Raymond Chandler

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Credo che sia importante avere presente le radici delle cose, aiuta a capirle meglio. Ed è per questa ragione che voglio spendere due parole su quello che viene ritenuto uno dei padri del genere Noir, ed in particolare dell’hardboiled: Raymond Chandler (1888-1959).

Da quando, nel 1896 la rivista americana Argosy si specializza nella pubblicazione a puntate di racconti pulp (che come noto erano stampati su di un supporto cartaceo di bassa qualità) il genere si affaccia sullo scenario della letteratura. Si deve aspettare però il 1929 quando Dashiell Hammet pubblica quello che viene riconosciuto come il primo vero racconto hardboiled: The Red Harvest. Ed assieme ad Hemmet, Latimier, Spillane e McCoy, Chandler è sicuramente uno dei massimi esponenti del genere, le cui pubblicazioni trovano spazio, come quelle dei suoi colleghi citati, nel magazine americano (e si, ragazzi: american school!) Black Mask.

Un genere che tenta di spiegarsi già dal nome. Hardboiled vuol dire infatti, lesso, “bollito duro”, tosto in qualche modo. Dei veri e propri duri sono i protagonisti di questo genere. Pensiamo alla saga che ha reso celebre Raymond Chandler, quella dell’investigatore privato  Philip Marlowe. Philip Marlow è decisamente un figo, non a caso sul grande schermo viene interpretato da Humphrey Bogart o Robert Mitchum.

Nel 1939 Chandler pubblica negli Stati Uniti “The Big Sleep”. L’investigatore privato Philip Marlowe viene assunto da un moribondo milionario, il generale Sternwood. Qualcuno sta ricattando la figlia minore del generale, Carmen, e Marlowe ha il compito di risolvere la questione. Presto nella storia si comparirà anche l’altra figlia del generale, Vivian. La trama si infittisce tra gangster, bische, assassini, ex contrabbandieri  e ricattatori vari, belle donne e poliziotti che, quando non sono corrotti, hanno semplicemente l’intuizione sbagliata.

Raymond Chandler

Philip Marlowe credo rappresenti un punto di svolta per il modo di intendere  i protagonisti della letteratura d’azione. Chandler ci offre un personaggio tutto d’un pezzo, che opera al limite della legalità e che non esita a valicare quel limite quando il suo ferreo codice etico glielo impone.  Egli  è immerso fino al midollo nel mondo del crimine e del malaffare, ci naviga con abilità ma non vi appartiene: è il punto di raccordo tra il bene ed il male.

Un personaggio come Marlowe è la testa di ponte che aprirà la strada ad una letteratura d’azione  (moderna?) che non teme di rappresentare  un contesto sociale nella maniera più aderente possibile. Che mette a nudo l’abbruttimento, l’intrigo e la corruzione, morale prima di tutto, che la vita metropolitana cela.  Una critica implicita al genere del predominante negli anni di inizio secolo: il giallo classico. Lo stesso Raymond Chandler  accusava il genere del giallo tradizionale di poco realismo. Il finale del giallo, infatti, nasce per rassicurare il lettore. I giallisti classici dicono al lettore che le cose più efferate ed orrende possono succedere, certo, ma alla fine il Cattivo viene preso e punito così che  tutto può tornare alla normalità. Chandler  riteneva inadeguata una visione di questo tipo. Come dargli torto?

Ma torniamo a Philip Marlowe e a come ce lo presenta il suo autore nella prima opera della saga,  del 1939 “Il grande Sonno”:Ero corretto, lindo, ben sbarbato e sobrio, e me ne sbattevo che lo si vedesse”. Capito il tipo? Ben piazzato, con i pugni e la pistola sempre pronta, oltre ovviamente ad un inesauribile scorta di caustica ironia.

Un ironia che mal cela però una angoscia che Chandler prende a piene mani dagli Esistenzialisti. Certo, è  il 1939, la situazione su scala mondiale sarebbe andata, tanto rapidamente quanto irreversibilmente, a puttane di lì a poco. Era nell’aria il fetore dell’ inchiostro mortifero con cui le pagine più nere di tutto il ‘900 erano state redatte e  stavano  andando  in stampa. Ma c’è qualcosa di più.

È un angoscia che si sente palpabile nelle atmosfere oltre che nei dialoghi di Chandler, un’angoscia per la condizione che il singolo si trova a vivere. Quella di Marlowe è una Hollywood crepuscolare dove tutto (o quasi) è in vendita e la prevaricazione sul prossimo è la regola. Tutto è in vendita o quasi,  certo, perché l’unica cosa che nel mondo di Marlowe non è in vendita è l’onore e la lealtà dello stesso Philip Marlowe. In questo aspetto si differenzia da quasi tutta l’accozzaglia umana che lo circonda, perché Philip Marlowe è un figo tutto d’un pezzo. Chandler del suo personaggio ha scritto: “Marlowe ha tanta coscienza sociale quanta ne ha un cavallo. Ha una coscienza personale che è una faccenda totalmente diversa”.

È fuori di dubbio che con le sue opere Raymond Chandler (così come i suoi colleghi sopra citati) abbia influenzato in maniera copiosa la produzione letteraria, e quindi cinematografica, degli anni successivi.

Pensiamo a tutti i protagonisti di romanzi d’azione (A loner but not a loser,  un solitario ma non un perdente), solitari, ironici e disincantati dalla ferrea integrità, ma non per senso di giustizia acriticamente assunta, ma per scelta cosciente e convinta, tanto da farla diventare un mestiere. Onestamente credo che il panorama letterario e cinematografico ci abbia offerto più di qualche soggetto di questo stampo, magari con qualche piccola variazione. Penso al  Clete Purcel di “L’urlo del vento” del grandissimo Burke,  o a certi protagonisti dell’inarrivabile Joe R. Lansdale.

Raymond Chandler

Per non parlare del cinema dove l’indimenticabile Henry Callaghan di Clint Estwood non era altro che un Marlowe degli anni ’70, oppure alla voice over in Blade Runner che  è  un tributo al detective di Chandler.

Da segnalare una parodia che il grande Bukowski  fa dell’ hardboiled nel suo romanzo Pulp. In Pulp Bukowski calca alcuni tratti caratteristici del detective da hardboiled, il suo Nick Belane infatti non è solo disilluso ma è proprio depresso, sovrappeso, alcolizzato, non vive dei soli guadagni che il lavoro gli fornisce, ma anzi è assediato dai creditori. Per non parlare di come viene trattata in Pulp la figura femminile,  che nei racconti Chandleriani, oltre a rivestire ruoli fondamentali, era un vero e proprio simbolo dell’erotismo. Il Nick Belane  il sesso è poco più che uno sbiadito demone …insomma: il protagonista di Bukowski è sia loner che loser.  Bukowski però  lascia la struttura formale del racconto tipica del hardboiled. Un racconto dove l’azione è incalzante ed il ritmo è serrato mentre il mistero si infittisce e la situazione si complica pagina dopo pagina.

Raymond Chandler, per quanto riguarda la costruzione delle sue storie si è pronunciato così: “A noi autori si richiedeva azione ininterrotta: se ci fermavamo a pensare eravamo perduti. Avevi un dubbio? Dovevi subito far entrare qualcuno con una pistola in pugno”.

Bisogna dire che per essere stato un autore che non poteva permettersi di fermarsi a pensare ha scritto dei veri capolavori. Prova ne è il fatto che a settant’anni di distanza le avventure di Philip Marlowe oltre che mantenere uno sconfinato fascino,  sanno essere di una godibilità sorprendente.  Specialmente se pensiamo a quelli che erano i toni ed i registri con cui venivano redatti i libri degli anni quaranta.

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