Shin Godzilla, la recensione di Massimo Zammataro

Shin Godzilla, la recensione di Massimo Zammataro

Shin Godzilla, ovvero come trasformare una leggenda in un noioso strumento di denuncia politica. La recensione di Massimo Zammataro.

Doveva essere il glorioso ritorno giapponese di Gojira, al secolo Godzilla, dopo i remake/reboot hollywoodiani; invece, cosa abbiamo visto? Non lo so: un oggetto filmico indefinibile.

Godzilla, per la sua rentrée, viene messo in mano a Hideaki Anno (che mi si dice essere quello di Neon Genesis Evangelion), il quale lo usa come pretesto per mettere in scena una piece quasi teatrale sulla burocrazia del Sol Levante.

Dalle acque della baia di Tokio si leva un leviatano che, passato sulla terra ferma, porta morte e distruzione mentre avanza alla volta della capitale e, nel frattempo, si sviluppa in dimensioni: è lui, il dio incarnato in bestia, Godzilla che è così perché si è cibato per anni di scorie nucleari abbandonate in fondo al mare, ça va san dire.

La macchiana burocratica giapponese si mette in moto, ma non abbastanza in fretta da evitare il disastro. Partono immagini di sale operative e riunioni di gabinetto interminabili, stacchi su uffici governativi in cui alacri colletti bianchi nipponici si sbattono frenetici tra telefoni e computer, passandosi incartamenti e informative che giungono da altrettanti uffici.

Siamo solo al decimo minuto, il film ne dura circa 100: sarà praticamente così per il resto della pellicola. Mettetevi comodi…

Gli attacchi con armi convenzionali non sortiscono alcun effetto: proiettili e missili rimbalzano sulla pelle di Godzilla che comincia anche a sparare fiamme e raggi laser dalla bocca, dalla schiena e dalla coda, radendo al suolo quartieri e mezzi d’attacco.

Il mostro è in pratica una pila atomica vivente, ma siccome le Duracell nucleari ancora non le hanno inventate, anche Godzilla si scarica! Eccolo li, quindi, fermo nel centro di Tokio mentre ricarica (tempo stimato 15 giorni) i suoi isotopi radioattivi. Non serve nemmeno il cavetto…

Arrivano anche in aiuto gli americani che, come al solito, tendono una disinteressata mano (nucleare) cercando, contestualmente, di approfittare dell’occasione per mettere in ginocchio economicamente il Giappone (ah ‘sti americani…).

Si prospetta una nuova Hiroshima, a cui sembra non ci si possa sottrarre: il governo, impotente, è costretto ad accettare nello sconforto per l’ineluttabilità del disastro e per la grande vergogna dettata dall’incapacità della superba macchina organizzativa nipponica. Nel frattempo una task force di scienziati tenta il tutto per tutto cercando e trovando l’alternativa alla bomba: congeliamo il mostro mentre è in stasi da ricarica!

Bene, mi fermo, tanto la fine è scontata: niente attacco nucleare e Godzilla congelato temporaneamente. Pericolo scampato, ma cuori ancora sanguinanti per la figura da cioccolatini in mondo visione, che tanti lutti e vergogna addusse al regno di Okkaido.

Ma in tutto questo, Godzilla dov’è? Già, perché Anno gioca di sottrazione: non gli interessa tanto mostrare il gigante radioattivo (che si vede all’opera per non oltre 10 minuti), quanto piuttosto utilizzarlo come pretesto per rappresentare l’inefficienza della macchina burocratica, echeggiando nemmeno tanto sotto traccia il recente tsunami che causò il disatro di Fukushima.
Si parla tanto, in questo nuovo Godzilla, e si agisce poco.

Siamo al cinema per vedere morte e distruzione portata da una cazzutissima bestia radioattiva, e invece ci si beccano ottanta/novanta minuti di pistolotti e auto da fè su come sia un’onta non aver affrontato adeguatamente una catastrofe sviluppatasi improvvisamente in un paio d’ore. Manca poco che facciano seppuku governativo.

Godzilla, come ho detto, è un pretesto, un oggetto estraneo: si aggira per Tokyo come sperduto e senza una meta, come il film di cui dovrebbe essere protagonista. Poi, stanco, si ferma, immobile, dormiente, come gli spettatori in sala, quasi invisibile convitato di pietra in questa noiosissima festa.

Non faccio fatica ad immaginare il successo della pellicola in Giappone – Paese in cui ci si dimette da ministro dei trasporti perché un treno ha portato un minuto di ritardo in un anno, ma noi italiani potremmo sorriderne (amaramente) solo pensando a certe macerie che, dopo quasi 9 anni, stanno ancora dove sono cadute.

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