La ragazza che sapeva troppo, la recensione di Massimo Zammataro

La ragazza che sapeva troppo, la recensione di Massimo Zammataro

La ragazza che sapeva troppo è un film che emoziona a tutti i livelli, senza tuttavia essere mai noioso o derivativo del “genere”.

Tratto dall’omonimo romanzo (pubblicato in Italia dai tipi di Newton Compton) di M.R. Carey, sceneggiatore di lungo corso per DC e Marvel, La ragazza che sapeva troppo, dopo aver fatto il giro di parecchi festival ed aver ricevuto diversi premi, viene distribuito in tutto il mondo tranne che in Italia (che novità…).

Ora, grazie a Netflix, anche noi della provincia dell’impero possiamo godere della visione dell’opera.

Il film

In un mondo distopico infettatto da un fungo che si attacca al cervello e trasforma gli esseri umani in non-morti affamati di sangue, si compiono test su un gruppo di bambini che, seppur infetti e letali se non tenuti sotto controllo, tuttavia mostrano di essere, al contempo, dei perfetti esseri umani.

Tra di loro la molto dotata Melanie (Sennia Nanua) che ha un forte rapporto affettivo con la sua insegnante Helen Justineau (Gemma Arterton): tra le due si instaura un legame madre/figlia che porterà Justineau a disobbedire ai protocolli di sicurezza per proteggere la bambina dai mortali esperimenti condotti sui piccoli dalla dottoressa Caldwell (Glenn Close) per trovare un vaccino all’epidemia.

Gli infetti riescono a fare breccia nell’insediamento militare, e Melanie, Justineau, Caldwell e tre militari riescono a fuggire. Nel loro percorso verso un altro avamposto resteranno bloccati in una spettrale e desolata Londra post-apocalittica ormai popolata da migliaia di infetti dormienti pronti a scattare non appena percepiscano l’odore di “umano”.

La ragazza che sapeva troppo, procede con un ritmo incalzante, forte della sceneggiatura dello stesso Carey che riesce ad amalgamare scene di azione e momenti di emotività ed introspezione senza tempi morti, grazie soprattutto alla superba interpretazione delle tre donne protagoniste, sulle quali primeggia senza dubbio la piccola Sennia Nanua che solo con lo sguardo riesce a passare magistralmente da momenti di tenerezza infantile ad attimi di profonda maturità, fino ad esplodere in ferina e primitiva ferocia in una sequenza che ricorda Il Signore delle Mosche.

Ovviamente, il tema zombesco (siamo dalle parti di 28 giorni dopo, più che dei classici romeriani) è del tutto secondario, restando esso la cornice ed il pretesto per narrare non solo il rapporto affettivo tra l’insegnante e Melanie, ma anche la presa di coscienza della propria natura speciale di Melanie la quale, novella Pandora, ci porterà ad uno spiazzante finale.

La ragazza che sapeva troppo, è insomma un film che emoziona a tutti i livelli, senza tuttavia essere mai noioso o derivativo del “genere”.

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