Softair, molto più di un gioco. Il racconto di Matteo Marchisio

Softair, molto più di un gioco. Il racconto di Matteo Marchisio

Softair, molto più di un gioco. Guerrafondai? “Maybe yes, maybe not. Maybe fuck yourself”. Il racconto di Matteo Marchisio per Sugarpulp MAGAZINE.

In gioco sono Lord.

Softair, molto più di un gioco. Il racconto di Matteo MarchisioGioco da parecchio, dall’ultimo anno di Liceo Scientifico quasi sette anni fa. Nel 2015 fa ho dato vita con quattro dei migliori giocatori mai incontrati e cari amici a un team, i Piedmonts Raiders. Una domenica ogni due giochiamo a softair. Ma chiunque non sappia cosa sia questa disciplina sportiva a questo punto si chiederà che cos’è è il softair e perché dovrei giocarci?

Dovresti giocarci perché ti fa mettere il becco fuori di casa tutto l’anno e perché ti fa correre per boschi gelidi o rive di torrenti (in estate abitate da ogni tipo di insetto con pungiglione capace di farti grattare come un disperato), sparando pallini da un giocatolo elettrico simile alla tua arma preferita. Sì, prima che qualcuno lo chieda apertamente, c’è anche il pulse rilfle di Alien… 

Dovresti giocarci perché è una delle discipline in cui agonismo, senso di squadra e onestà individuale si uniscono al meglio. Ma vediamolo più nel dettaglio.

Come in ogni spiegazione che si rispetti si terrà in considerazione solo la parte virtuosa di questa disciplina. Ogni realtà ha i propri eccessi, inutile negarlo, e per eccessi si intendono gruppi di finti giocatori, pazzoidi in divisa e baionetta tra i denti, ragazzini senza alcun senso della realtà che usano repliche di armi con potenze fuorilegge, di cui si sente tanto parlare sui giornali.

Per quanto considerare i casi più deplorevoli faccia acchiappare like facili sui social con articoli di sdegno molto radical chic, questo approccio rovina la realtà di un hobby sempre più diffuso che coinvolge gli individui più diversi, sicuramente accomunati dal non meritarsi insulti gratuiti o la nomea di violenti, repressi o pericolosi.

Soffermarsi solo su quelle esagerazioni implica automaticamente una fermata del confronto civile. Allora tutti a casa, nessun argomento è affrontabile, perché non esisterebbe nemmeno. Parafrasando Gorgia non si può parlare del nulla, perché non è. Per quanto possa sembrare una excusatio non petita, per parlare di cosa sia il softair oggi, si deve necessariamente passare attraverso la spiegazione di cosa non è, vista la sproporzione di malafede e informazioni tendenziose e sbagliate.

Il game e il team

Il softair si basa su scontri tra squadre armate di repliche di armi, legalmente considerate giocattoli per la loro potenza, chiamate ASG (AirSoft Gun). È considerato a tutti gli effetti uno sport dal CONI e, sempre più spesso, viene anche scelto da aziende che procedono per obbiettivi come attività di team building.

Per giocare non è richiesta alcuna divisa. Tecnicamente non serve nulla al di fuori delle protezioni minime per il viso e l’ASG in sé. Servono amici, chiaro, e una zona di gioco pubblica (concessa dal proprio Comune dopo richiesta) o privata. Chiaramente é possibile vestirsi come si preferisce.

Tuta e scarpe da ginnastica, se si possiede la giusta compagnia e spirito di gioco valgono quanto l’ultimo pezzo Crye Precision (nota marca di equipaggiamento di vere forze speciali). Nulla dà un vantaggio intrinseco al di là della comodità che offre all’utilizzatore o alla sua squadra. Parte del divertimento per molti, come per chi scrive, sta nel replicare un reparto particolare, collezionando e scegliendo accessori ed equipaggiamenti il più possibile realistici o addirittura originali, cosa che mina seriamente l’integrità di ogni risparmio.

Come Piedmonts Raiders abbiamo scelto come stile di squadra i Marines Raiders o Marsoc perché a tutti noi fondatori piace quel genere di setup, molto tacticool, e perché soddisfa appieno il tipo di estetica del nostro club ideale. Questo ha portato molti di noi a diventare di fatto collezionisti di surplus militare moderno coinvolgendo anche la quotidianità visto che spesso si acquistano biografie e monografie specifiche (per chi non conoscesse dico solo un nome: Osprey Publishing).

Abbiamo scelto di uniformaci al filone di club basato su un approccio di gioco che prevede giocate complesse in cui è presente uno storyboard preciso, obbiettivi multipli e la cura particolare dell’equipaggiamento. Il bello della questione è che questo è solo uno dei cento modi diversi di vedere il softair.

C’è chi vuole assomigliare al protagonista dell’ultimo Call of Duty. C’è chi se ne sbatte del suo setup e gioca per testare le proprie gambe nel bosco in tuta sportiva e Nike. Tutti hanno lo stesso valore sul campo e sono potenziali compagni di squadra, o avversari di quelli che non mollano mai e fanno sudare per ore prima di essere stanati da dietro quel dannato tronco.

Le partite si basano sul conseguimento di uno o più obbiettivi.

Ci sono vari tipi di partite, dalle più semplici Skermishes in cui per vincere basta colpire tutti i giocatori avversari a missioni complesse in cui si sovrappongono ricerche di documenti, recupero di oggetti sensibili, esplorazioni, pattugliamenti e scorta di un giocatore da una zona all’altra del campo di gioco.

Tutto ovviamente deve essere svolto nel rispetto dell’incolumità individuale e dell’ambiente che ci ospita, quindi è vietato arrampicarsi alla cima di alberi, creste con massi appuntiti, pareti rocciose e scogliere varie.

Une delle componenti fondamentali che rende il softair un grande passatempo è il contatto con il mondo naturale, visto come una risorsa da sfruttare nel massimo rispetto. Muoversi agilmente in un bosco o leggere una mappa per individuare la strada migliore per l’obbiettivo potenzia la capacità di orientamento personale, porta risultati alla squadra, e non è una attività che capita di fare spesso.

Inoltre, cosa verificabile con una semplice ricerca su Google, molte ASD sono spesso impegnate in campagne per la pulizia dei boschi, in prima fila durante le calamità naturali e anche “donatori silenziosi” di Ospedali come il Gaslini di Genova.

Guerrafondai? Maybe yes, maybe not. Maybe fuck yourself (Marck Walhberg alias Dignham, The Departed).

Criticare il softair dicendo che è giocare alla guerra è improprio. Dire che istiga alla violenza ed è un’apologia della guerra è vero quanto il fatto che il rock & roll negli anni ‘60 abbia portato i giovani nelle braccia del diavolo, o i videogame degli anni ’90 abbiano causato il dilagare di atteggiamenti violenti tra i giovani.

Si tratta di indossare una mimetica. Chiaro che riprende l’estetica del mondo militare, ma quella è la sua parte più superficiale. L’avvicinarsi all’estetica della guerra non diventa mai adeguarsi alla sua etica perché ogni azione e giornata di gioco ha come obbiettivo il divertimento, non l’assoggettamento di qualcuno.

Il softair prende le distanze dalla guerra reale nella maniera più assoluta per tutto ciò che compone l’essenza dell’atto bellico, che, come ci ricorda il grande Clausewitz, consiste nel costringere l’avversario ai nostri scopi per mezzo della violenza. Nulla di ciò è presente, sono vietati ogni tipo di violenza fisica sia con le ASG che con il proprio corpo, e nemmeno quella verbale, presente purtroppo spesso in ben più blasonati campi di gioco di altri sport, è minimamente tollerata sotto forma di insulti violenti o razzisti.

Si sente dire spesso che il softair è un gioco per Rambo falliti, come ci insegna bene Nonciclopedia, in cui compare l’unica descrizione del softair valida sul web.

La risposta di ogni vero softgunner è che si tratta dell’ennesima generalizzazione impropria, capace certo di colpire l’immaginazione di chi conosce poco questa disciplina, ma che ha poco a che fare con le realtà delle squadre vere che seguono e applicano tutte le disposizioni di legge.

Questo perché si tratta di un gioco fondato esclusivamente sulla propria capacità di accettare che da quel cespuglio laggiù, una piccola sfera di plastica biodegradabile di 6mm arrivi, impatti contro il nostro corpo e questa cosa ci escluda momentaneamente dai giochi. I veri Rambo repressi (ogni tanto se ne incontrano sui campi) resistono poco in un gioco del genere, perché le loro fantasie vengono sconfitte dalla realtà e dal buon senso dei giocatori che all’ennesimo racconto strampalato sui tempi della naja o violazione della regola di base del colpito! lo invitano a tornare a casa. La sua Play Station lo aspetta.

Il gioco dell’onestà.

Se un pallino ti colpisce, dici colpito! e smetti di giocare per qualche minuto. Tutto qui.

Non importa quanto tu abbia speso per mettere le mani sull’ultimo modello di ottica usata dalle forze speciali.

Non importa quanto quel giorno ci si senta gasati e pronti a macinare punti su punti.

Non importa nemmeno se la sera prima al cinema si è vista l’ultima fatica di Michael Bay e alla fine a pensarci bene qull’M4 che spunta da dietro il protagonista nel minuto 45:77 è uguale al mio…

Il pallino ti tocca, tu dici colpito! e ti allontani dalla zona del gioco aspettando che una delle fazioni vinca la manche.

Se il pallino arriva da vicino, o alle spalle come nella foto, normalmente si dice una cosa tipo: Va bene! @!%$/”£%&”/! Colpito! Preso!

E poi ci si allontana. Una legge semplice, impossibile da equivocare, che regola ogni partita seria e la filosofia di approccio di ogni appassionato di softair.

Dal punto di vista legale esiste una regolamentazione seria e ben definita, volta a far classificare senza ombra di dubbio il softair come un gioco, una simulazione o ricostruzione inconfondibile con la crudeltà della guerra vera.

  • In primis sono vietati gradi militari e forme di coercizione a base di ordini insindacabili.
  • Sono tollerate patch di squadra, loghi di reparti storici o contemporanei che rimandino a drammi storici come nazismo, fascismo, dittature comuniste varie.
  • Quindi se vedete un omino in divisa da nazi che scorrazza a destra e manca senza protezioni, con i gradi da generale e armato di Ak47 non è un giocatore. Semplice.
  • Ogni squadra è a tutti gli effetti una Associazione Sportiva Dilettantistica e viene gestita come tale. C’è un libro dei soci, un registro delle entrate e uscite. È obbligatoria un’assicurazione sportiva correlata di certificato medico.
  • Le ASG devono essere tutte obbligatoriamente portate entro il joule di potenza, lo pretende la legge italiana. È una procedura che comporta, in alcuni casi, lo smontaggio dell’ASG e la sostituzione della molla interna. Le squadre serie controllano prima di ogni giocata che le ASG dei soci siano a norma così come quelle di amici e squadre avversarie. Inoltre ogni socio deve indossare SEMPRE gli occhiali protettivi, per eliminare anche la più lontana possibilità di nuocere a un giocatore.

Così facendo è possibile giocare in totale sicurezza per il corpo umano. Qualsiasi replica non conforme è considerata illegale. Su siti e blog certificati anche solo chiedere informazioni riguardanti la modifica di una ASG per superare questo limite equivale a un’espulsione. Idem per la compravendita sui vari forum: l’account del venditore fuorilegge viene chiuso e il suo profilo segnalato.

Ecco i fondamentali. Tutto ciò che esula o viola queste regole, non è softair.

È davvero tutto qui?

It’as all just a joke, dice il Comico in Watchmen. A questo punto si potrebbe pensare. Ma è davvero tutto qui?

Forse il nodo della questione sta in una sola verità di fatto. Non esiste più il confine tra cosa si può fare a discapito delle preferenze personali dei singoli, la legittimità insomma, e cosa è fuorilegge e viola di fatto il codice civile e/o penale, per dirla alla maniera degli avvocati, la legalità. Forse quel confine c’è ancora, ma è sottile, un capello o poco più.

Una volta che le leggi sono rispettate, i giudizi morali su un gruppo di adulti maggiorenni in tuta mimetica, se siano sexy o inquietanti, rientra nel regno degli affari propri. Può non piacere, ma il softair c’è e se praticato entro i limiti di legge, ha tanto diritto di esistere quanto il ciclismo.

C’è chi trova inquietanti eserciti di cinquantenni in tutina aderente che sudano e pedalano un trabiccolo di stecche di metallo grondando sudore e parolacce in ogni dialetto pronunciabile, magari senza tutti i dispositivi di sicurezza personale in regola o lo spirito sportivo adatto. Alcuni gruppi formano falangi di sei pedalatori per nove al centro della carreggiata. Tanti ciclisti si godono il proprio sforzo atletico entro i limiti del codice della strada, e fanno bene perché è la loro passione.

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