Ray Banks, Nato di sabato. Metanfetamina letteraria

Sesso e lucertole a Melancholy Cove

Nato di sabato di Ray Banks non è un libro; è una botta che ti sveglia come uno stupefacente di quelli buoni. Anzi, buonissimi.

“Verrai condotto alla reception della prigione. Il nome “reception” mi faceva pensare a una grande stanza ventilata con una bionda spumeggiante dietro a un bancone, tutta occhi e sorrisi. Era una stanza, e qui finivano le somiglianze. Era male illuminata e puzzava vagamente di merda, anche se non riuscivo a capire da dove venisse il tanfo. Che importava. Mi sarei abituato. Dovevo convincermene.”

Ray Banks, Nato di sabato, Roma, Del Vecchio Editore, 2007, pag. 7.

Ci sono incipit che restano nella storia, incipit che entrano sommessi nella narrazione, incipit che non lasciano nulla e incipit – come questo – che ti fan capire che quanto stai approssimandoti a leggere è roba forte. Che non lascia spazio a sfumature, ma che ti arriva diretta nella testa e nelle viscere; roba buona, insomma.

Nato di sabato, dello scozzese trapiantato a Newcastle Ray Banks, è un romanzo da inghiottire. Le gabbie interpretative dei generi – che rinchiudono i libri, come bestie, in recinti – metterebbero questo tra i “noir”. Ma, come tutti i libri noir o hardboiled puri, anche questo è una bestia brada: non può essere chiuso in un recinto. Infatti (e a causa di ciò penso vi sia spesso la ritrosia di molti ad avvicinarsi a questo tipo di letteratura), se con la definizione di “noir” ci si immagina cupa violenza o sadica tristezza, ci si sbaglia di grosso. Con Nato di sabato, come succede per tutto questo genere, la sottile linea oscura che lega la storia non è fatta di mestizia, bensì di rapido, tagliente, feroce e – certamente – violento divertimento.

La storia è ambientata tra Manchester e Newcastle, nell’Inghilterra della fine anni ’80. Il riferimento temporale lo si deduce netto dai molti riferimenti musicali citati da Banks, tra i quali spicca il quello al grande e combattivo Billy Bragg che – nel 1984, nell’album Brewing up with Billy Bragg – scrisse la canzone The Saturday Boy. Canzone che, deduco io, ha probabilmente ispirato anche il titolo di questo libro (che in original è Saturday’s child). Il protagonista è Cal Innes, sostanzialmente un codardo finito in carcere a causa di altri, che viene coinvolto dal boss Morris Tiernan in un’operazione di investigazione privata. Ma Innes, che non è un malavitoso, non è nemmeno un vero investigatore privato.

È un antieroe, (“Quando ho iniziato a fare questo lavoro ero protetto dalla scorza dura della prigione. Non avevo paura di camminare per le straade più malfamate, con la faccia incazzata e i pugni serrati. Avevo le idee chiare. Ma le strade esigono il loro tributo e ho imparato presto che era più sicuro sedere dentro una macchina che stare allo scoperto. Non corro abbastanza veloce e non sono in forma come dovrei. E qui entra in gioco la Micra”, pag. 63), svogliato, in libertà vigilata e sotto la tutela di Paulo, un ex galeotto che riabilita gli avanzi di galera come lui con la boxe. Cal, dunque, viene tirato in mezzo da Morris Tiernan che gli affibbia un compito senza possibilità di rifiuto: recuperare Rob Stokes, un mazziere della bisca di Tiernan, che se n’è fuggito con un gruzzolo e – lo si scopre poi – con sua figlia minorenne Alison.

Ma Innes non è solo. Sulle sue tracce c’è anche il pazzo Mo Tiernan, figlio di Morris, animato da una discreta dose di rabbia nei confronti di Innes e dedito, con la sua squinternata banda (“Baz accende la canna e io mi catapulto su quella bastarda come se fosse latte materno. Colombo non stava facendo niente. Era troppo impegnato a sparare cazzate su questo porno incandescente, con tanto di cani, che aveva preso in prestito da un tipo con cui era stato in prigione. Non avevo voglio di ascoltarlo. Eravamo lì per fare scorta, non per ascoltare un coglione che cominciava a sudare guardando una troia che lo prendeva in culo da un alsaziano”, pag 46), a spacciare droga e a randellare gente. Oltre a lui, nella mirabolante saga alla ricerca di ladro, pupa e malloppo, c’è anche Donkey, un lercio poliziotto mancuniano che segue Innes come un segugio per riportarlo in gattabuia.

Un libro psichedelico, narrato alternativamente nelle prime persone di Cal e di Mo, con una scrittura che entra come un trapano nelle coscienze di questi personaggi, alla velocità di una fottuta Micra spedita a tavoletta sulle umide autostrade inglesi. Uno spasso, non c’è che dire; avvincente, duro e secco. Con dosi di realismo e crudezza che in alcuni tratti mi han fatto ricordare il miglior Irvine Welsh, ma con una dose di umorismo e di cinica ironia che rende anche il bassofondo più lercio un tavolo chirurgico.

E il finale, come l’incipit, è di quelli giusti: di quelli che, scorsa l’ultima lettera, ti lasciano a sorridere da solo, soddisfatto. Come quando, dopo un pranzo luculliano, ci si può alzare da tavola ruttando felice. Un libro da leggere. Senza mezze misure. Burp

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