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Secret State

Secret State è una fotografia del nostro presente, ma anche spionaggio, intercettazioni, assassini per la pubblica sicurezza

Rimaniamo in Inghilterra, con una mini serie in 4 puntate prodotta da Channel 4. La miniserie è ispirata al romanzo A Very British Coup di Chris Mullin, inedito in Italia.

Di cosa parla Secret State? Di noi, della nostra epoca, dei giorni tristi che stiamo vivendo.

Inizia tutto con un’esplosione in un’industria petrolchimica di una multinazionale americana (la Petrolfex), che provoca morti e feriti e un’interrogazione sulle norme di sicurezza. Si poteva evitare?

Secret State

Il primo ministro vola in America, per ottenere un pacchetto di risarcimenti. Ma durante il volo di ritorno l’aereo precipita. È stato un incidente o sabotaggio? Il vice premier Ted Dawkins (interpretato magistralmente da Gabriel Byrne) diventa primo ministro, e si trova a dover fare i conti con cospirazioni, corporazioni, servizi segreti e col suo passato, che cercava di tenere nascosto.

Poi c’è molto altro di più: il possibile inizio della terza guerra mondiale, il terrorismo, i pregiudizi.

Secret State indaga con cinismo e lucidità il rapporto sempre più teso fra corporazioni, governi e banche. È la lotta di un uomo, Ted Dawkins, che si trova nella posizione di poter cambiare qualcosa, di poter fare la differenza,  di poter risollevare la parabola discendente di quest’epoca.

È un eroe moderno, tragico e ombroso, affascinante e sfaccettato. Non è un supereroe immacolato, ma un uomo tormentato. In qualche modo mi ha fatto pensare al Batman di Nolan, anche se in realtà sono personaggi diametralmente opposti come visione del mondo.

Ho apprezzato moltissimo questa serie, anche se è un calcio sugli stinchi, di quelli che ti fanno lacrimare gli occhi. La fotografia è livida, fredda, in certe scene quasi surreale, ma questo non crea un distacco, rafforza l’idea di realtà, forse perché molto lontana da quella tv del dolore a cui siamo abituati.

Ted Dawkins è il classico antieroe con cui empatizzare: è la riserva che sta in panchina e si trova a fronteggiare la sua grande occasione. Ce la farà?

Secret State

Guardando questa serie non ho potuto fare a meno di pensare all’Ilva di Taranto, alle banche italiane e internazionali, al governo tecnico, alla crisi del lavoro, a quello che sta succedendo nel mondo, allo spread. Ted Dawkins è una persona onesta, che mette davanti a tutto i cittadini. Ted Dawkins è un paria della politica, che quando inizia a tagliare le spese militari inizia a subire attacchi e pressioni. Ted Dawkins è il premier che vorremmo avere tutti, ma che non può esistere nella politica attuale.

Ma Secret State non è solo Ted Dawkins: è anche spionaggio, intercettazioni, assassini per la pubblica sicurezza. Personaggi secondari sfaccettati e ben caratterizzati, che riescono a suscitare nello spettatore sentimenti, che siano di odio, o di affetto, o di disgusto.

Quattro ore scarse che scivolano via senza un attimo di noia, sceneggiate molto bene e con dialoghi forti, che a volte arrivano al limite della retorica, ma che comunque sono perfettamente in linea con la storia e i personaggi. Forse a volergli trovare un difetto è che è troppo denso: ci sarebbe voluta una serie da 8 ore, per esplorare bene alcuni aspetti e alcuni rapporti personali che vengono accennati o narrati in velocità.

Quello che Secret State ci consegna è una brutta fotografia di un’epoca che mi chiedo spesso come verrà ricordata fra cento anni nei libri di scuola.

Secret State è una miniserie amara, non reale ma perfettamente realistica, che ha la capacità di indurre lo spettatore a riflettere ma senza annoiarlo. Direi che solo per questo motivo andrebbe vista. Poi aggiungiamo che è girata bene e avvincente, e allora direi che è imperdibile.

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Nasce nel 1975 a Padova, completamente calvo. E’ convinto che sarà suo destino tornare ad avere quel tipo di pettinatura prima della pensione. Passa la sua età matura a bere spritz e bazzicare locali in cerca di donne, collezionando diverse figuracce che lo rendono noto in tutte le tre venezie. Riesce infine a incontrare l’amore della sua vita, che proviene da un’isola, la Sardegna, in cui la fama del Marzini non era giunta. Finito di correre dietro alle donne gli resta tempo libero, che dedica alla scrittura di racconti, fumetti e romanzi. Vince qualche concorsino letterario, pubblica dei racconti in diverse antologie, ma decide che vuole un romanzo con il suo nome in copertina. Inizia scrivere romanzi di diverso genere: dal thriller ucronico al romanzo di formazione, ma non funzionano. Decide allora di scrivere un romanzo per puro divertimento, senza pensare al giudizio della gente o a dimostrare di essere uno Scrittore con la esse maiuscola. Nasce Portello Pulp. Lo propone in giro e i primi ad accapparrarsi l’esclusiva sono Massimiliano e Serena, edizioni La Gru, su consiglio di Francesca Zannella. Per il resto Simone adesso sta lavorando a un nuovo libro, di genere diverso. Ma ha esaudito due desideri: pubblicare un romanzo e scrivere la sua biografia parlando di sé stesso in terza persona. A fine settembre è uscito il nuovo romanzo, Nordest Farwest. Nelle intenzioni dell’autore è il secondo di una trilogia pulp. Il terzo inizierà a scriverlo entro il 2013.

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