Rosa

Rosa, un racconto inedito di Chiara Baldini per Sugarpulp

“M’era pur sembrato di sentire rumori strani al piano di sopra” – il dito tozzo punta in alto, l’unghia smaltata di madreperla – “Avrei detto gemiti, capisce, il tipo di rumore che non ci si aspetta di sentire nella casa di una signora anziana” – quell’ ‘anziana’ volutamente pronunciato a rilento – “E poi parole straniere un po’ troppo a voce alta, ecco” – continua la signora in vestaglia di lana e ciabatte di spugna, carezzando la radiografia di cane che le è appena saltata in braccio – “Che poi si sa bene: in quella casa ormai la slava la faceva da padrona, con quel suo sorrisetto fasullo e le gonne corte” – e la radiografia di cane a questo punto sembra quasi annuire, col muso temperato a punta di matita, stessa espressione comaresca della padrona – “Sì, che magari al figlio ha fatto anche qualche moina per farsi assumere, capisce cosa intendo?” – e la donna rotea la mano in aria due volte, scoprendo il polso grassoccio, strozzato da un orologio – “Ha parlato col figlio, no? Distino signore, sulla cinquantina, sempre ben vestito, un imprenditore per quel che ne so, moglie giovane, appunto, capisce cosa intendo?” – breve silenzio –“Vi ha chiamato lui, l’ha trovata lui, no? Che tragedia!” il giovane paramedico annuisce frastornato – “Dovrei salire a fargli le condoglianze, a questo punto, sì dovrei, forse” – il giovane paramedico blocca garbato l’inquilina con il palmo della mano e scuotendo il capo le sconsiglia l’azione.

Alle 18.00 di Domenica, il distinto signore si allaccia il cinturino di pelle dell’orologio d’epoca e dà aria ai capelli brizzolati con la punta delle dita, in piedi davanti allo specchio a figura intera nell’ampia camera da letto minimalista. Tre cravatte appoggiate sul mobile accanto, pronte per il sorteggio. Il suo sguardo si lascia distrarre dall’immagine riflessa di una giovane donna che sta uscendo dalla sala da bagno – perché solo così è giusto chiamarla – nella sua linea bruna e slanciata, elegante in un vestito morbido. A passo lento gli si avvicina fino a nascondersi tra le sue scapole. Solo allora lui può sentire la carezza delle mani che risalgono la sua schiena fino alle spalle. Poi, due labbra fanno capolino dalla sua nuca e sorridenti si trasformano in un giocoso, delicato morso sul lobo. Qualche parola sussurrata e di nuovo quel sorriso di burro a chiudere la partita: il potere della bellezza è una costosa patta di fresco di lana che si gonfia solo per pochi, semplici gesti.

Ignorando volutamente la materia nobile nei pantaloni del marito, la donna afferra gatta le tre cravatte, le vaglia, e gli porge la vincitrice, che lui annoda con sapienza borghese, ripiegando con cura il colletto della camicia. Compiaciuta, lei batte le mani delicata come una bambina, lasciando che il solitario all’anulare ammicchi un poco. Quindi, si affaccia alla specchiera e compie il rito della scelta dei gioielli, fossero mai pochi.

Così, il distinto uomo d’affari e la sua Madonna del Petrolio si preparano alla serata e fare la loro entrata sfavillante nel salone della Villa, tra uomini e donne altrettanto ben incorniciati e pronti al prossimo giro di poker corporeo: nulla di meglio per tenere alta la bandiera dell’unione nuziale, che giocare a girare le coppie, infilandosi nei vestiti di altri coniugi, simili e soprattutto paritetici; gli stessi amici che poche ore prima si sorridevano sul sagrato del Duomo, con le pance piene di ostie.

C’è la comunione dello spirito e c’è la comunione della carne.

E poi c’è il pulirsi la coscienza con l’opera pia della visita a una madre anziana, andante sia nello spirito sia nella carne.

Alle 19.00 di Domenica, mentre la pendola del tinello canta l’ora spaccata, le mani ben curate del distinto figlio lisciano nervose il fresco di lana lungo le cosce sedute alla giusta distanza dalla secca figura materna, inghiottita da una poltrona.

“Come andiamo?” – il nulla.

“Coraggio signora, saluta tuo filio” – la voce sottile fuoriscena.

E quel passerotto implume lo guarda a vuoto, come se sapesse realmente che quell’uomo, uscitole una volta dal ventre, è diventato vuoto davvero. La bocca raggrinzita, ma sempre colorata – su prepotente richiesta – da un filo di rossetto rosa, trema come se da un momento all’altro volesse rilasciare parole; ma è la mano, con le due fedi che rotolano sciacquando sull’anulare scheletrico, che dice ciò che c’è da dire: si tende verso l’uomo solo per un minuto, lungo, e poi si accascia rassegnata in grembo.

“Lei bene, tuto bene, mangia e poi guarda tivù con cufie, o noi passa guaio per volume troppo alto, vero signora? Noi passa buon tempo, noi sta bene” – riprende la voce sottile e meno fuori campo.

Il distinto figlio sorvola tranquillamente sopra quel ‘noi’ per il quale in fondo paga mensilmente: il prezzo del sollievo dal comandamento che dice di onorare i genitori.

“Bene, allora ciao mamma, magari torno fra qualche giorno” – quindi drizza lo sguardo verso la slava – “Tu, mi raccomando, sai cosa fare” – e gli occhi neri di lui rimbalzano prima nelle due pozze azzurre della giovane e poi di striscio sul suo seno aguzzo, che annuisce impercettibile come tutto il resto del corpo, in silenzio; solo i capelli d’angelo frusciano di poco, mentre il distinto figlio le si muove accanto e con due passi arriva alla porta d’ingresso, la apre e la chiude con forza.  Allora, le pozze azzurre si chiudono stizzite e quando si riaprono non brillano più docili.

Alle 20.00 di Domenica, la sigla del telegiornale si stampa a vuoto nelle pupille lattiginose della povera cara signora mentre consuma la sua cena ospedaliera al cospetto della slava che osserva a braccia conserte gli sbrodolamenti. “Bene, tu ha finito ora” – la giovane comincia a fingere di sparecchiare la tavola quando la mano della cara signora le blocca il polso di scatto; lo sprazzo di lucidità di una forza passata che si ripropone. La slava, per nulla sorpresa del gesto, incrocia lo sguardo blu con il latte, per un secondo di sfida – “Puliscimi!”– un filo di voce vecchia, ma un filo di ferro. La slava intinge sgraziata un lembo del tovagliolo nel bicchiere e come una pialla stira per un attimo quelle rughe sporche – “Rossetto!” – la cara signora padrona ci tiene ora come allora, e la slava passa su quelle due lame di labbra un velo di rosa. “Ecco signora, tu ha ragione, tu ora molto più bella” – ironia esteuropea. Così quel volto di prugna secca, ora appagato, chiude il sipario del rituale dopo pasto, ritornando a calzare uno sguardo tanto vacuo quanto quello riservato al distinto figlio poco prima.

“Ora di tivù” – la slava molla di nuovo quel corpicino alle fauci dalla poltrona, poi ne corona la testa con un paio di cuffie enormi. Il capo della cara signora traballa sotto il peso, rotea e infine si abbandona all’indietro, la slava ghigna, lo schienale blocca la caduta, la slava ghigna ancora. Con un sospiro la cara signora si abbandona al suono, allo schermo blu, a ciò che le attraversa la testa coronata, e sorride. Sorride in rosa, e beata non sente più altro che la tivù. Non sente la sguaiata suoneria che parte dal cellulare della slava poggiato sul tavolo.

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