Paura

Paura, un racconto inedito di Timothy Dissegna per Sugarpulp MAGAZINE

Durante la Seconda Guerra Mondiale, il Nord Italia fu invaso dalle truppe tedesche dopo l’armistizio firmato dal Generale Badoglio con gli Alleati. Il Triveneto, in particolare in Friuli, i soldati tedeschi rastrellavano i paesi alla ricerca di partigiani o loro familiari.

Fagagna, pochi chilometri a nord di Udine, 1944

Oggi sono arrivati degli uomini a casa nostra, avevano i fucili sulle spalle e puzzavano. Erano in tre, uno era così pallido di pelle che quando l’ho visto ho avuto paura, pensavo fosse il fantasma che mi veniva a prendere perché ho fatto capricci.

La mamma mi dice sempre che se non la smetto di piangere, arriva lo spettro dall’aldilà che mi mangia, ma io ci credevo poco a quella storia. Stamattina però ho recitato due Ave Maria alla Madonna per la paura che ho preso.

Gli uomini sono arrivati a piedi da paese, e sono entrati nel nostro cortile senza neanche chiedere permesso. La mamma mi dice sempre di chiederlo quando entro a casa di altri, che maleducati…

Io ero nella stalla con i maiali, gli davo da mangiare come tutte le mattine e intanto giocavo a fargli il verso. Trascorro tutte le mattine lì dentro, tranne la domenica perché la nonna mi obbliga ad andare in chiesa a pregare.

Prima che scoppiasse la guerra andavo a scuola, anche se non mi piaceva tanto, la maestra puzzava ed era cattiva. Mi sgridava sempre se sbagliavo di leggere o di recitare le tabelline.

Non capisco proprio come facciano certi bambini ricchi ad andarci per tanti anni.

Poi hanno chiuso la scuola del nostro paese e di quelli vicini. Quando sono tornato a casa contento e ho raccontato cos’era successo, la mamma mi ha tirato uno schiaffo sulla guancia forte forte.

“È scoppiata la guerra – mi ha detto– non c’è niente da festeggiare!” e io sono scoppiato a piangere dal dolore. La notizia che mi aveva dato non sapevo bene cosa volesse dire, in prima elementare non ci hanno ancora spiegato cosa sia la guerra.

Allora ho notato che anche la mamma stava piangendo. Pensavo che fosse colpa mia, ma lei mi ha detto che avevano chiamato il papà al fronte, che doveva andare a combattere. Le sue parole mi suonavano lontane, continuavo a non capire cosa mi stesse dicendo.

La mamma mi ha spiegato allora che che la guerra è quando spari contro un’altra persona per ucciderla e il fronte è il luogo dove questo avviene.

Continuai a non comprendere molto, ma mi limitai a rimanere in silenzio e a uscire in giardino, triste perché papà era lontano. Da quel giorno erano ormai passati tre mesi e di lui sapevano solo qualche rara notizia.

I soldati parlavano una lingua strana, sembrava che si mangiassero le parole e mi mettevano paura. Quando hanno superato il cancello sono corso in casa, chiamando a pieni polmoni mia mamma. Lei è arrivata, agitata per le mie urla.

Quando le ho detto che c’erano degli uomini in cortile, il viso le si è scurito, come quando è arrabbiata perché ho lasciato libero le scrofe e mi vuole dare un ceffone.

Intanto da fiori arrivavano le voci confuse del gruppo, che si faceva velocemente sempre più vicino alla porta di casa. La mamma li ha anticipati ed è uscita, zittendomi con il suo dito esile e calloso sulle mie labbra.

“Sta câ, ferm du la tu ses e cito!” mi ha ordinato, uscendo di casa.

Dalla finestra potevo vedere abbastanza bene cosa stava succedendo. Quando i soldati l’hanno vista comparirgli davanti, si sono fermati e l’hanno guardata senza dire una parola.

Dopo qualche istante in cui la mamma li aveva fissati in cagnesco, gli ha chiesto chi fossero e cosa volessero.

“Lei è herr Luzia Ferezin, nata il due ottopre milleottozentonovantazei a Facagna?” le ha chiesto uno del gruppo, esile come un grissino, leggendo da un foglio che aveva tirato fuori stropicciato da una tasca della giacca.

La mamma rimase a osservarli, senza dire nulla, mentre un vento sferzante le scompigliava i capelli e sradicava le foglie dalle chiome degli alberi.

Gli uomini non staccavano gli occhi da lei, avevano un aspetto diabolico, impazienti e quello con il foglio in mano stava per ripetere la domanda quando rispose di sì, che era lei.

L’altro, allora, ha continuato dicendo che doveva seguirli in caserma. Non aggiunse altro, nonostante mia mamma chiedesse il perché doveva andare con loro.

“Non ho fatto niente!” gridò, mentre gli altri due soldati la prendevano sottobraccio. All’improvviso si zittì, come se un’orribile verità le fosse comparsa davanti agli occhi, e immediatamente chiese dove fosse Giorgio, che cosa gli avevano fatto. Cercava di divincolarsi ma la presa di quei tizi era troppo forte.

Giorgio è mio papà e mentre la mamma gridava, scalciando, una lacrima mi cadde sulla guancia. Ma non potevo piangere, dovevo stare zitto e non farmi scoprire come avevo promesso.

Vidi gli uomini che portavano via la mamma con forza e la caricavano su un’auto in fondo al viale, che prima non avevo notato. Ho aspettato che scomparissero dalla mia vista.

In giro non c’era nessuno, tutti si erano chiusi dentro le proprie case quando i soldati avevano oltrepassato il nostro cancello.

Mi sento solo, mi manca la mia mamma. In questo gelido silenzio ho cominciato a piangere e non c’è freno alle mie lacrime.

In lontananza sento l’eco di un cannone tuonare e il cielo si sta scurendo di colpo, pronto a rispondergli.

La guerra è veramente brutta.

Tags:

Contattaci

Non ci siamo in questo momento. Mandaci una e-mail e ti risponderemo al più presto.

Sending

© 2009 - 2016 Associazione Culturale Sugarpulp

Log in with your credentials

or    

Forgot your details?

Create Account