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Suspiria visto da Massimo Zammataro

Suspiria, ovvero la maledizione del remake. La recensione di Massimo Zammataro.

Sì, perché per fare il remake di un capolavoro horror come Suspiria ci sono solo due modi: bene o male.

A farlo male ci si mette un attimo, non è difficile: penso a The Fog e a Venerdì 13, ad esempio.

Per farlo bene, invece:

  1. lo fai paro paro, come Funny Games di Haneke (regista anche dell’originale) o Psyco di Van Sant;
  2. hai una amore sviscerato e una conoscenza perfetta dell’originale, e lo riproponi in versione aggiornata e corretta, ma con precisi riferimenti stilistici che, omaggiandolo, non siano solo fine a se stessi (ad esempio, Halloween di Rob Zombie);
  3. prendi il soggetto, lo svuoti di quel che c’è e lo riempi di contenuti diversi, di solito un messaggio social-politico in senso lato. Ora, per fare questa operazione o sei lo zio George Romero o sei Brian Yuzna nel suo stato di grazia (Society). Sicuramente non sei Guadagnino, che nel suo palmares cinematografico ha solo film “impegnati”.

E siamo al punto: Guadagnino opta per la terza opzione cannando in pieno non tanto il suo obiettivo, quanto piuttosto il patto non detto con il fruitore finale che, verosimilmente già a conoscenza dell’archetipo, non potrà ineluttabilmente evitare una seppur minima comparazione con l’originale, aspettandosi qualcosa di diverso, ma filologicamente simile.

Del Suspiria argentiano, invece, resta poco o niente, se non il canovaccio e, forse, qualcosa che vi dirò alla fine.

Suspiria visto da Massimo Zammataro

Innanzitutto, la collocazione storica. Restiamo sempre nei ’70, ma dalla gotica Friburgo ci si trasferisce nella decadente Berlino est/ovest divisa dal muro e alle prese con il terrorismo e i moti popolari. Scelta per me incomprensibile, ma che evidentemente vuole essere un elemento importante nella storia, tanto da far dire alle protagoniste frasi del tipo: “ma non vedi che tempi stiamo vivendo?”, come se dalle loro scelte, che vedremo, dipendessero le sorti politiche della Germania o di chi volete voi.

Il nuovo Suspiria spazza via la trama che la Nicolodi e Argento avevano scritto nel 1977: che nel collegio ci siano le streghe è dichiarato subito, perdendosi in tal modo la progressiva disclosure del mistero celato dalla scuola di danza.

Al suo posto, una storia di lotta intestina per il comando della congrega consacrata alla Mater Suspiriorum, una faida tra fazioni facenti capo l’una alla vecchia mummia vivente Helena Markos,la quale si accredita come la vera e vivente Mater; l’altra, all’influente insegnante Madame Blanc che dubita della decrepita Helena. Ma non solo: si cerca anche una valida allieva che possa “donare” il suo giovane corpo all’anima della Markos il cui corpo putrescente non lo mangerebbero nemmeno i voracissimi maiali neri di Hannibal Lecter.

Alcuni flashback su Sisie Bannion (Dakota Johson), l’allieva scelta per la “donazione”, ci fanno, poi, già capire quale sarà l’epilogo di tutta la vicenda (che non vi dirò, perché è giusto che anche voi vi pippiate tutto il film…).
Altresì incomprensibile (almeno per me, che notoriamente non capisco una cippa), il ruolo e la storia dello psicologo Dr. Kemplerer.
Ma come ho detto, tutto ci viene spiattellato quasi subito, e si rimane ad assistere al progredire della storia, già compresa, per 152 minuti primi (!) tra duri addestramenti di danza che nemmeno in Flashdance e compagnia danzante.

In tutto questo, un funesto sottotesto da women power e “tremate le streghe son tornate!”, visto e rivisto anche in salse migliori: le donne sono considerate le streghe relegate nelle viscere della terra per timore del loro potere, che se messo a buon frutto potrebbe cambiare il corso della storia (e torniamo a quanto si diceva sopra). Che due palle…

Dicevo, Suspiria 2018 non solo fa strame della trama (perdonate il calembour), ma cancella completamente anche quella peculiare caratteristica stilistico-cromatica dell’originale, in cui i colori dominanti sono quelli primari (rosso,blu,giallo,verde) a ciascuno dei quali è associato un preciso stato d’animo, la paura su tutti.

In Suspiria 2018, manca la paura, ovunque, come manca persino la tensione. Striscia, Suspiria, arranca, come strisciano le collegiali esauste durante le massacranti prove del saggio.

Domina, invece, un colore: il grigio, il non-colore per eccellenza, che domina tutto e tutti, che ammanta storia, meteo (se non piove è nuvioloso o nevica), cose e persone, restituendo un senso di disagio probabilmente non voluto: il disagio della tristezza dello spettatore.

Manca, ancora, quel raffinato uso dell’architettura tutto argentiano che, mescolando stili e location diversi, contribuiva alla creazione di luoghi non-luoghi e sensazioni stranianti. Oggi, restano solo il (grigio) cemento e quartieri (pseudo)berlinesi degradati. Scelte.

Dal lato morti-ammazzati, i cadaveri non sono molti, come non lo erano nemmeno nel film di Argento. Quel che manca è l’efferatezza: sì, c’è una bella morte tipo bambolina voodoo, un osso esposto e poco altro. Nemmeno lo show down finale alla Beatrix Kiddo (se lo vedrete capirete), che sembra essere stato messo lì a posta per dare un contentino ai fan più sanguinari, può riscattare un film che non si eleva oltre l’ordinario, deludendo le aspettative (già basse) del principale destinatario dei remake, cioè l’appassionato.

Infine, nel finale di Suspiria 1977, la protagonista si salva e all’improvviso, senza nessuna ragione evidente, sorride enigmaticamente allo spettatore. Nessuno ha mai capito il perché, e quello era il bello. Ora, se si riesce a guardare il nuovo film fino alla fine, FORSE si potrebbe pensare che Suspiria 2018 abbia voluto dare una spiegazione a quel sorriso inspiegabile, in un gioco di rimandi riservato a pochi. Ma potrebbe essere tutto un mio film mentale…

Suspiria 2018 si chiude, quindi, con un breve post credit in cui, riproponendo il gesto magico di poco prima, la strega cancella la memoria allo spettatore.

Che in tal modo tira un bel Suspiria di sollievo.

Termino con un consiglio. Se volete vedere un bel film che omaggi in maniera originale le atmosfere di Suspiria (senza volersi giustamente accreditare come suo remake, pur essendo considerato tale), allora recuperate The Woods (2006) di Lucky McKee. Quellom sì che merita.

Alla prossima!

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