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Red State, quando il New Jersey è rosso sangue

Red State, l’ultimo film di Kevin Smith (2011) non è mai uscito in Italia, ma distribuito direttamente in home video negli USA. Ecco gli ingredienti di un pulp-ettone socialmente impegnato

L’arte è fine a se stessa? O meglio: l’arte può avere anche intenti moralistici o moraleggianti? È passato più di un secolo dalla scomparsa di Oscar Wilde e il mondo dell’arte è cambiato per molti versi, quello non è cambiato è l’omofobia, che esiste nelle grandi città, come nelle piccole comunità.

Parla di questo Red State, l’ultimo capolavoro di Kevin Smith, che nel promo si fregia di riportare una dichiarazione di favore da parte di Quentin Tarantino: «Lo amo fottutamente questo film».

E altrimenti non potrebbe essere, dato che il protagonista è il predicatore numero uno: parliamo di Michael Parks, l’eroe Ray Ban addicted delle saghe di Kill Bill e Grindhouse, versatile come un novello Peter Sellers a stelle e strisce. La pellicola è stata presentata al Sundance Film Festival nel 2011 e poi distribuita direttamente in home video: questa la ragione per cui non è mai giunta nei cinema italiani.

Red State, quando il New Jersey è rosso sangue

Anche il genere del film d’azione appare riduttivo, all’interno di un film che mescola ideologia, pistole e un grande bluff.

La storia racconta infatti di tre studenti liceali (che come nei migliori cliché, questi sì, dell’horror) che cadono in una trappola ordita via Internet: i tre devono incontrare una donna conosciuta su un sito di incontri hot con la promessa di un’orgia. La donna vive nel bosco di Cooper, luogo in cui dimora il pastore Abin Cooper (Michael Parks) e la sua setta filocristiana che si oppone all’omosessualità attraverso picchetti e manifestazioni pubbliche.

Naturalmente, la serata dei tre ragazzi si interrompe subito: si tratta infatti di una trappola con cui Cooper e i suoi irretiscono ragazzi dalla sessualità promiscua e omosessuali, per appenderli a una croce con della pellicola da cucina e sparare loro in testa.

Ma a un certo punto tutto precipita e la visita di routine della polizia locale si trasforma ben presto in una strage, che richiede la mediazione dell’FBI nella persona di Joseph Keenan (John Goodman): sparatorie e sangue, uccisioni e strategie portano a un rush finale, il faccia a faccia tra Cooper e Keenan, con una risoluzione che riesce a essere compresa solo nell’ultima scena, in cui Keenan viene chiamato a rispondere ai vertici dell’FBI dei suoi errori nell’azione di polizia compiuta.

Il film è farcito da dettagli ironici come nei migliori film di Tarantino: Smith è in fondo pur sempre il regista di Clerks e ha voluto ricreare una grande farsa in cui ha inserito la sua opposizione ai credi religiosi, la lotta all’omofobia, un gran garbuglio federale e quella magia che solo litri e litri di sangue finto sanno restituire allo spettatore.

Che alla fine resta un po’ con l’amaro in bocca, ma solo per via della durata un po’ troppo succinta.

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