Robert Louis Stevenson e la struttura dell’orrore

Robert Louis Stevenson (feat)

Robert Louis Stevenson, scrittore geniale che ha spaziato in ogni genere, risultando eccellente in ognuno di essi: “Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hide”, “L’isola del tesoro”, “Il padilgione sulle dune”, “Il diavolo nella bottiglia” sono romanzi che si commentano da soli e da soli testimoniano la perfezione letteraria alla quale era giunto il loro autore.

Dall’avventura alla psicologia, dal sentimentalismo all’orrore non c’è genere che Stevenson non abbia scardinato con la sua prosa naturale come l’acqua che sgorga dalle sorgenti e liscia come l’olio ricavato dagli ulivi.

Cerchiamo però di estrapolare la struttura del racconto dell’orrore analizzando due suoi racconti meno conosciuti rispetto ai capolavori citati in precedenza: “Il ladro di cadaveri” e “Janet la storta“.

Nel primo racconto, “Il ladro di cadaveri”, il narratore narra di Fettes, un uomo che vive a Debenham, un tranquillo paese della campagna inglese. La vita di Fettes viene letteralmente stravolta dall’arrivo in paese del Dr. MacFarlane. MacFarlane ricorda a Fettes il suo oscuro passato, un passato che Fettes si era volutamente e tenacemente lasciato alle spalle.

Inizia così il racconto delle vicende del giovane Fettes, studioso di medicina che venne coinvolto proprio da MacFarlane e dal Professor K in un traffico di cadaveri e a volte anche in omicidi per procurarsi i copri da studiare. Un giorno MacFarlane e Fettes si trovano di fronte a un’esperienza soprannaturale che li farà sprofondare nell’orrore, un orrore che ha portato Fettes ad abbandonare sia gli studi di medicina, sia le due persone che l’avevano coinvolto in quell’ignobile attività e a lasciarsi alle spalle il suo passato.

Nel secondo racconto, “Janet la storta”, il reverendo Murdoch Soulis, residente a Belware, è circondato da un alone di terrore: anche il protagonista di questa storia ha vissuto nel passato un’esperienza che l’ha cambiato. Il suo passato viene qui narrato da un vecchio bevitore, che dopo qualche bicchiere di troppo ha il coraggio di avventurarsi nella narrazione di fatti così terribili sottaciuti da tutto il paese. Janet McClour, sospetta di essere una strega capace di fare il malocchio e mal vista da tutti gli abitanti del villaggio, venne presa dal giovane reverendo come donna delle pulizie della parrocchia, nonostante i continui lamenti della popolazione.

Janet era accusata di essere indemoniata,però il reverendo non si curava di queste maldicenze, fino a quando un giorno venne avvistato in paese un uomo nero che scatenò l’orrore a Belare. Il reverendo Soulis visse una di quelle esperienze che non si dimenticano più e da quel giorno la sua vita non fu più la stessa.

Nonostante le intenzionali elisioni descrittive, i due racconti vengono intessuti su una struttura pressoché identica: c’è n protagonista (che indicheremo con la lettera P), con un passato oscuro (PO) lasciatosi alle spalle, arriva un uomo dall’esterno (E) – MacFarlane nel primo caso, Il vecchio bevitore nel secondo, che ricorda tale passato oscuro del protagonista attraverso la sua narrazione (NP) dove l’orrore si è sviluppato al suo massimo grado di espressione (O), cambiando per sempre la vita del protagonista (C).

Su questa struttura riassumibile con la formula P+PO+E = NP+O = C, Stevenson intesse magistralmente due racconti tanto brevi quanto intensi, attraverso una scrittura sintetica, ma sempre illuminante anche dal punto di vista descrittivo, oltre che da quello psicologico.

E’ una struttura basata su una inversione temporale tra il racconto scritto e il racconto appreso dal lettore, perché il protagonista che conosciamo al principio del racconto è già definito per gli avvenimenti precedenti della sua vita, elementi che noi conosceremo solamente in una fase successiva.

Una struttura tanto semplice quanto efficace e per rendersene conto pienamente basta aprire le pagine di questi due racconti e leggerli!

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