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Pulp. Una storia del XX secolo

Con Pulp. Una storia del XX secolo Charles Bukowski prende in giro lo stereotipo del detective privato con un sarcasmo sublime

Pulp

Titolo: Pulp. Una storia del XX secolo
Autore: Charles Bukowski
Editore: (Universale Economica) Feltrinelli
PP: 182
Prezzo: 6,50

Nick Belane è il “più dritto detective di Los Angeles”, uno degli “ultimi resti della vecchia Hollywood, la vera Hollywood”. Ha 55 anni, la sua pancia è inferiore solo ai suoi debiti, al suo alcolismo e alle sue battute taglienti.

In questo romanzo si troverà ad affrontare casi intricati e assurdi che gli vengono proposti da clienti che sembrano usciti dalla penna di Tiziano Sclavi: strozzini, la signora Morte che cerca Louis Ferdinand Célin, l’aliena Jeannie che non dà pace ad un impresario di pompe funebri, la vera identità del Passero Rosso.

Sono alcune delle situazioni che Belane dovrà fronteggiare solamente con la sua attitudine a fare a pugni e la sua Luger calibro 32.

E come nella migliore tradizione di Detective Stories, le indagini portano sempre alla conclusione.

In quest’opera Bukowski è di un sarcasmo sublime, ironizza sul personaggio “Affascinante Dannato e Disilluso”che tira a campare con un bicchiere di troppo.

Prende a prestito lo stereotipo del detective privato, come può venirci suggerito dal Philip Marlowe di Chandler, e ne fa una satira affilatissima (si veda ad esempio la bombetta marrone che Belane indossa, o la falsa autocommiserazione in cui spesso cade il protagonista, che in verità è sempre convinto di avere tutto sotto controllo.)

Una satira montata su di un intricato congegno narrativo che fa macinare le pagine al lettore col carburante dell’assurdo intrecciato alla complessità della realtà d’ogni giorno, e proprio per questo tale congegno non teme inceppamenti. Il lettore è affascinato dalla spirale di avvenimenti improbabili e dal loro intersecarsi in maniera perfetta, naturale. Naturale? Quì si parla di Alieni, cazzo.

L’autore, con la disillusione alcolica di chi era il primo al corso di antropologia, poggia il suo sguardo sulle fogne al neon di una civiltà che sembra agognare il baratro e celebra la memoria di autori come Seabury Quin o Leigh Brackett, quando nella dedica scrive: “Dedicato alla cattiva letteratura” facendo riferimento a quella pulp – che per i generi trattati (western, fantascienza, horror) e per le riviste (economiche, perché realizzate su carta ottenuta dalla polpa dell’albero, e quindi meno pregiata della carta comune) su cui ne venivano stampate le storie, fu lungamente considerata narrazione di serie B.

In questo mese di Marzo ricorrono quindici anni dalla morte di Henry Charles Bukowski, e rileggere questa “storia del XX secolo” è senza dubbio un buon modo per rendergli omaggio.

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