True Detective, il senso della vita, e la narrativa epica della TV

E quindi uscimmo a riveder le stelle: True Detective, il senso della vita, e la narrativa epica della TV

Qualche anno fa uscivamo con le ossa rotte da quella che è stata, probabilmente, la prima grande Serie Mainstream: LOST, ovvero era tutto bellissimo ma poi anche no (c’erano stati altri, penso ai Sopranos e i Black Donnellys, ma nessun fenomeno culturale di quella portata. Forse Twin Peaks, ma era tutta un’altra cosa).

Allora versammo fiumi d’inchiostro sulla nuova narrativa televisiva, e sul fatto che i network, i grandi registi e gli attori di Hollywood cominciavano ad investire energie e dollaroni nelle serie TV.

Six seasons and a movie, auspicava quel giullare shakespeariano che è Abed di Community. 
Le storie si espandono oltre il limite cinematografico delle 2/3 ore, respirano a fondo. 
Il cinema si adegua, fioccano le trilogie e con la Marvel perfino un franchise di film citazionisti e totalmente autoreferenziali.

I personaggi si infittiscono, evolvono, si allungano nelle quattro dimensioni, le loro vicissitudini prendono la forma di epopee… e, salvo rari capolavori, finiscono impassibilmente diluiti, scarsi, vittime di derive inutilmente complesse o semplicistiche, di cangianti season finale come abiti da festa sempre più sgualciti. I’m talking to you, Dexter.

True Detective

Chi si salva, Breaking Bad fra tutti, mette la bandierina su una nuova vetta e aspetta a lungo che gli altri aggiustino il passo. Mi sono abituata alla pazienza. Poi, è arrivato True Detective.

True Detective ha in mano le carte giuste: format antologico che cambia ad ogni stagione, cast hollywoodiano di gemme nascoste, credits spettacolari, sceneggiatura solida con riferimenti culturali ricercati, e un doppio piano temporale (1995/2002 e 2012) perfettamente in equilibrio tra narrativa dialogica e azione.

La vicenda è quasi un cliché: due detective con storie e caratteri diversi lavorano al caso di un orrido omicidio rituale, che fa scontrare le loro opposte visioni della realtà, infilandosi come lame nella coscienza sporca di questa terra (una Luisiana torrida e bigotta).

Ture Detective

Mattew McConaughely è il detective Rust Chole: straordinarie capacità intellettuali e d’analisi, zero in condotta e vita sociale (sì, è come Sherlock quando si droga). Imbevuto di una metafisica nichilista che spiega paziente per buona parte della serie, Rust allaccia la storia di simbologie dolorose e soffocanti, che con il passare degli anni gli incidono il volto e i gesti.

Sembra impossibile che quelle due versioni di lui (il bell’agente tormentato del ’95 e il red-neck del 2013 a cui manca solo il fegato di ammazzarsi) siano state girate a tre mesi di distanza. Eppure. Guardate qualche intervista di McConaughely per farvi un’idea: Lazzaro è rinato nel 2013 attraverso Dallas Buyers Club e ora ti guarda con gli occhi molli di uno che è passato da corteggiare Jennifer Aniston su canale 5 ad essere il pupillo schizzoide di Christopher Nolan. 
Ed è subito amore.

True Detective

Woody Harrelson invece è Marty Hart, tipico detective duro (?) e puro (?!), che in questo scenario è uno Watson insofferente e macho, tutto proiettato nello sforzo del vivere normale malgrado l’orrore, contrapponendo alla carica cinica e distruttiva di Rust i suoi valori statici e contraddittori da American Dad. Però ne soffre tanto, quindi amiamo anche lui.

Le lotte per il potere, gli intrighi, i tradimenti, fotografia mozzafiato, figure femminili sottovalutate (perché sempre viste attraverso gli occhi miopi e violenti degli uomini deboli), i dialoghi che sono poesia cruda, musiche perfette e qualche colpo da maestro alla regia (come carrellata di sei minuti con rapimento, retata e sparatoria, entrata per direttissima nella storia del cinema)…

…ed è tutto qui, davvero. True Detective in otto ore solide e spettacolari parla dell’orrore che l’uomo infligge a se stesso e agli altri, ma anche dei modi per accettarlo e combatterlo senza diventarne parte.

Spoiler Alert: c’entrano le stelle.

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