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Rim of the world, la recensione

Rim of the world è la solita minestra riscaldata . Un teen movie a metà tra Stranger Things e Indipendence day capace soltanto di annoiare il ragazzino che è in noi.

Netflix strizza l’occhio agli appassionati di storie di formazione e decide di proporne una in chiave sci-fi, richiamando apertamente i film di invasioni aliene degli anni ’90, Indipendence day su tutti.

Il risultato però arriva appena alla sufficienza perché la pellicola è troppo telefonata, il 90% delle situazioni sanno di già visto e gli alieni “digitali” – un brutto misto tra i mostri di Predator e quelli di Alien – non fanno quasi paura.

Lo so, il giudizio è impietoso ma non posso farci nulla: il film non ha difetti così evidenti (a parte gli alieni, inteso), ma la pecca più grande è quella di avere copiato pedissequamente un canovaccio che ormai sappiamo a memoria, vedi alla voce gruppo di ragazzini perdenti che deve salvare il mondo, questa volta dagli extraterrestri.

Ovviamente abbiamo un nerd insicuro, uno snob chiacchierone, un’orfana ed un ragazzino ispanico fuggito dal carcere minorile. Naturalmente si spostano in bicicletta (sic..), l’orfana si innamora di uno dei tre – tranquilli non spoilero – e, per finire, i nostri eroi riescono nelle loro impresa (ops, ho spoilerato).

Insomma, il solito mash up fantascienza-azione-avventura-commedia.

Partiamo da una semplice considerazione: se i Goonies, E.T., Stand By me, Stranger things e mettiamoci dentro anche Super 8 e l’ultimo It non esistessero The Rim of the world sarebbe una pellicola originale e divertente. Purtroppo però visto la palese scopiazzatura da operazione commerciale non si può non storcere il naso verso l’ennesimo prodotto di un filone che a questo punto dovrebbe essere messo per qualche tempo in naftalina, fino a quando, insomma, non ci saranno nuove idee.

Sia chiaro, sono certo che Rim of the world funzionerà per buona parte del pubblico di adolescenti cui è rivolto proprio perché è scritto, diretto ed interpretato con il pilota automatico, senza correre alcun rischio, cerca di piacere a tutti i costi e – questo va riconosciuto – strappa qualche sana risata.

Ma è giunto il tempo di capire che la vacca è stata munta sino all’ultima goccia ed in attesa dell’imminente terza stagione di Stranger Things bisognerebbe iniziare a pensare a qualcosa di più accattivante. Un pubblico pensante non può accettare di vedere storie che sembrano ormai il prodotto di un logaritmo.

Come direbbe Maccio Capatonda: “Mobbasta veramente però!”.

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