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See You Yesterday, la recensione

See You Yesterday è una strana contaminazione tra fantascienza e denuncia sociale che purtroppo non convince. La prima produzione di Spike Lee per Netflix lascia delusi e perplessi.

Prodotto da Spike Lee ed inserito tra gli originali di Netflix See You Yesterday è un film che tenta di mettere insieme sci-fi e denuncia sociale: sfortunatamente per noi l’esperimento non è riuscito ed il risultato è tutt’altro che entusiasmante.

Troppi i difetti palesi: buchi di sceneggiatura, colpi di scena – se così possiamo chiamarli – prevedibili, mancanza di ritmo, un finale aperto che lascia qualche dubbio ed un messaggio politico di fondo (c’è pur sempre dietro Spike Lee) che rende macchinosa una narrazione che avrebbe invece potuto virare verso una maggiore leggerezza.

La pellicola inizia presentandoci due adolescenti afroamericani della periferia di New York, C.J. e Sebastian, cervelloni nerd che passano il loro tempo a perfezionare la loro ultima strabiliante invenzione: degli zaini hi-tech che permettono di viaggiare nel tempo.

Quando una persona a loro cara muore i due tentano di sfruttare questa nuova tecnologia per cambiare l’ordine degli eventi.

Il film, diretto da Stefon Bristol, è stato sviluppato sulla base dell’omonimo corto del 2016 presentato dal regista per la sua tesi al NYU’s Graduate Film Program. I primi minuti fanno pensare ad un teen-movie o comunque ad un prodotto young adult, ma il divieto di visione ai minori di 14 anni fa presagire che ci saranno anche momenti drammatici che puntualmente arrivano.

Ed il problema sta tutto qui. L’intento del regista è della produzione è chiaro: utilizzare un prodotto catalogato come sci-fi per incanalare le istanze della comunità afroamericana sull’onda di movimenti come il BlackLivesMatter. Idea sulla carta originale e ardimentosa, ma nei fatti le due “anime” della pellicola non legano quasi mai e la scrittura della sceneggiatrice Frederica Bailey è troppo annacquata e confusa.

Ci sono problemi un po’ ovunque. Va bene che parliamo di viaggi nel tempo ma ci sono troppi paradossi temporali che restano senza spiegazione, così come il funzionamento degli zaini, una tecnologia esageratamente sofisticata per poter essere sviluppata da due adolescenti e sulla quale comunque restano parecchie perplessità.

Ma il vero punto debole è il volere insistere per tutto il tempo sulla tematica razziale in un lungometraggio che a mio avviso poteva vincere la sua scommessa puntando di più sul puro e sano intrattenimento. Intendiamoci, la difesa dei diritti della comunità afroamericana è sacrosanta, ma in questo caso credo si sia un tantino esagerato dimenticando di curare meglio i dettagli della parte sci-fi.

E pensare che il cameo iniziale Michael J. Fox come professore di scienze mi aveva fatto saltare sul divano…

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