Roger Waters in concerto a Città del Messico, la recensione

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La recensione di Fabio Chiesa direttamente da Città del Messico dello storico concerto di Roger Waters in esclusiva per Sugarpulp MAGAZINE. Quando la musica abbatte i muri.

Sono passati quasi dieci giorni dalla serata del 1° ottobre e l’eco del concerto che Roger Waters ha tenuto nel Zócalo di Città del Messico continua a rimbombare per tutto il paese. L’artista britannico ha utilizzato l’intramontabile musica dei Pink Floyd ed uno spettacolo audiovisivo unico al mondo per risvegliare la coscienza del popolo messicano e del mondo intero di fronte ad avvenimenti ed idee che nel 2016 non dovrebbero più avere ragione di esistere. Ma andiamo per ordine.

Molto più di un semplice concerto.

Le date di Roger Waters nella capitale dovevano essere soltanto due, il 28 e 29 settembre, presso il Foro Sol (l’arena più grande della città). Capita intanto che Donald Trump inizi a parlare di costruire un muro tra Stati Uniti e Messico e che il presidente messicano Enrique Peňa Nieto, versione zerbino, decida scelleratamente di invitare il candidato repubblicano in un incontro criticato dal paese intero.

Ed è allora che Waters annuncia una data gratuita nel Zócalo (o Plaza de la Constitución, che sarebbe la piazza principale di Città del Messico, circa 50.000 mq), per dire NO al muro proposto dal magnate americano e all’atteggiamento di sudditanza dimostrato dal premier messicano.

Succede così l’impossibile: da un’idea – se così vogliamo chiamarla – di Trump nasce qualcosa di buono.
Nel giro di pochi giorni il concerto del Zócalo è sulla bocca di tutti. Tv e giornali non parlano d’altro ed il 1° ottobre si respira per la città un’ inebriante sensazione di spasmodica attesa per quello che qui a Città del Messico è già considerato come uno degli eventi del secolo.

Il mio, di concerto, inizia ufficialmente verso le 16,30 quando arrivo insieme a mia moglie nella piazza già affollata. Tutti sono alla ricerca di un buon posto per godersi lo spettacolo. Inutile dire che i primi 30-40 metri di fronte al palco sono occupati da gente che si è piazzata dal giorno prima.

Ma lo spazio è enorme e a quell’ora è ancora possibile, defilandosi un po’, trovare un buon posto. Passano le ore, la folla cresce, e tutti iniziano a difendere con le unghie e con i denti il proprio spazio vitale. Fino alle 20, quando, puntuale come un orologio, Waters fa il suo ingresso sul palco ed inizia uno show lungo 25 canzoni.

Lo Show: derriba el muro!

Il mega schermo posto dietro il palco (90 metri di lunghezza x 14 di altezza) si illumina ed il concerto comincia sulle note di Speak to me” e Breathe, proprio quando dal cielo iniziano a cadere le prime gocce di una pioggia che accompagnerà gran parte della serata.

Per non lasciare spazio a dubbi sulle motivazioni che stanno dietro all’evento, dopo pochi minuti compare un’enorme scritta che manda in visibilio il pubblico: “If you are not angry you are not paying attention”.

Roger Waters ripercorre i principali successi della band in un tripudio di luci immagini, effetti e suoni capaci di proiettare i 200.000 spettatori in un’esperienza unica ed irripetibile, un rito collettivo che celebra la musica e la vita.

La piazza si scatena quando sulle note di Pigs (Three different ones) iniziano a comparire immagini di Donald Trump via via più dissacranti, tra le quali Trump vestito da membro del Ku Klux Klan e da schiava sessuale. Infine, il buon Donald con il corpo di un maiale ed un messaggio a caratteri cubitali che più esplicito non si può, Trump eres un pendejo, sul cui significato lascio spazio alla vostra immaginazione.

La piazza esplode sulle note di Shine on you crazy diamond, Wish you were here e soprattutto Another brick in the wall part 2 per interpretare la quale Waters chiama sul palco una ventina di bimbi messicani con addosso la t-shirt Derriba el muro (Abbatti il muro).

Sul finale del concerto non mancano le critiche al presidente Peňa Nieto al quale Waters dedica una lettera nella quale chiede apertamente le sue dimissioni per i tanti drammatici eventi accaduti sotto il suo governo, soprattutto la strage di Ayotzinapa e successiva scomparsa di 43 studenti. Il motto Renuncia Ya (Dimettiti) riecheggia come un grido di battaglia in tutta la piazza, mentre lo spettacolo si conclude con l’immancabile Comfortably numb con tanto di fuochi artificiali ad illuminare la Catedral Metropolitana.

Gracias, Roger.

Va detto che andar via dalla piazza si dimostra molto più difficile di quanto non lo sia stato entrarci. Ma a quel punto siamo tutti felici e rilassati e con una certezza in più: quando Trump ha iniziato a parlare del muro non aveva fatto i conti con uno come Roger Waters che, i muri, li abbatte da quasi cinquant’anni con la forza della propria musica. Gracias, Roger.

 

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