Sing Street, la recensione in anteprima

Sing Street, in uscita nelle sale italiane il 9 novembre, emoziona e riscalda il cuore

Si potrebbe iniziare con questa citazione tratta da un capolavoro indiscusso degli anni 90, The Commitments:

Jimmy Rabbitte: Gli Irlandesi sono i più negri d’Europa, i Dublinesi sono i più negri di Irlanda e noi di periferia siamo i più negri di Dublino, quindi ripetete con me ad alta voce: “Sono un negro e me ne vanto!

Mentre il maestro Alan Parker esplora l’Irlanda attraverso la musica soul folk, rivelando quanto l’isola sia ai margini del continente politico e culturale, Sing Street del regista John Carney sonda l’anno 1985 di un quindicenne, immerso in una Dublino cattolica, bigotta e ammaliata dal mito Inglese dove la colonna sonora spazia dai Duran Duran ai Motörhead. Questo già dovrebbe incuriosire e solleticare le sinapsi di tutti i nati nel primo quinquennio degli anni 70, se lo sei vai subito al cinema perché Sing Street è un piccolo capolavoro del genere drama musicale.

Andare al cinema e sentire una sala che cantava, rideva, commentava e si commuoveva lascia il segno. Lascia il segno perché seppur rumorosa non dava fastidio, era quasi parte di quel film che diventa un 3D ante litteram, infatti da tempo non uscivo da un vero spettacolo che colpisce diretto al cuore come un defibrillatore al massimo della carica, con quell’energia primordiale nelle gambe senza senso ma fantastica. Sarò sincero, mi mancava tanto un film così dopo il piattume sovrumano di pellicole come Snowden e una carrellata infinita di cinecomics quasi tutti monocorde.

Brendan: Nessuna ragazza può veramente amare un uomo che ascolta Phil Collins

Una frase top che in verità non racconta quanto i dialoghi spacchino e portino la sceneggiatura, che poi è sempre di John Carney, a livelli altissimi. E stiamo parlando di una storiella di quasi amore adolescenziale che però fiorisce e cresce con il passare nei minuti inesorabile. Si intersecano come rami spinosi e malati di una società allo sbando il razzismo, il degrado umano e culturale, le droghe, sopratutto le migrazioni economiche e la perdita, una Dublino schiacciata e senza speranza. L’amore, come in tutte le commedie che si rispettino, vince sempre e se lo fai con una band che prende la vita in maniera triste/felice come i The Cure (capirai solo vedendo il film) per far colpo sulla tua bella, sei già in pole-position.

Sicuro, riderai come un pazzo, ascolterai bella musica di un’epoca mai sepolta, ritroverai tutta l’emozione dei sentimenti connaturati al tuo io dove “famiglia” è elemento oltre, non scindibile, plasmante nel bene e nel male del tuo futuro. Una pellicola estremamente generosa per un piccolo budget ma con tutte le caratteristiche per restare un cult movie generalista nell’età, infatti anche i nati nel corrente secolo vi ritroveranno tutti i loro problemi e forse tutte le loro soluzioni.

Per gli aspetti più tecnici, si può dire che Carney prima di diventare regista è stato un musicista, ecco il perché tratta il dialogo musicale con tanta sensibilità, che il montaggio non è sempre attento ma funzionale alla narrazione, che la fotografia è buona ma non a livelli hollywoodiani, che gli attori sono credibili e avranno una lunga carriera, che alla fine tutto trasuda passione e professionalità spesso, la prima, mancata nelle grandi produzioni. Infine spero in una distribuzione italiana attenta e capillare da parte di BiM perché quest’opera la merita.

Con questo vi lascio un po’ di musica che troverete nel film, mi raccomando di ballare e cantare come se non ci fosse un domani

Qui il video ufficiale del pezzo di Adam Levine con scene tratte dal film

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