checcozaloniane o con le compagne di commissari o vicequestori sia in carne che in spirito. Il nostro augurio nei suoi confronti, come fu per Vincenzo Marinelli da questo magazine, è di uscire dal ruolo coatto e dimostrare la sua bravura anche in altri contesti. Per la bellezza siamo a posto così.

Ad ogni modo visione consigliatissima.

4 barbabietole su 5

Glitch: un cameo deluxe per Antonello Fassari nella parte del suocero stronzo di Tognazzi. Accanto a lui siede il mio amico Angelo Di Natale.

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