Taboo, la serie

Taboo, la serie: la recensione di Matteo Marchisio per Sugarpulp

Taboo, la recensione di Matteo Marchisio della nuova serie della BBC prodotta da Ridley Scott con un Tom Hardy  alle prese con una storia che convince.

Titolo: Taboo
Regista: Kristoffer Nyholm e Anders Engstrom
Screenplayi: Steven Knight e Edward Hardy
Prima visione: 2017
Stagioni: 1×8

L’Inghilterra ottocentesca è affascinante, ammettiamolo. Pochi periodi storici hanno visto protagonisti paesi in cui si sono trovate a convivere rivoluzioni industriali, stagioni di colonialismo sfrenato, trionfi economici e culturali. Il bon-ton dell’alto società fatta di frammassoni della Compagnia delle Indie Orientali, complottisti e alchimisti mischiato con la sporcizia dei quartieri operai anneriti dalle ciminiere che mettono quel fumo nero e sottile che si appicca dappertutto sottolineando le atmosfere dickensiane.

Ed è in questa Inghilterra che è ambientata Taboo, una nuova serie TV marchiata BBC e che vanta Ridley Scott come produttore. Su Rotten Tomatoes Taboo si è guadagnato un onestissimo 78% di feedback positivo, ricevendo in Inghilterra critiche più che positive specialmente per la performance di Hardy e la ricostruzione storica, sebbene per puro puntiglio alcuni storici abbiamo chiosato sui modi dei funzionari della Compagnia delle Indie Orientali.

Siamo nel 1814 e James Keziah Delaney torna a casa per riscattare un misterioso appezzamento di terra ereditato alla morte di suo padre. Bastano pochi minuti perché i peggiori pettegolezzi su di lui facciano capire di che tipo si tratti: avventuriero fallito, creduto morto varie volte in Africa, folle, violento, cannibale…

James Keziah Delaney sarà anche tutte queste cose e forse di più, ma ciò non dimeno è anche un uomo determinato a riprendere in mano l’impero di famiglia totalmente decaduto alla morte del padre. Fin dal principio si capisce come il mazzo di personaggi sia composto da figure interessate solamente a perseguire i propri interessi, incarnando da una parte la mentalità dell’epoca basata sul costante lavoro duro per strappare al prossimo quanto possibile, dall’altra la propensione moderna di osservare una storia da parte di un presunto villain che in fin dei conti attraverso la sua brutalità mostra quanto il mondo che lo circonda sia schifosamente ipocrita.

Impersonato da un Tom Hardy in stato di grazia, Keziah Delaney si muove cercando di non essere coinvolto dal proprio passato come cadetto dell’esercito inglese, dove si legge un chiaro richiamo al Cuore di Tenebra di Conrad, e di riuscire nei propri intenti, comportandosi in come un Edmond Dantes anglosassone animato da uno spirito imprenditoriale tutto inglese.

Corrotto da ricordi devastanti, in cui la follia del colonialismo senza regole e la violenza della vita africana, sempre la limite dello scatto nervoso mossa da una violenza che graffia per uscire, Keziah Delaney si dimostra un personaggio dalla fisicità mostruosa. Sociopatico, estatico, allucinato e maniacale, si aggira seminudo per una casa sporca, semibuia caotica come l’interno di una nave pirata.

Toh Hardy non è nuovo a prove di presenza fisica del genere: Bane, Max Rockatansky e Forest Bondurant, fanno capire che il ragazzotto armato di mitragliatrice intravisto in Black Hawk Down e la spia dai capelli biondi e il fare languido di La talpa sono diventati qualcosa di molto più pesante.

Taboo quindi sa rapire visivamente, e narrativamente, riscurendo, a mio avviso, a superare alcune parti dove dialoghi e inquadrature dal taglio documentaristico mettono il piede sul freno dell’azione vera. La lentezza di qualche scena, dunque, per questa prima stagione sembra essere l’unico tallone d’Achille di una bella storia.

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