Il suo nome era Mordechai Cohen

Il suo nome era Mordechai Cohen, un racconto inedito di Marco Barizza per Sugarpulp

Capitolo Primo. La fila sbagliata

Immaginate Cracovia e vedrete le fiamme. Pensate all’imponente Vistola scorrere scura nel ventre graveolente della città e sentirete ancora il puzzo immondo del sangue. La collina di Wawel, che custodisce i segreti dei Re, ancora ne porta memoria, ma non fu Smok il drago a condurre le schiere mortifere del nemico, non fu lui a trascinare il fiammeggiante cuore dell’inferno nelle nostre strade.

Il nemico era sempre stato in agguato. Il cupo culto nazionalsocialista della maledetta Germania aveva vomitato le peggiori legioni di assassini sul suolo polacco. I panzer tedeschi sulle colline tutt’attorno alla città facevano cantare i propri cannoni. Là, la resistenza era alla disfatta e fuggiva, sparpagliandosi come un branco impazzito di animali, chi gettando le insegne e i fucili, chi sui pochi carri rimasti, il più distante possibile dal piombo nazista.

Ma come dal fuoco nasce il ferro, dalla disperazione nascono i grandi uomini. Così il più grande tra tutti gli eroi della nostra grande nazione fu forgiato nel sangue. A quel tempo, era solo un giovane ragazzo affascinato dalla giustizia e dalla vita, reso inerme e storpio dal destino.

Il suo nome era Mordechai Cohen. Fu catturato con la sua famiglia come tanti altri, fatti scendere a forza di “Raus! Raus!” dai soldati e raggruppati giù in strada, vicino al fiume, chiamati a raccolta, e poi sui carri. “Stringimi fratello”, dicevano, “che poi chissà se ci rivedremo più”. “E chissà se la nonna riuscirà a stare calma sul treno”. “Dicono che c’è poca luce e non c’è acqua”. “Qualsiasi cosa succeda, dobbiamo stare tutti uniti bambini, ricordate: Tutti uniti”.

Carne morta su vagoni sporchi, trasportata lontano su binari ghiacciati, a causa del folle sogno d’una nazione impazzita. Mordechai strinse la mano di sua madre. L’eroe ben sapeva che il nome suo nella lista del mattatoio del mondo, era in cima alla lista, ma non ebbe paura, non vacillò e i suoi scuri occhi di morte già allora erano sicuri.

– Tu no, storpio!

Disse un soldataccio sputacchiando nel parlare, e lo trasse con forza fuori dal gruppo, in un’altra fila, dove lui era l’unico ad andare. Solo e in piena vista. Gli ebrei tacquero, i nazisti pure, Mordechai cercò di stare ritto in piedi al meglio che poteva.

– Tu non andrai con loro!

La madre, Augustyn, che ben comprendeva la lingua dell’invasore ebbe un malore e furono costretti a sorreggerla, ma nessuno disse ancora una sola maledetta parola. Il polacco non si spezza, mai. Duro come la roccia, coraggioso come la tempesta.

– Ditemi dove andare, cani bastardi!

Disse con sfrontatezza e audacia il piccolo uomo e per tutta risposta un colpo col calcio del fucile sulla nuca lo stese a terra. Ancora cosciente, con gli occhi spalancati e il cuore in gola, vide un rivolo vermiglio del suo stesso sangue correre tra le fughe delle mattonelle sulla strada. E vide oltre, lungo la Vistola, ebrei volanti cadere dalle finestre dei palazzi, ebrei urlanti, imprecanti, supplicanti, sputanti, piangenti. La sua gente sulla strada davanti a Dio.

Capitolo Secondo. Chasseurs de nazis

Basel infilò dritto per dritto, un destro sul grugno del capostazione. Questo annaspò all’indietro, cercando un appiglio che gli evitasse di finire con le chiappe sul pavimento appena lavato. Ma ci finì lo stesso col culo per terra, e anche con le gambe all’aria, sembrava un tacchino pronto per essere farcito, un tacchino col cappello da ferroviere.

Estrasse una pistola dalla cintola ma non gli venne dato il tempo di mirare, un colpo ben assestato gli penetrò dritto nel polso, facendo schizzare pezzi di ossa e brandelli di carne sulla bacheca dei treni in partenza. Erano le ventidue e dieci.

– Andate a fare in culo.

Urlò Xavier, il capo stazione, stringendo il polso ferito con l’altra mano. Il suo accento improbabile, lo aveva già tradito, molti anni prima. Il nano che stava nelle retrovie si avvicinò a piccoli passi.

– Mordechai, pensi che abbia capito?

Chiese Basel al nano.

– Chiediamoglielo cortesemente, amico mio.

Basel annuì e rapidamente piantò la punta di ferro dei suoi scarponi dritta nelle costole del ferroviere, che fece un rumore sordo, come di legno in frantumi.

– Chasseurs de nazis, maledetti cacciatori di nazisti.

Riuscì a sussurrare quel mucchio di stracci bagnati che si contorceva nel doppio fondo della vergogna. Il pavimento appena lavato della sala d’aspetto di Colmar sembrava un grande specchio a quadrettoni neri e marroni. Su quella scacchiera a tinte fosche, i pezzi neri avevano giocato sporco, una variante sanguinaria degli scacchi, nella quale ai perdenti saltavano i denti davanti.

– Devo prendere il prossimo per Parigi, a che ora è il prossimo per Parigi?

Una vecchia rincoglionita munita di girello, usava gironzolare spesso per la stazione di notte, ma nessuno le dava ascolto. I tre la guardarono e lei ricambiò lo sguardo.

– Non sapete mai un cazzo.

Disse la vecchia, portandosi nell’altra stanza della stazione. Mordechai si volse nuovamente verso il ferroviere:

– Hai capito bene allora, veniamo dritti da Israele amico mio, ma non siamo qui per te. Tu lo sai per chi siamo qui, vero amico caro?

Il nano accese la notte del rosso intenso del suo sigaro, per un momento il ferroviere notò il volto del piccolo uomo, quasi deformato da quel baluginare di luce, la faccia rossa di un demonio barbuto e terribile.

– Il treno per Parigi?

Sorrise Xavier e Basel fece per rifilargli un altro calcio ma Mordechai fece un rapido cenno e quello si fermò.

– Dove stanno?

Il piccolo demonio si fece addosso alla sua vittima, lo trasse a se con le sue corte braccia, prendendolo saldo per il bavero della giacca.

– Si sono trasferiti a Charleroi, in tutta fretta qualche settimana fa, adesso saranno già in Venezuela per quanto ne so.

– E voi li avete nascosti per quanto tempo?

Lo incalzò Basel.

– Sei anni.

Il nano fischiò sorpreso.

– Sei anni amico mio, sono davvero tanti… Chi?

Il nano avvicinò al volto butterato del ferroviere la brace del suo sigaro. Erano le ventidue e dodici.

– Avete visto passare il treno per Parigi?

La vecchina tornò a gironzolare vicino ai due cacciatori.

– Ma vaffanculo nonna.

Le disse Mordechai e questa gli fece vedere il dito medio.

– Ho nascosto la lista, più avanti, sui binari, vicino allo svincolo.

– Oh ma che gioia, questo significa che ci faremo una piccola scampagnata di famiglia, non è così amico caro?

– Sì e magari anche un pic nic.

La voce roca di Basel si fece sentire. Era sempre sferzante e sarcastico. Puntò la sua Mauser tedesca sull’uomo facendogli cenno di alzarsi. Il simpatizzante rantolava qualche metro davanti a Basel, mentre il nano li seguiva a distanza, cercando di muoversi il più velocemente possibile tra le assi di legno marce della ferrovia e i sassi sottostanti.

La capacità motoria di Mordechai era inversamente proporzionale alla sua arguzia. Stava sempre un paio di passi avanti alle proprie prede. In quel momento, ad esempio, sapeva che Xavier stava cercando di prendere tempo. Stava usando ogni metro di quella camminata fino allo svincolo, per pensare a come trarsi d’impaccio da quella brutta situazione, ma cosa avrebbe fatto, ancora Mordechai non lo sapeva.

Giunto allo svincolo Xavier si inginocchiò, staccò un’asse di legno e la posò di fianco, vi era un foro nella terra nuda e appena sotto si poteva intravedere una grossa scatola di latta. Le luci di un treno cominciavano a intravedersi in lontananza.

Era il treno merci delle ventidue e venti, Xavier lo sapeva bene, perché era l’ultimo treno della giornata e non si fermava che di rado alla sua stazione. Xavier trasse qualcosa dalla scatola mentre il suo aguzzino cercava di capire a quale velocità quella baracca fumosa si stava avvicinando.

– Sbrigati stronzo.

Disse Basel.

– Arriva il treno.

Continuò.

– Lo vedo.

Rispose Xavier.

– Se non ti sbrighi ti pianto subito un colpo in fronte e me la prendo da solo quella scatola.

Cominciò ad alterarsi Basel. Erano le ventidue e diciotto.

– Sporco ebreo.

Il ferroviere sputò addosso a Basel mentre i fari del treno cominciavano a farsi sempre più vicini e a illuminarli. Mordechai appena giunto, diede l’ordine.

– Accoppalo subito, ha in mente qualcosa.

– Heil Hitler.

Urlò Xavier, mettendo in bocca una piccola capsula e appendendosi con tutte le forze alla maniglia dello scambio dei binari. Vi fu uno stridio prolungato e poi un forte clangore metallico. Il capostazione cadde a terra sussultando e schiumando dalla bocca.

– Prendi la scatola.

Impose Mordechai e Basel scavò con il braccio dentro il foro, ne trasse la scatola, alzò di peso il nano e in tutta fretta cercò di allontanarsi dai binari. Il treno fu sullo svincolo, ci furono scintille un forte rumore derivato dall’attrito, il treno sbandò pericolosamente e cominciò a inclinarsi e poi fu tutto un rutilare di lamiere, un contorcersi di vagoni che, uno alla volta venivano spediti fuori dai binari come navi impazzite, incontrando pali dell’elettricità e piccole costruzioni, divellendo binari e cancelli di ferro e trascinando via tutto, come in un’enorme scultura volante, scavando grossi solchi nella terra.

Quando il treno impattò violentemente contro la stazione ferroviaria, la vecchia sorrise “Finalmente!”.

Si alzarono subito delle grandi fiammate al cielo. Alcune bombole di gas in un vecchio deposito vicino alla stazione, colpite da un detrito scoppiarono e di li a poco le fiamme sembravano aver inghiottito tutto il paese, la terra intera.

– Come se questo paese non abbia mai visto il fuoco…

Disse Mordechai.

Nella scatola: qualche vecchia banconota, un taccuino cifrato e un foglio stropicciato che recitava: “Bastardi ebrei ci avete mancati.” Firmato: i ventitre uscarli di Brema.

Il girello fumante della vecchia si schiantò a meno di due metri dai due. Basel gettò la cassetta a terra e il nano bestemmiò.

– Andiamo a Charleroi.

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