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Rosa

“Tu, sali!” – e senza lo stacco di un’attesa la badante corre al citofono, preme il pulsante, si guarda allo specchio macchiato d’epoca appeso in ingresso, si sistema i capelli d’angelo e, guardando di sottecchi la beata signora rapita dal piccolo schermo, ruba una passata di rosa per le sue labbrucce succose e pronte.

Alle 20.30 di Domenica le stesse labbra sono troppo impegnate per rispondere al cellulare che suona di nuovo, ignorato, sul tavolo fintamente sparecchiato: il nome del distinto signore a chiare lettere sul display illuminato. In quel momento, le labbra della slava stanno già lustrando l’inguine di un ragazzo smunto, viso triangolare in pieno godimento e mani grandi, grandi a sufficienza da stringerle la testa per guidarne meglio i movimenti. E proprio mentre la cara signora nel suo sorriso rosa ritorna bambina davanti a un carosello, dirigendone serafica la musica, testa dondolante a ritmo e mani in piena frenesia, il ragazzo smunto raggiunge l’apice e spruzza di gioia in bocca alla slava. “Ora tocca te, tu promesso” – la badante si passa il dorso della mano sulla bocca e si ferma a guardare la strisciata rosa di rossetto e residuo. “Prima, da bere” – lo smunto assetato si tira su la lampo e si dirige verso la cucina – “Spero ci sia, da bere” – mezza minaccia – “Si, ho preso” – il ragazzo si riaffaccia in tinello con una bottiglia in mano, tira fuori un accendino dalla tasca dei jeans e fa leva sul tappo, provando a mirare verso la cara signora – “Mi fa schifo guardare quella mummia. Schifo! Ma come fai, tra moccio e pannoloni? – e scaccia la misera visione con un lungo sorso di birra.

“Lei pena, lascia stare, tu ha promesso, ora dai roba” – tutto il coraggio in una secca richiesta. Lo smunto ciondolante si appoggia quindi al tavolo e vi lascia cadere una bustina di plastica trasparente, piena di pasticche colorate. “Scegli, signorina” – un invito biascicato, e la badante affatto timida si avventa sul bottino. Rosa è anche la chicca scelta; così la slava strappa di mano la bottiglia al ragazzo, per calarsi di rosa anche oltre le labbra. Lo smunto riproduce rapido la stessa sequenza di gesti e poi strizza l’occhiolino alla slava. “Bambina egoista” – il ragazzo, faccia da satiro, alza solo un angolo della bocca – “Facciamo felice anche la tua padrona”. Un guizzo fin troppo lucido e lo smunto è accanto alla cara signora, che si desta dal sogno catodico e lo guarda curiosa, rivolgendogli a sorpresa un sorriso rosa, disarmante.

Lo smunto replica alzando di nuovo solo un angolo della bocca  – “Tanto la odi, vero?” – gira la testa, guarda umido la slava, e in un secondo ritorna sulla cara signora, calzandole una pasticca rosa in bocca e forzando un buon sorso di birra. “Ecco fatto!” – lo smunto ammazza la bottiglia in un colpo e rutta.

“No, cretìn!” – con tutto il corpo e con i capelli d’angelo all’aria la slava si butta verso la poltrona.

Ma la chicca rosa è scesa lungo il tubo rosa, dentro la cara signora.

Alle 22.45 di Domenica il distinto figlio chiude la chiamata sul suo cellulare e nello stesso istante il telefono nella casa della cara mamma smette di suonare. L’uomo si gira verso la donna, le sorride incerto, afferra la cravatta e se la annoda con fare meno borghese, mentre lei si tira su i collant. “Dovreste venire a cena da noi la prossima settimana” – azzarda lei un invito con la voce roca. Lui risponde distratto con un cenno del capo, poi scrollando la testa si alza dal letto, afferra la giacca e ne tasta le tasche con fare nervoso. Infine, esce dalla stanza senza voltarsi e senza aggiungere una parola.

Nell’atrio della Villa sua moglie e già pronta, di nuovo elegante nell’abito morbido.

I due si guardano e con le bocche serrate si dirigono verso l’uscita. “Temo di aver lasciato le chiavi di casa da mia madre” – il marito distinto rompe il silenzio e si porta nuovamente il telefonino all’orecchio.

Sul tavolo del tinello della cara signora il cellulare della slava squilla a vuoto, proprio vicino alle pasticche colorate e a un mazzo di chiavi.

“In realtà non ci siamo mai presentati, sa? Lo si vede passare poco, non che io stia sempre a controllare poi, ma la lasciava sola, troppo sola la povera signora. Non l’ho mai visto portarla a passeggio, anche se non credo lei riuscisse più a fare le scale, e come vede non abbiamo l’ascensore qui” – sospiro – “Le potrei dire che non saprei nemmeno riconoscerlo, se non di spalle” – l’inquilina si soffia il naso in un fazzoletto di stoffa – “Le spalle, coperte da un cappotto di ottima fattura, capisce cosa intendo?” – a questo punto la sottolineatura sta in un occhio che si stringe più dell’altro, quasi a mimare un po’ di arguzia – “È la tristezza del nostro tempo: i figli ti lasciano nelle le mani di perfetti sconosciuti, stranieri per giunta, ed ecco quello che succede” – l’occhio riprende la forma dell’altro e insieme salgono a cercare Dio – “Che poi non ti aspetti che possa succedere davvero, insomma, sembra una di quelle storie che al massimo leggi sul giornale, capisce cosa intendo? Non posso dire di averla mai conosciuta davvero, povera cara signora, ecco, non potrei dirle molto di più, per me era solo la signora del piano di sopra. Che brutta storia, povera, povera cara signora!”.
Alle 00.15 di Lunedì il giovane paramedico annuisce nuovamente all’inquilina in vestaglia, guardandosi a mo’ di scusa il quadrante dell’orologio. Chiude quindi il taccuino, clicca la penna e infila il tutto nella tasca del giubbotto blu, slegandosi così dal morso del monologo. Con un triste bagliore delle strisce catarifrangenti alla luce del pianerottolo, si volta quindi verso la scala e segue con testa, collo e sguardo il passaggio di altri due bluvesiti che reggono, uno per parte, quel sacco nero – apparentemente neanche tanto pesante – dentro il quale, ben coperta ma non più calda, la povera cara signora riesce dopotutto e per l’ultima volta a fare le scale.

Alle loro spalle, in un cappotto di ottima fattura, il distinto signore scende i gradini, grigio in volto.

In una mano tintinnano le sue chiavi di casa e nell’altra stringe il cellulare che la slava ha scordato sul tavolo.

 

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