Psyco di Gus Van Sant, la recensione

Psyco di Gus Van Sant più che un remake è una vera e propria fotocopia a colori del capolavoro girato dal grande Alfred Hitchcok

Remake è un termine che nella cinematografia va maneggiato con cura, più di un candelotto di dinamite.

Perché cimentarsi con film di altri autori, specialmente se questi sono vere leggende della regia e i titoli i questione rappresentano i punti cardine del cinema internazionale, è un’arma a doppio, se non triplo, taglio.

Da una parte, infatti, c’è la volontà di omaggiare un regista con nuove tecniche; dall’altra il rischio di non trovare i favori di pubblico e critica se si osa sfiorare troppo la “creatura” in questione.

Un dilemma con cui senz’altro Gus Van Sant deve essersi trovato a fare i conti, quando ha deciso di girare Psyco, vero e proprio omaggio all’omonima pellicola di Hitchcock.

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Correva l’anno 1998, quasi quattro decenni dopo l’uscita del capolavoro del thriller che ha fatto storia. Ma il fascino che questo ha esercitato da subito sugli amanti e non solo del genere non ha mai conosciuto crisi: certo, il bianco-e-nero oggi annoia, 40 mila dollari rubati non sono tutto questo tesoro e di maniaci schizzati se ne vedono a decine nei telegiornali.

Ma basta poco per modernizzare Psyco: si passa al colore, l’inizio è quello zoom panoramico sulla città di Phoenix fino ad entrare nella stanza di Marion Crane (una delicata Anne Heche) che avrebbe fatto la gioia del regista inglese.

Aggiungici poi scene di nudo, un furto da 400.000 dollari e il gusto del macabro per creare un lavoro che va oltre il remake: è un vero e proprio Psyco 2 quello sullo schermo, con le stesse inquadrature e particolare dell’originale.

Certo, potrebbe sembrare che questo aggiunga macabro al macabro: non solo Van Sant gira una pellicola che lascia poco all’immaginazione, tra sangue e violenza, ma ripercorre con forse eccessiva ossessione gli insegnamenti di Hitchcock, trasformando i propri attori in “specchi” distanti 38 anni dai riflessi originali, che di tanto in tanto si discostano da chi emulano.

Cosa che ti puoi permettere se nel cast hai Vince Vaughn, perfetto nel personaggio mammone e schizzofrenico di Norman Bates, il proprietario del motel dove Marion si fermerà a dormire nella sua ultima notte da viva; Julian Moore è la sorella di Marion, Lyla, che con zainetto e walkam sembra un collage di mondi opposti, targata ovviamente anni ’90; e poi c’è il detective Arbogast, impersonato da William H. Macy, futura vittima del motel.

Ci sarebbe da aspettarsi che un personaggio del primo film faccia la sua comparsa da un momento all’altro, tra un battito cardiaco e una risata nervosa, ma non c’è alcuna fusione tra passato e futuro: potrebbe anche essere che uno scherzo del tempo abbia cancellato ciò che accadde nel ’60, facendo ricominciare tutto alla fine del secolo scorso.

Quindi non è mai esistito nessun Hitchcock, nessun altro Bates Motel, né altri delitti nella doccia…

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Ai remake manca ovviamente la carta del finale a sorpresa, essendo, barbaricamente parlando, “copie” di un titolo che in milioni hanno già visto e rivisto.

Magari il pubblico più giovane, che non ha mai avuto l’occasione di vedere la versione originale, potrebbe risentirsene per eventuali spoiler sfuggiti di bocca sulle poltroncine del cinema o sul divano di casa; ma se il lavoro di Van Sant è riuscito a tenerlo fermo allo schermo, oggi come nel 1998, allora non sarebbe una cattiva idea cercare di rimediare al proprio deficit.

In sostanza, ben poche critiche si possono fare al regista e lo stesso vale per gli elogi. Si può dire che la scelta degli attori è stata azzeccata, cosa che forse avrebbe meritato qualche riconoscimento in più, ma il vero colpo da maestro sarebbe potuto essere qualche riferimento più esplicito all’omonimo romanzo di Robert Bloch da cui tutto è partito, come le scene di morte: decapitata lei, sgozzato lui.

Ma forse adesso parleremmo di un altro film, e non di Psyco

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