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Storia dei miei lupi, la recensione

Storia dei miei lupi, la recensione di Cesare Granati del romanzo di Emily Fridlund.

Storia dei miei lupiTitolo: Storia dei miei lupi
Autrice: Emily Fridlund
Editore: Dea Planeta Libri
PP: 352

La Stramba delle medie, la boyscout di Minneapolis, la babysitter di casa Gardner, la piccola della comune, l’unica a credere al Signor G., la ragazza sola cresciuta sulla riva di un lago. Questa è Linda/Mattie/Madeline Furston la protagonista del romanzo Storia dei miei lupi di Emily Fridlund.

22 capitoli divisi in due sezioni (Scienza/Salute, i capi saldi della Religione Scientista Cristiana) che raccontano una corsa disperata, infinita, alla ricerca d’amore, il tentativo di una giovane donna di essere desiderata perché unica nel suo genere.

È questo il fil rouge che tiene insieme le tragiche esistenze dell’umanità dispersa nel nord del Minnesota, tra le località turistiche, le vie cittadine e, soprattutto, i boschi e i laghi che circondano la casa dove Linda cresce e torna inevitabilmente.

Un libro che danza tra i confini del romanzo di formazione, il thriller e il saggio sociologico. Il lettore piomba in un’America periferica, dove tutto passa senza mai cambiare, dove le persone sono libere di dare il peggio di sé, che fuggono senza successo: padri sempre troppo ubriachi per capire i loro figli, madri troppo inadeguate per proteggerli.

E in mezzo a tutto questo, dispersa, una ragazza che preferisce i lupi alle persone, perché li capisce più facilmente, perché quelli selvaggi li può studiare, e quelli addomesticati, i cani di guardia al capanno dove vive con i genitori (ex hippie convertiti alla Bibbia e alla pesca) la amano, la riconoscono dal suo odore, dal suo modo di camminare, tornano da lei, la riportano a casa.

Solo in due occasioni Linda trova conforto nelle persone, nel sentirsi la più desiderata, l’unica che possa esaudire il desiderio dell’altro.

In terza media, quando viene scelta dal Signor G. per rappresentare la propria scuola ad un concorso di Storia. Il suo saggio si intitola “Storia dei Lupi”, la storia non delle persone, quella americana o quella europea, ma l’evoluzione di queste creature perfette nella loro solitudine. E rimane il resto della vita con un dubbio: è stata la sua scelta stravagante a convincere l’insegnante o il suo aspetto poco attraente, da maschiaccio, quindi innocuo per questo californiano finito nel profondo Nord in fuga dai suoi demoni?

E poi un’altra volta ancora, l’anno successivo. Quando Patra, soprannome di Cleopatra, e suo figlio Paul hanno bisogno di una babysitter. La donna e il bambino stanno aspettano nella casa vacanze dall’altra parte del lago Leo, il marito/papà professore universitario e devoto scientista cristiano. Senza di te non avrei resistito, Senza di te Patra non ce l’avrebbe mai fatta le dicono i coniugi Gardner pieni di gratitudine, facendola così entrare nel loro mondo borghese, raffinato, da cartolina. Fino ad arrivare al dramma annunciato già nelle prime pagine del romanzo.

Questi accadimenti rimangono come un tatuaggio sulla pelle della protagonista e l’autrice li recupera costantemente, rivelandoli nella loro completezza mentre Linda attraversa il bosco, fa sesso con un meccanico a Minneapolis, torna ormai adulta a prendersi cura della madre.

La Fridlund plasma la sua scrittura sui tempi infinti ed estremi dei paesaggi nord-americani, narra la nobile disperazione che si nasconde dietro ad un individuo, ad una donna, semplicemente alla ricerca d’amore.

Il suo romanzo esprime profondità di pensiero e rivela il grande lavoro di ricerca fatto da questa autrice americana che ha attraversato il Paese per conoscere il Nord, la dolorosa bellezza di paesaggi che non descrive, racconta.

Quello che manca è il ritmo. Rimane la sensazione che tagliando di qua e di là, lasciando per strada una vicenda o un personaggio il romanzo ne avrebbe guadagnato, il significante si leggerebbe meglio senza sacrificare il significato.

Più che uno stile proprio l’autrice rivela una sublime prova di retorica, più che una vera scrittrice sembra essere ancora un’accademica della letteratura. Non è un libro per tutti, è necessario sforzarsi, non per la complessità del racconto ma per il dispendio di inchiostro.

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