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Smetto quando voglio – Ad Honorem, la recensione

Smetto quando voglio ad honorem

Smetto quando voglio – Ad Honorem, conclude una delle migliori trilogie della commedia italiana. La recensione di Matteo Marchisio per Sugarpulp MAGAZINE.

Smetto quando voglio – Ad Honorem conclude una delle migliori trilogie della commedia italiana.

Pur non mantenendo l’innovazione del primo e il piede sull’acceleratore del secondo, riesce a dare una fine dignitosa alla banda dei ricercatori, pur con meno enfasi di quanto chi ha amato a fondo la serie si aspettava.

Sydney Sibilia raduna tutti i personaggi e i dettagli seminati nei due precedenti lungometraggi, incastrando coincidenze ed equivoci.

Smetto quando voglio – Ad Honorem gioca con flashback e salti temporali per espandere il nucleo della narrazione, ovvero l’ultima avventura della banda alle prese con un villain dal sapore fumettistico, rancoroso al punto da pianificare un attentato con un’arma chimica nel cuore dell’università la Sapienza di Roma.

I ricercatori della banda avranno sulle loro spalle il peso di una scelta difficile, accettare le accuse della folle serie di reati accumulati nei film precedenti, pur di ritrovarsi nello stesso carcere per tentare una fuga da Alcatraz, che ironicamente diventa una fuga da Rebibbia. Una volta fuori Pietro Zinni e i suoi amici saranno diretti nel cuore dell’istituto che li ha plasmati come specialisti ma dimenticati come esseri umani, per fare quella cosa giusta di cui si sente spesso parlare.

In Smetto quando voglio – Ad honorem le vecchie giustificazioni personalistiche dei ricercatori vengono messe da parte. Non c’è più quella rabbia del voler emergere e la frustrazione per una dignità negata, sostituite da una bussola morale più accettabile, ma la ricerca di sorta di redenzione.

Ad honorem da questo punto di vista possiede una trama meno irriverente dei precedenti, che continua a usare generi diversi: thriller, azione, svolgimenti narrativi rapidi tipici delle serie Tv, per giustificare un’evasione per sventare un attentato.

Questa volta purtroppo Sydney Sibilia usa la frustrazione di studiosi falliti in una nazione che tende ad appiattire aspirazioni e velleità non più come innesco narrativo, ma come un background quasi scontato per i personaggi che si muovono sullo schermo. Un Luigi Lo Cascio barbuto e corroso dalla sete di vendetta animerà la scena, rendendo il precedente antagonista er Murena, Neri Marcorè, un alleato fondamentale.

I tanti flashback uniscono protagonisti scavalcando le categorie di buono e cattivo, perché sono tutti studiosi, di età diverse certo, ma legati dal filo invisibile dall’aver cercato di dedicare la propria vita alla disciplina che amavano.

Smetto quando voglio – Ad honorem purtroppo rimane il più debole dei tre film forse anche per la ricerca di un finale corale, in cui tutto deve essere spiegato e le motivazioni della banda devono rientrare entro confini normalizzanti.

Ma un piccolo dettaglio può appagare i palati più esigenti. Il commento di Pietro Zinni, il leader ostinato della banda, calato costantemente nella parte del pasticcione motivatore: “volevo solo comprarmi una lavastoviglie” contiene tutta l’energia dirompente che anima i falliti, rivelando il vero senso delle azioni.

Ricorda quasi Heisemberg di Breaking Bad quando dice “l’ho fatto per me”, no?

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