Un oscuro scrutare, la recensione

Un oscuro scrutare, la recensione

Un Oscuro Scrutare è uno dei romanzi più intensi e coinvolgenti di tutta la produzione di Philip Dick. La recensione di Andrea Bauckneht.

Un oscuro scrutare, la recensioneTitolo: Un Oscuro Scrutare
Autore: Philip Dick
Editore: Fanucci
PP: 335

Un Oscuro Scrutare è un tassello fondamentale del portentoso universo immaginativo creato da Philip K. Dick, noto autore di fantascienza che non esiterei a collocare tra i grandi classici della letteratura distopica, al pari di un Aldous Huxley o di un Sinclair Lewis.

Analogamente ai suoi ispiratori, l’opera dello scrittore californiano è solo con una certa difficoltà inquadrabile all’interno di un genere specifico; infatti, fantastico e fantascienza si amalgamano con notevole libertà – un po’ per per motivi di “convergenza”, ma soprattutto a causa della gran varietà di influenze raccolte da Dick – mentre quasi mai viene tralasciato il tessuto dell’esistenza quotidiana, la dimensione delle piccole cittadine americane, al cui interno si annidano forze sinistre e mostri inenarrabili.

Scritto dopo aver vissuto sulla propria pelle il buio della tossicodipendenza, Dick fa di Un Oscuro Scrutare – e questo lo dichiara esplicitamente – una sorta di rivisitazione immaginifica della sua esperienza allucinogena, culminante in un’aspra denuncia della forza distruttiva della droga che, nel ricco linguaggio metaforico della narrazione (emblematici, in tal senso, i rimandi al Faust e al Fidelio di Beethoven), diviene il modo in cui si rivela, progressivamente, la spietata e tentacolare macchina del potere.

Quella descritta da Dick è una società che si fonda su una verità edificata con la menzogna, un luogo ammantato dalle tenebre, dominato da sbandati e reietti che si nutrono di Morte, una devastante sostanza stupefacente particolarmente diffusa nell’avveniristica Los Angeles tratteggiata da Dick.

LA è il collante di tutti gli eventi narrati, ciò che unisce il destino degli sventurati personaggi del racconto, catapultandoli in un incubo confuso e angoscioso, in cui si fa sempre più difficile discernere il reale dal fittizio.

Lo straordinario protagonista del racconto, Bob Arctor/Fred, è un agente della narcotici che si ritroverà di fronte alle estreme conseguenze di in un’operazione di spionaggio speculare, in cui si esercita agente di polizia (Fred) e, al contempo, trafficante di droga perfettamente inserito nel substrato urbano della Contea di Orange (Bob Arctor).

Ignari di quale sia la sua reale identità a causa delle tute disindividuanti (dei ritrovati di ultima tecnologia che, una volta utilizzati, permetto all’indossatore di assumere qualunque tipo di fisionomia) date in dotazione a tutti gli agenti per ragioni di sicurezza, i superiori di Arctor affidano lui il surreale compito di indagare su stesso.

La storia procede con l’acquisizione progressiva di uno stato paranoico-allucinatorio da parte del protagonista, che osserva e contemporaneamente viene osservato, trovandosi presto a brancolare nel buio in preda agli effetti collaterali della Sostanza M, che gli rendono impossibile ricostruire la propria identità in un tutto unitario.

Bob Arctor/Fred è un attore bizzaro, che recita sul palcoscenico, insieme ai suoi comprimari, il dramma pirandelliano della crisi di identità e del carattere evanescente dell’esperienza, tracciando un itinerario che non può che condurre alla più dolorosa delle miserie.

Il continuo frapporsi di riferimenti letterari, filosofici e religiosi origina un impasto narrativo di estremo impegno morale, che denuncia vibrantemente una società fin troppo dedita al materialismo, lobotomizzata e del tutto indifferente alla sua vocazione alla pietas.

È questa viva presenza intertestuale a conferire a Un Oscuro Scrutare, prima che le sue geniali trovate narrative, tutto il suo fragore emotivo, per uno dei romanzi più intensi e coinvolgenti di tutta la produzione dickiana.

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