Non essere cattivo, recensione

Non essere cattivo, la recensione di Danilo Villani dell’ultimo film di Claudio Caligari, talento incompreso del nostro cinema.

Era il 1983 quando mi imbattei in un’intervista televisiva a Marco Ferreri in occasione del Festival Del Cinema di Venezia.

In questa intervista parlava, estasiato, dell’opera prima di un certo Claudio Caligari, Amore Tossico, dichiarando senza alcun dubbio di esserne stato colpito e di essersi addirittura commosso durante la visione del film.

Naturalmente, incuriosito dalla cosa, mi precipitai al cinema e confesso che ne rimasi colpito anch’io. Per il realismo spinto all’eccesso, per il linguaggio particolare, per la crudezza di alcune scene ma soprattutto per la sceneggiatura e il soggetto sospesi tra Fellini e Pasolini, tra I Vitelloni e Accattone sempre nell’accezione di un contesto di tossicodipendenza.

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Salutai l’esordio di Caligari auspicando ulteriori produzioni ma, per ragioni ancora oscure, dovetti attendere fino al 1998 per L’odore della notte quadro a forti tinte su una banda stile arancia meccanica il cui leader è poliziotto di giorno e rapinatore di notte.

Bisogna però attendere l’inizio del 2015 per un nuova produzione. Fortemente spinto e motivato da Valerio Mastandrea, Caligari inizia le riprese di Non essere cattivo conscio del male che lo sta divorando riuscendo a terminare il montaggio pochi giorni prima della sua scomparsa.

Come in Amore Tossico il film si svolge sul litorale romano e, seguendo la traccia documentaristica delle precedenti opere, prende lo spunto dei giovani e del lorapporto con la tossicodipendenza che nel corso degli anni ha subìto svariate trasformazioni in termini di prodotto, diffusione e costo.

Non più eroina ma cocaina ed ecstasy. Non più buchi ma sniffate e morbidoni.

L’agile sceneggiatura si muove seguendo i protagonisti, Vittorio e Cesare, amici da sempre ma divisi sull’idea del futuro. Il primo con la speranza di un lavoro, di un reddito e quindi di una redenzione, il secondo assolutamente indifferente al contesto se non attinente agli stupefacenti.

Il tutto tra incontri al bar, e qui ritorna inevitabilmente il richiamo felliniano dei suddetti vitelloni, dove tra compagni e smandrappate”si programmano colpi, si pianificano malefatte e vicende famigliari dove ogni dramma viene ostentato senza sconti per lo spettatore.

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Personalmente sono rimasto molto colpito dall’interpretazione dei protagonisti: Alessandro Borghi e Luca Marinelli. Semplicemente a loro agio nel ruolo senza alcuna forzatura. Li attendo con piacere in ulteriori performances magari avulse dagli stereotipi della cosiddetta romanità.

Due menzioni speciali per Alessandro Bernardini, volto che colpisce, volto da caratterista puro, volto di cui il cinema italiano ha bisogno e Elisabetta De Vito nel ruolo di una donna a cui la vita ha tolto tutto e che rende il suo personaggio degno del ciclo dei vinti di stampo verghiano.

Il film rappresenterà l’Italia, come miglior film straniero, all’Academy Award 2016. Personalmente lo farei concorrere anche per il miglior suono vista la puntigliosità e la precisione dello score relativamente alle scene più coinvolgenti del film stesso.

E pensando a “quella” statuetta, mi viene in mente un regista siciliano la cui opera venne maltrattata, a livello di distribuzione, alla fine degli ’80. Il regista poi si sentì dire “..and the winner is..”.

Non essere cattivo non è stato un esempio di distribuzione capillare. Nonostante sia stato confinato in sale di nicchia o d’essai il film ha goduto del passaparola di quello zoccolo duro che ama il cinema senza se e senza ma pertanto ne consiglio la visione senza alcuna riserva.

Postumo, che brutta parola…

Guarda il trailer di Non essere cattivo su Youtube

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