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Once Upon a Time in Hollywood, una lezione di cinema

Once Upon A Time In Hollywood, una lezione di cinema

Once Upon A Time in Hollywood, ovvero il miglior Tarantino degli ultimi dieci anni. L’editoriale di Matteo Strukul per Sugarpulp MAGAZINE.

Memore delle parole di Quentin Tarantino non spoilererò nulla. Posso solo dire che Once Upon A Time in Hollywood è il suo miglior film da molto tempo, per me addirittura da quando uscì nelle sale Kill Bill.

Mi tengo quindi su linee molto generali e anzitutto vi dico che questo è un atto d’amore da parte di Quentin nei confronti del cinema, non solo di quello hollywoodiano ma anche di tantissimo cinema italiano, in particolare lo spaghetti-western che già aveva omaggiato in Django e The Hateful Eight, in un certo senso ci sono tanti film in questo film.

UN CAST PAZZESCO IN FORMA SMAGLIANTE

C’è soprattutto un attore, Leonardo Di Caprio, che meriterebbe un Oscar e un Golden Globe subito, per riuscire a fornire un’interpretazione complessa, nevrotica, vibrante senza mai andare – come qualche volta capita anche a lui – in overacting.

Brad Pitt valorizza al massimo un ruolo che sembra essergli stato cucito addosso, con guizzi d’action pura ma anche con una profondità semplice, diretta, sincera, aiutata da un carisma non comune, insomma bello e impossibile. Che è la stessa locuzione che potrei utilizzare, declinandola al femminile, per Margot Robbie perché onestamente quando entra in scena lei sembra che tutto il set vada in freeze.

Menzione speciale per Dakota Fanning, irriconoscibile e fastidiosa, imbevuta di fanatismo per motivi che vi risulteranno ovvi e per Margareth Qualley, già vista in The Nice Guys, che qui sfanala gli occhioni a beneficio di Brad Pitt ma lo fa con classe selvaggia.

UN FILM PERFETTAMENTE CENTRATO

Al netto di tutto questo, il film si rivela perfettamente centrato, con almeno tre filoni narrativi, dialoghi al fulmicotone, prove attoriali superbe, preparazioni delle scene clou che sono a loro volta clou, come nella miglior tradizione di Tarantino.

Fra l’altro qui, a differenza di The Hateful Eight” e soprattutto di Django, non ho mai avuto la sensazione che Tarantino la stesse tirando in lungo, il film dura due ore e quarantacinque ma fila alla grande senza un momento di stanca, senza battute d’arresto.

C’è una colonna sonora devastante, come sempre, ma questo fatto non deve suonare scontato, la musica è davvero perfetta e il regista americano dimostra ancora una volta una conoscenza enciclopedica e funzionale insieme, per saper pescare brani meravigliosi, a volte caduti nel dimenticatoio, ma mai puramente estetici, perché sempre volti ad amplificare o a fare da contrappunto alla scena.

Quindi beccatevi Kentucky Woman dei Deep Purple, Ramblin’ Gamblin’ Man di The Bob Seger System, Choo Choo Train, The Box Tops e, naturalmente, Bring a Little Lovin’ dei Los Bravos.

Splendida anche la ricostruzione di fine anni ’60, costumi perfetti, auto da paura: Ford Mustang e Cadillac de Ville sugli scudi, insomma pura gioia per gli occhi.

CANNES, PERCHÉ?!?!?!?

A questo punto mi risulta del tutto incomprensibile come a Cannes abbiano voluto premiare Banderas invece di Di Caprio ma questi sono i misteri del cinema.

Resta il fatto che Dolor y Gloria questo film non lo vede nemmeno con il cannocchiale e rimane per me difficile comprendere che possa essere giudicato migliore di un film come questo, che per molti aspetti è perfino storico, con una ricerca importante e complessa su ambienti, costumi, atmosfere, colori e in ultima istanza capace di offrire uno spaccato crepuscolare, affettuoso e nostalgico del mito dei miti: Hollywood.

Senza contare che Quentin Tarantino, soprattutto oggi, andrebbe preso a riferimento da un certo cinema indipendente americano ormai vampirizzato dalla spazzatura cinecomic, per reimparare a scrivere e produrre film di qualità ma anche in grado di incassare molto bene perché l’autorialità può e deve ricordarsi di avere una sostenibilità economica.

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