Jan 11, 2009
11 giugno, una notte calda e umida in tutta la pianura, sintomo di un’estate precoce che i metereologi, quell’anno, definivano “africana”. Le zanzare si moltiplicavano sulle rive dei fossi, spostandosi poi in piccoli, minacciosi, nuvoloni neri, assetati di petti e di cosce, di carni accaldate che sudavano all’aria, libere da fastidiose ed inutili vesti.
La scuola era appena terminata ed Angelo non ci sarebbe più tornato. Quella notte, al capannone abbandonato dell’ex centrale elettrica, egli era in compagnia degli amici di sempre: Giulio, Giacomo e Alberto, di qualche anno più giovani di lui. I ragazzi avevano dato un paio di tiri a testa della bamba che il serbo aveva loro anticipato e si scolavano qualche birra, giusto per rilassarsi un po’.
- Il serbo ci ha dato della merda proprio buona- fece Giacomo.
- Amo questa merda!- Disse Alberto, corteggiando il pacchetto di fuffa, avvicinandola al volto come per contemplarla meglio. Ma gli uscì, inaspettato, uno starnuto che fece volare parte della preziosa polverina bianca sopra il volto di Angelo.
- Ma che cazzo fai! Sei rincoglionito?! Sai quanto vale questa merda? Rassa de mona! – Urlò Angelo, avventandosi su Alberto, strappandogli il sacchetto di coca con furia.
Ci fu silenzio per un po’. L’aria si fece tesa, nessuno aveva voglia di parlare.
- Io me ne vado – La voce di Giulio rimbalzò sulle pareti della fabbrica come un piccolo tuono lontano.
- Dove cazzo vai? Dove cazzo vai?- Ripeteva Angelo schiumando rabbia.
- Me ne vado, perchè sono stufo di farmi comandare da te, me ne vado perchè a me quelle checche non hanno fatto gnente e non voglio casini.
Vomitò queste parole alzandosi in piedi, recuperardo il casco ed avvicinandosi al motorino. Ma fu prontamente bloccato da Angelo che gli si gettò addosso afferrandolo per le spalle.
- Lasciami andare.
- E chi mi dice che non andrai a raccontare in giro quello che stiamo per fare? Ci sei dentro anche tu. Se non vieni con noi giuro che ti ammazzo.
Giulio sapeva che il cugino non scherzava. Lo aveva visto, una volta, affogare un gatto adulto nella vasca di casa, solo perchè gli stava sui coglioni.
- Giuro che ti ammazzo – Ripeteva Angelo con voce pacata, guardandolo dritto negli occhi con la fermezza di chi non mente.
Giulio non poteva procedere oltre: si sedette vicino agli altri e iniziò a piangere un pianto sommesso e soffocato, che tamponò con furiosi sorsi di birra.
- È ora – proclamò il capo.
I ragazzi raccolsero le mazze ed avviarono i motorini. Angelo fece qualche numero all’interno del capannone, mandando sù di giri lo scooter, facendo roteare il bastone sopra la testa, come un capo guerriero che voglia incitare i suoi.
Pages: 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12