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Suburra – La serie, recensione

Suburra - La serie, recensione

Suburra – La serie, la recensione di Fabio Chiesa della prima seria italiana targata Netflix, uno show altalenante dal grandissimo potenziale.

Suburra – La serie è la prima produzione italiana targata Netflix, uno show altalenante che lascia però intravedere un enorme potenziale.

Roma te divora come un barracuda cantano il Piotta feat. Il Muro del Canto nella sigla conclusiva dei dieci episodi di Suburra, prima serie prodotta da Netflix in Italia ( in collaborazione con Cattleya e Rai Fiction), che vede assoluta protagonista la Città Eterna, dove gli interessi di Stato, Vaticano, Mafia e varia criminalità si intrecciano pericolosamente, come ampiamente dimostrato dalle cronache degli ultimi anni.

La piattaforma di streaming on demand statunitense tenta per la sua prima produzione nel Bel Paese di andare sul sicuro e, sull’onda del successo dei vari Romanzo Criminale, 1992, The Young Pope e, soprattutto, Gomorra, decide di puntare su un racconto incentrato sulla parte più marcia della società italiana, una storia corale di malavita, praticamente priva di personaggi positivi, coinvolgente ma non scevra di difetti.

Suburra – La serie è di fatto il prequel dell’omonimo film del 2015 di Stefano Sollima – tratto dal romanzo scritto a quatto mani da Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo – e ripropone diversi dei personaggi già visti nella pellicola, alcuni dei quali interpretati dai medesimi attori. La vicenda narrata ruota attorno alla disputa per l’acquisizione dei terreni del litorale di Ostia, sui quali i vari protagonisti vorrebbero mettere le mani per ampliare il proprio potere.

Diciamolo subito: chi si aspettava una sorta di Gomorra ambientato a Roma resterà spiazzato.

Suburra non conta su personaggi iconici come Genny e Ciro e neppure come il Libanese, il Freddo ed il Dandy di Romanzo criminale, ma è piuttosto, alla resa dei conti, un racconto di ampio respiro, nel quale si intrecciano diverse linee narrative, tra le quali la più significativa e convincente è senza dubbio quella che segue la fortuita amicizia di tre giovani criminali vogliosi di scrollarsi di dosso la lunga ombra delle loro famiglie: Aureliano Adami (l’ormai consacrato Alessandro Borghi) erede ribelle ed irruento del clan che controlla Ostia, lo zingaro “demmerda” Spadino Anacleti (Giacomo Ferrara) e Gabriele Marchilli (Eduardo Valdarnini), figlio irrequieto di un poliziotto tutto d’un pezzo.

Attorno a loro ruotano il Samurai (Francesco Acquaroli), grande burattinaio che con mezzi poco ortodossi riesce a tenere a bada e controllare la criminalità e la politica capitolina, Sara Monaschi (Claudia Gerini), impegnata a tessere i rapporti con il Vaticano, Amedeo Cinaglia (Filippo Nigro), politico disilluso al soldo del Samurai, e le famiglie Adami ed Anacleti, principalmente rappresentate da Livia Adami (la bravissima Barbara Chichiarelli) ed dal capo dei sinti Manfredi Anacleti (l’ottimo Adamo Dionisi).

Ogni puntata si apre con un flash forward del quale scopriremo il significato solo a fine episodio: una scelta azzeccata capace di incuriosire lo spettatore e in grado di conferire ritmo ad una sceneggiatura che, purtroppo, scivola talvolta in dialoghi troppo didascalici ed in passaggi pericolosamente vicini ad una qualsiasi fiction generalista italiana.

La regia (affidata a Michele Placido, Andrea Malioli e Giuseppe Capotondi)e la scrittura (Ezio Abbate, Fabrizio Bettelli, Daniele Cesarano, Nicola Guaglianone, Barbara Petronio) sono senza dubbio inferiori a quelle di Gomorra, così come la messa in scena e le parti più convincenti restano appunto quelle incentrate su Aureliano, Spadino e Gabriele e sulla loro voglia di rivalsa. Inoltre, i rapporti tra criminalità e Vaticano sono appena abbozzati in una serie di riunioni troppo uguali a se stesse, senza un personaggio incisivo in grado di restare nella memoria.

Suburra – La serie resta comunque un buon tv-show che lascia intravedere ampi margini di crescita per il futuro (anche se al momento non ci sono ancora conferme per una seconda stagione). Il materiale dal quale attingere non manca, il racconto di Mafia capitale e del famoso “Mondo di mezzo” possono risultare un cavallo vincente, basterà limare le imperfezioni di questa stagione che ci auguriamo possa fungere da apripista per altre produzioni Netflix italiane.

Nato a Torino nella torrida estate del mundial spagnolo, è da sempre appassionato di letteratura e cinema. Laureato in Comunicazione interculturale resiste alla drammatica condizione di responsabile commerciale con velleità letterarie. Giornalista pubblicista, collabora da oltre dieci anni con settimanali e riviste locali. Vive e lavora a Montà (CN), al confine tra le provincie di Torino, Cuneo ed Asti.

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