Perché non condivido il Manifesto TQ

Perché non condivido il Manifesto TQ, un articolo di Giacomo Brunoro per Sugarpulp

In questi giorni il mondo delle lettere italiano è stato scosso dal Manifesto TQ un documento programmatico su un nuovo modo di fare letteratura in Italia e non solo scritto da un gruppo di professionisti del settore. Dopo averlo letto piuttosto distrattamente ho deciso di tornarci sù: tutti gli addetti ai lavori ne parlavano e volevo comunque farmi un’idea precisa della cosa, quindi me lo sono letto per bene.

Come dicevo la Generazione TQ è formata da un gruppo di professionisti della letteratura italiana che hanno tra i trenta e i quarant’anni: tutta gente che lavora da anni con ottimi risultati nel mondo della letteratura e che fa parte del sistema con un ruolo molto attivo.

Quello che comunque mi ha lasciato senza parole è stato il linguaggio utilizzato dagli autori del manifesto:

«All’inizio del suo secondo decennio, il nuovo secolo appare ancora come un Novecento svuotato di senso […]», «dopo molti anni di indignazione solitaria, ad analisi e azioni comuni da condurre con la nettezza radicale del dovere […]», «Questo non è, infatti, un movimento artistico o letterario nel senso novecentesco del termine, ma un gruppo di intellettuali e lavoratori della conoscenza che ha l’ambizione di intervenire nel cuore della società italiana e nel tessuto ormai consunto delle sue relazioni materiali, di indicarne con maggior forza le lacerazioni – partendo dalla sistematizzazione della provvisorietà lavorativa, la vera ferita generazionale su cui si sono incistati molti dei mali contemporanei […]», oppure «Dovendo dunque contrastare i deserti e le derive che il consumismo e il capitalismo hanno prodotto nel campo della cultura, TQ si impegna ad agire secondo quelli che possono essere definiti come criteri di «ecologia culturale» al fine di proteggere e coltivare l’unicità e la varietà delle scritture, e assume come criterio cardinale la bibliodiversità, battendosi contro l’omologazione delle scritture indotta da una produzione editoriale sempre più orientata al largo consumo […]» e via andare.

Forse sono io che ho dei limiti culturali, ma sono convinto che un linguaggio del genere non possa comunicare nulla.

Questo è un linguaggio morto: scrivere oggi, nel 2011, un documento del genere, utilizzando un linguaggio del genere, è impossibile. Non mi capacito di come siano riusciti a farlo.

Chi scrive in questo modo si rifà a un mondo che non esiste più e che, probabilmente, non è mai esistito davvero se non nella mente di persone prive di qualsiasi contatto con la realtà.

E attezione, siamo di fronte ad un gruppo che non si definisce di “intellettuali” ma di “lavoratori professionali”, come giustamente ha fatto notare Giulio Mozzi in Vibrisse (giungendo peraltro a conclusioni molto diverse dalle mie).

Ci sono poi una serie di punti che personalmente ritengo inaccettabili, in primis l’auspicare una decrescita della produzione letteraria.

Sono convinto che quello letterario sia l’unico ambito in cui la decrescita sia una vera sciagura culturale. Sogno un mondo in cui chiunque possa pubblicare il suo libro (e grazie al self-publishing sembra che ormai sia finalmente così): sarà brutto, sarà bello, sarà illeggibile… non me ne importa nulla.

Trovo assolutamente inaccettabile poi la pretesa di poter stabilire la qualità di un’opera in maniera ufficiale: cosa facciamo, l’indice dei libri belli che vanno letti obbligatoriamente da tutti? E quelli che non vanno bene invece li bruciamo?

Le parole di Giuseppe Antonelli ad Affari Italiani riassumono perfettamente il mio pensiero:

“Lo stesso discorso vale, da questo punto di vista, per l’altro cardine del documento editoria: la qualità. Ma chi può dire davvero e in maniera definitiva che un libro è “un libro di qualità”? chi decide quali sono le “pratiche di qualità”? e su che basi questi valori sono stabiliti con tanta precisione e sicurezza da poterne addirittura “denunciare pubblicamente” la violazione? E chi individua “le migliori voci della critica”? Perché – in nome di chi, di cosa – dovremmo essere noi? Qui, mi pare che dall’etica si passi all’etichetta: l’approvazione di TQ come il bollino blu di Chiquita o la stella di  Negroni che  vuol dire qualità. Faccio notare che è un po’ assurdo che un gruppo di persone che scrive, confezione, pubblica libri si possa ergere collettivamente a giudice e garante della qualità dei libri senza cadere in un macroscopico conflitto d’interessi […]”

Anche la critica aprioristica dell’editoria a pagamento tout cout mi sembra una forzatura: chi mi conosce sa che non ho certo una posizione favorevole nei confronti dell’editoria a pagamento, anzi, ma va sottolineato che gente come Gabriel Garcia Marquez pubblicò i suoi primi libri con un editore a pagamento, e che un tale Marcel Proust fu costretto a pagare di tasca sua per pubblicare il primo tomo della Recherche dato che i TQ dell’epoca avevano deciso di non dargli il bollino blu di Chiquita (complimenti per l’acume, Monsieur Gide!).

Ci sarebbe tanto altro da dire e da scrivere, ma forse è il caso di lasciare spazio ai commenti (cosa che sul sito della Generazione TQ non è possibile fare!) e alle idee di tutti voi fan della barbabietola o di chi è semplicemente capitato qui su Sugarpulp.

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