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Point Break 2015, la contro-recensione

Point Break 2015, la contro-recensione di Danilo Villani per Sugarpulp MAGAZINE:

L’intervista con Gianluca Leurini, line producer per l’Italia di Point Break 2015, pubblicata su questo magazine pochi giorni fa era piuttosto esplicativa circa lo stato d’animo con il quale recarsi alla visione del su citato film.

Dimenticare assolutamente la produzione del 1991 ivi inclusi regia, interpreti, script e screenplay e cercare soltanto due ore di puro divertimento adrenalinico.

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Forte di queste raccomandazioni ho assistito alla proiezione in una sala insolitamente gremita, visto che era lunedì, con l’animo rilassato e la mente libera, conscio di non dover rischiare l’ernia al cervello per capire, sondare, indagare.

La trama ricalca più o meno quella del 1991 con la differenza che il fine ultimo delle imprese è una sorta di traguardo che i protagonisti chiamano Illuminazione.

Il tutto rifacendosi ad un percorso inventato da un personaggio, chiaramente immaginario, di nome Ozaki Ono guida spirituale di tutti i praticanti sport estremi.

Detto percorso è composto da otto prove da effettuarsi nelle località più disparate: da Mumbai a Biarritz, da Cortina d’Ampezzo al Salto Ángel.

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el caso dei protagonisti, commettendo crimini ai danni di grosse multinazionali dove sono coinvolti interessi degli Stati Uniti.

Ed è appunto per questo motivo che Johnny Utah, rookie FBI, viene inviato undercover presso queste località dove le prove di Ozaki vengono effettuate rimanendo affascinato e coinvolto dal way of life del branco ma soprattutto da Bodhi leader carismatico del gruppo…

Per onestà intellettuale non posso negare distrazioni della regia, qualche buco nella sceneggiatura ma lo spettacolo, inteso come godimento visivo, è garantito.

Scenari magnifici supportati da una splendida fotografia, scene d’azione mai viste prima interpretate da autentici campioni delle specialità quali free-climbing, tow- surfing, ma soprattutto la prova di wingsuit che per durata e inquadrature, è destinata a divenire un cult.

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L’interpretazione del “tartarugato” protagonista, Luke Bracey, non sarà forse da tramandare ai posteri ma la maschera di Edgar Ramirez è stata una piacevole sorpresa magari da rivedere in futuro in qualche produzione meno estrema e con una regia meno distratta.

Ripeto, non sarà una produzione da Palma o da Leone d’Oro, cose peraltro mai prefissate dalle maestranze, ma passare due ore in piena libertà visiva non credo sia peccato mortale vista anche la buona risposta al box office.

D’altronde un certo Luca Medici insegna…

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