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Il Serpente di Dio, la recensione

Il serpente di Dio di Nicolai Lilin segna il ritorno al grande romanzo d’avventura. La storia magnifica di due ragazzi in viaggio nel Caucaso tra Russia e Turchia.

Il Serpente di Dio, la recensioneTitolo: Il Serpente di Dio
Autore: Nicolai Lilin
Editore: Einaudi
PP: 353
Prezzo: cartaceo 20.00, ebook 10.99 euro

Il serpente di Dio è il nuovo folgorante romanzo di Nicolai Lilin, l’autore di origine Siberiana, nato in Transnistria che da alcuni anni, ormai, vive in Italia.

Fra le creste rocciose del Caucaso si celebra la grande avventura di Andrej e Ismail, due amici e un cuore solo: il primo equilibrato e saggio, il secondo tutto azione e istinto. Eppure in quell’equilibrio d’opposti sta la grande forza dei due ragazzi.

Sono loro i protagonisti della storia che si rivela magnifica fin dalle prime pagine, complice una scrittura ricca di fascino e magia, cesellata parola per parola, quasi Nicolai avesse voluto lavorare i capitoli del romanzo come pietre preziose.

Il Serpente di Dio, la recensione

Nicolai Lilin durante l’anteprima nazionale de Il Serpente di Dio a Piove di Sacco nella serata conclusiva della rassegna Sugarpulp a Teatro! (Foto di Damiano Tomasin)

Non dev’essere stato facile arrivare a una narrazione tanto diversa, seppur con molto in comune, rispetto ai precedenti romanzi.

Lilin è balzato da subito agli allori della Letteratura, grazie a un successo come Educazione Siberiana, un’opera prima che raccontava l’epopea criminale della Transnistria fatta di codici, simboli e tatuaggi dai significati profondi, capaci di regolare ritmi e gerarchie di quelle terre lontane, un capolavoro tradotto in ventitré Paesi e divenuto recentemente un magnifico film per la regia di Gabriele Salvatores.

Ma ora, con Il Serpente di Dio, quel filone autobiografico tratteggiato con cura e sensibilità e continuato con altri tre libri, s’interrompe per lasciare spazio a quello che non esitiamo a definire un nuovo ciclo narrativo.

Il Caucaso, dicevamo, scatola di roccia incastrata fra Russia e Turchia, fra religione cristiana e musulmana, fra agenti corrotti dei reparti operativi dell’FSB russo e gli squadroni dei terroristi musulmani.

Una terra dilaniata dalla guerra e dalla corruzione, dai giochi di potere volti a garantire profitti alla nuova Russia, quella uscita a pezzi dal crollo del regime sovietico, gonfiata a traffico di droga e ultra-violenza, che non manca di spremere dal Caucaso tutte le risorse possibili, al punto che proprio gli agenti corrotti dell’’FSB divengono faccendieri diabolici nel gestire le bande dei terroristi corrotti al fine di governare le vie della droga.

Il Serpente di Dio, la recensione

Matteo Strukul con Nicolai Lilin all’anteprima nazionale de Il Serpente di Dio a Piove di Sacco nella serata conclusiva della rassegna Sugarpulp a Teatro! (Foto di Damiano Tomasin)

Ed è proprio uno di quegli agenti, Konstantin, ad accordarsi con Hassan, capo delle bestie di Shaitan: sarà lui a dover prendere il villaggio di Andrej e Ismail, riducendo alla propria mercé la popolazione, per inaugurare una nuova via della droga.

E così, accade che mentre marciano verso quel paese incastonato fra le montagne del Caucaso, le bestie di Shaitan s’imbattono in Andrej e Ismail: i ragazzi riescono a fuggire appena in tempo e si ritrovano ben presto alle costole un cecchino.

In una fuga rocambolesca e disperata, proseguiranno fino al villaggio, un luogo tanto più unico e sacro perché in esso le comunità cristiana e musulmana vivono in pace: unite in un patto di amicizia indissolubile. Ma Konstantin e Hassan non allenteranno facilmente la presa, c’è troppo in gioco, e le loro vite andranno infine a intrecciarsi in un finale tutto da scoprire.

Con Il Serpente di Dio, Nicolai Lilin ci regala ancora una volta un romanzo importante, ricco di personaggi dai caratteri forti e approfonditi, di scene di pura azione, coreografate in modo incredibile e dal taglio cinematico e visionario.

Una scrittura, quella dell’autore siberiano, ipnotica, magnifica, potente: pronta a balenare nel buio con scintillii di assoluta ferocia, per poi planare di nuovo su ritmi morbidi e avvolgenti. Quello che ci stupisce poi, è la sua sensibilità nel descrivere la natura umana e sentimenti atavici come l’odio, l’amore, la paura che sembrano non avere segreti per la sua penna, abile peraltro nel tratteggiare descrizioni naturalistiche, ricche di dettagli affascinanti.

Il Serpente di Dio, la recensione

Giacomo Brunoro e Matteo Strukul con Nicolai Lilin al termine dell’anteprima nazionale de Il Serpente di Dio a Piove di Sacco nella serata conclusiva della rassegna Sugarpulp a Teatro! (Foto di Damiano Tomasin)

Il serpente di Dio regala dunque una sferzata di novità nel panorama letterario italiano, riportando l’avventura al centro del grande romanzo popolare e, anche in questo senso, Lilin si conferma scrittore di razza, dal talento cristallino, alla faccia di tutti quei detrattori che stavano a sfinirci con riflessioni assurde su autenticità o meno delle sue magnifiche storie.

Il punto vero è che Nicolai Lilin scrive romanzi straordinari, soprattutto spiazza con uno stile – da sempre – personalissimo e incredibilmente originale. In Italia, l’autore di origine siberiana ha portato un immaginario potente, colmo di una malia irresistibile.

Ed è questo quello che deve fare un grande scrittore. Ed è questo che si legge nel suo ultimo romanzo. Insieme a gente come Tim Willocks, Joe R. Lansdale, Victor Gischler, Nicolai Lilin è una delle poche rockstar della letteratura in circolazione.

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