Fuego

Torna Marilù Oliva e con lei Elisa Guerra, aka La Guerrera.

Una rentreé in grande stile, diciamolo subito. Anzitutto perché il personaggio di una delle autrici di Thriller più forti che ci sono in Italia, è lontano da qualsiasi possibile classificazione e clichè e questo, in un panorama editoriale spesso avaro di news ed esperimenti come il nostro, già di per sè è un merito non da poco. E poi perché Marilù Oliva ha il dono di unire in un unico gioiello molteplici fermagli di diamanti.

Come altrimenti definire quella sua scrittura ricca, policroma, tersa, ma anche rapace, in grado di ghermire i cuori ove necessario? E che dire delle caratterizzazioni dei personaggi, sempre efficaci e profondamente differenziate, o dell’intelligenza nell’uso dei meccanismi narrativi?

Certo scopriamo l’acqua calda a ribadirlo, se è vero che l’autrice bolognese ha collezionato un premio Azzeccagarbugli (per “Repetita”) e una finale nella cinquina allo Scerbanenco (“Tu la pagaras”) passando fra l’altro per il Premio Camaiore. Così, tanto per mettere le cose in chiaro.

Eppure bisognerà pur dire che prima di una trama a orologeria, di un intreccio che fa faville, di un’atmosfera magistralmente dipinta grazie a riferimenti esotici, colti, brillanti che infittiscono in una rete scintillante; ebbene prima di tutto questo Marilù ha una scrittura ipnotica e adeguatamente affascinante. Se non ci credete, leggete il romanzo, senza contare che dalla fascetta di copertina è proprio Valerio Evangelisti a sottolinearlo. In fin dei conti non dovrebbe essere questo il primo punto che interessa ad un lettore e che troppe volte in un autore viene considerato uno fra i tanti accidentalia?

E ancora: vogliamo parlare del fatto che qui, in questo romanzo, Marilù Oliva fa muovere in modo credibile, attento, preciso almeno una trentina di personaggi mantenendo ben salde le redini della storia? Senza una sbavatura, senza un cedimento, una pausa?
Già, la storia.

Ecco dunque una Bologna imbevuta di umidità e fiamme, infuocata, come si conviene ad un titolo come “Fuego”, se è vero che c’è un piromane in giro che va ad appiccare incendi; ecco tornare in campo gli scalcinati locali di salsa della provincia con dj tanto vanesi quanto avventurieri con nomi come El Tigron o El Pony. E ancora: Princesa, la splendida venezuelana che ha irretito i cuori di metà del cast; Catalina, la deliziosa cartomante amica della protagonista dagli occhi di zaffiro; la dottoressa Buldini, anatomopatologa tanto ineccepibile quanto pasticciona; Mussito, agente a caccia di cuori da vincere, l’ispettore Basilica, sempre discreto ma dall’animo appassionato e poi lei: la Guerrera.

Divisa fra un lavoro part time come pony express per le pizze e il sogno di sfondare nel mondo del giornalismo, Elisa Guerra non rinuncia ad indugiare nei vizi – rum e un’alimentazione per nulla equilibrata – né, ovviamente, ad approfondire la danza-combattimento della capoeira.

Aspirante criminologa, viene coinvolta nelle indagini dall’ispettore Basilica per risolvere omicidi rituali con corpi carbonizzati e teste di piccione che rimandano all’elemento del fuoco e ai suoi mille significati ancestrali.

Anche questa volta Marilù Oliva conduce il lettore in modo intelligente in un’indagine dalle mille facce: gli aspetti antropologici, quelli legati alle umane miserie, le invidie e i tradimenti, i significati arcani e gli immancabili riferimenti danteschi.

Un ritorno splendido e gradito, dunque, che ci riporta, fedele, il caleidoscopico mondo latino americano del precedente “Tu la pagaras” di cui “Fuego” è naturalmente il sequel, ma vorremmo dire di più: Marilù Oliva è proprio per questo l’autrice più interessante, coraggiosa e personale della sua generazione, ecco l’ho detto.

Perché la fluidità di scrittura, i colpi di scena, il ritmo si fondono in un’unica visione, un vero e proprio mondo cui, ancora una volta, il lettore si sente avvinto.

Francamente, non mi pare affatto poco, anzi.




L’odore acido di quei giorni

Tutti gli autori dovrebbero essere innamorati dei loro personaggi. Se poi succede che scrittore e protagonista siano sessualmente compatibili la cosa può diventare addirittura sconveniente.

Mia moglie ha imparato a convivere con la protagonista dei miei romanzi, Jelena Della Rebbia: non so se l’apprezza ma certamente la sopporta, dopotutto non esiste. Io stesso avevo giurato fedeltà alla mia creatura. Ed ecco che arriva Paolo Grugni e mi ritrovo irresistibilmente attratto dalla determinatezza, bellezza, fragilità dell’eroina del suo nuovo thriller: L’odore acido di quei giorni. Paolo la tratta male, molto male: non so se riuscirò a perdonarlo.

Un personaggio misterioso, del quale, per non rovinare la lettura, diremo pochissimo.

Siamo a cavallo tra il 1976 e il 1977. A San Giovanni Persiceto, vicino a Bologna, si è rifugiato un chirurgo: Alessandro Bellezza, incastrato dalle sue amicizie extra-parlamentari. Vive raccogliendo animali morti o feriti per strada, al soldo del Comune. I primi finiscono all’inceneritore, i secondi li tiene con sé: unica compagnia dopo un divorzio turbolento.

Una notte s’imbatte in un corpo di donna, sepolto nella neve. Pensa che sia morta ma si sbaglia: è sopravvissuta all’attacco di un serial killer dall’atroce modus operandi. L’investigazione si allarga dal paese sonnolento agli scenari del conflitto politico che infiamma l’Italia: brigate rosse, terroristi neri, servizi segreti deviati. C’è una cospirazione all’opera, un piano malefico che cambierà per sempre il volto della nazione.

Grugni torna ai temi cari della militanza e dell’animalismo, confezionando una trama che vede i protagonisti ripetutamente travolti dalla storia. Dal micro dei silenzi di una provincia innevata, evocata con grande gusto del realismo e dell’atmosfera, al macro degli scontri di piazza, tra molotov, pistole e i carri armati di Cossiga. Lo stile è quello elegante, a tratti iperbolico, di Italian Shaaria, ma qui c’è più spazio per i personaggi, per lo svolgersi della trama, per i dialoghi. L’anima thriller ne esce rinvigorita: si legge d’un fiato.

A scandire il ritmo emotivo e storico della narrazione ci pensano gli estratti delle dirette di Radio Alice, la celebre emittente pirata bolognese, poi repressa dal governo. Nella seconda parte diventano addirittura troppo invadenti, ricordando al lettore la frequenza martellante con cui sangue e repressione bagnavano le strade delle nostre città.

Bellezza è un protagonista dolente: un uomo buono, dal carattere discreto, forte di una dignità e di una coerenza che gli sono costate care. Non nasce detective e non ha superpoteri. Per questo è così facile identificarsi con lui: le sue paure sono le nostre, le sue reticenze così lontane dal machismo del noir e dell’hard boiled. Mi piacerebbe vederlo tornare ma chiaramente L’odore acido di quei giorni è un pezzo unico.

E poi c’è lei: ferita, segnata da un destino che sembra già scritto. È l’anima del racconto, il nodo in cui si raccolgono tutte le contraddizioni, le passioni. La muove una speranza tanto muta quanto commuovente. Sola come gli animali che finiscono sul pickup del medico. Impossibile non innamorarsene, impossibile non tremare nel caos delle manifestazioni, quando in mezzo alla guerra civile combatte una gara di ferocia col killer. Passaggi che ti lasciano tremante, fino alla conclusione: più amara che dolce.




Niente da capire. Tredici storie senza mistero

Densità.
E’ una parola che ripeto spesso quando commento un prodotto artistico.
Perché ci sono racconti o romanzi che, pur scritti benissimo, scivolano via dalla memoria appena voltata l’ultima pagina? Perché altri restano e ti si ficcano dentro come un pugnale? Mi sa che questo è il Santo Graal della letteratura.

“Niente da capire”, la nuova raccolta di racconti di Luigi Bernardi, non è solo denso: è un buco nero. Anzi, un buco noir che assorbe persino la luce (o i lumi, che dir si voglia) dei metodi scientifici d’indagine. E sapete perché? Perché veramente, nell’opera di Bernardi non c’è niente da capire.
Non ci sono investigatori provvisti di pipa alle prese con microscopici indizi, né commissari in trench che risolvono casi l’ultimo giorno prima della pensione, tantomeno moderni profiler con occhiali da sole Silhouette e macchinari d’indagine usciti da un film di fantascienza.

Non ce n’è bisogno. Perché, come ben sa Bernardi, noi possiamo creare con la logica un sistema perfetto in cui ad ogni azione corrisponde una reazione, ma questo sistema, somma idea originata dallo scientismo contemporaneo, non corrisponderà mai alla realtà effettiva. Einstein, che di buchi neri se ne intendeva, lo direbbe senz’altro meglio di me: “Finché le leggi della matematica si riferiscono alla realtà, non sono certe, e finché sono certe, non si riferiscono alla realtà”.

Non a caso Bernardi chiama ad auctoritas Friedrich Dürrenmatt, citando un brano tratto da “La promessa” nell’introduzione alla sua opera. Lo scrittore tedesco chiosa idealmente il pensiero dello scienziato dicendoci che, per quanto la scienza dell’investigazione tenda alla perfezione, “ciò che è casuale, incalcolabile, incommensurabile ha una parte troppo grande”.

E quella parte siamo noi, creature imperfette dominate da impulsi istantanei. Quella parte sono gli assassini dei tredici racconti di Bernardi, persone che, come recita la quarta di copertina “hanno disimparato a vivere” e sono spinti da semplici pulsioni animali: libidine, vendetta, rabbia, follia.

Allo stesso esito, se ci pensate bene, era arrivato Gadda nel suo “pasticciaccio”. L’assunto, alla fine, rimane quello di una realtà caotica impossibile da decifrare. Tuttavia, il protagonista del “pasticciaccio”, il commissario Ingravallo e la figura trait d’union dei racconti di Bernardi, il magistrato Antonia Monanni, si trovano ai margini estremi di questa concezione della realtà. L’uno è impossibilitato a proseguire l’indagine a causa del caos umano, l’altra non ne ha alcun bisogno, dato che i casi che le si presentano sono praticamente già risolti e quello che le resta non è più la comprensione ma l’amara certificazione di una società incontrollabile.

Nello sguardo della stessa Antonia Monanni, che più che un protagonista è un filo che cuce assieme le tredici storie senza mistero di Bernardi, scorgiamo la poetica dell’autore e il suo stile.

Antonia è una donna tutt’altro che fredda, ma che fredda è dovuta diventare, proprio come la prosa di Bernardi, semplice e diretta. Antonia riconosce il suo viso in un’assassina, uno dei suoi “casi non-casi”, come Bernardi plasma il suo punto di vista di volta in volta su quello dei suoi assassini. Antonia, per pulirsi dalla sporcizia di cui è testimone ogni giorno, si tortura masochisticamente, sottoponendosi a dolorose sessioni di ceretta. Il suo corpo nudo, i suoi rapporti occasionali e spesso frustranti diventano le parole crude di Bernardi, che perdono il loro valore brutale e diventano quasi termini necessari pronunciati durante un’autopsia.

Antonia mi ha ricordato la dattilografa della “Terra desolata” di Eliot che, dopo un triste atto d’amore insoddisfacente “percorre di nuovo la sua stanza, sola, con una mano meccanica i suoi capelli ravvia e mette un disco a suonare sul grammofono.” D’altronde, la città (o le città) in cui Antonia si muove sono le città irreali di una terra desolata, di cui poco ci è dato scorgere se non un’umanità spaventosa e spaventata che si rannicchia in interni anonimi, che mi immagino come buie stanze odorose di muffa in cui i minuti diventano ore e la follia è spesso una coinquilina seducente.

Solo nell’ultimo racconto, che fatalmente s’intitola “Senza Luce” (proprio come l’ultimo romanzo di Bernardi) si scorgono i lineamenti del panorama di un piccolo paese, subito oscurati da un black-out, come a sottolineare l’importanza della polarità luce/buio nella poetica dell’autore.

E “Niente da capire” è un libro buio, oscuro. La metafora che mi viene più naturale è che i tredici racconti siano altrettante sbarre di una grata sospesa sull’abisso quotidiano di una realtà informe. Antonia Monanni, da quella grata, guarda l’abisso e il seguito della citazione ve lo lascio immaginare. È in quella notte profonda dell’anima che Bernardi punta il suo sguardo, ed è forse da lì, dalla consapevolezza di una fondamentale impossibilità di disciplinare una tenebra informe di linguaggi, storie e vite che proviene la densità di cui parlavo in apertura.

In Bernardi il termine “noir” si scioglie da ogni legame con un genere letterario e diventa puro aggettivo: “nero” semplicemente, assenza di luce, oscurità, una notte perenne in cui l’alba è una promessa mancata e i mostri, più che l’eccezione, sono la regola.




Giovani, nazisti e disoccupati

Sono un pratico sognatore”.

Il protagonista del romanzo “Giovani, nazisti e disoccupati” è un anarchico, iscritto al DAMS, in piena astinenza da trielina, nella Bologna del 2010. Condivide l’appartamento con alcuni “Punkammerda” (e questo per lui è un problema), è riuscito a rovinare in maniera epica il matrimonio della sua ex ragazza e spesso, cosa di non poco conto, gli si manifesta lo spettro di Errico Malatesta.

Queste sono le premesse di “Giovani, nazisti e disoccupati”, secondo romanzo di Michele Vaccari, uscito per Castelvecchi editore, collana Le torpedini. Capire poi come il nostro protagonista riesca a trovarsi con una svastica tatuata e a divenire l’addetto per la propaganda del nuovo partito nazionalsocialista di Bologna…beh…per capire questo vi dovrete leggere il libro.

Una storia molto, ma molto divertente, narrata in prima persona, dove il punto di vista coincide con quello del protagonista (di cui non ci viene comunicato il nome) e nella quale ritroviamo con piacere la scrittura che aveva reso noto Vaccari (Ricordate Italian Fiction?), vale a dire quel suo stile fluido che a volte non rinuncia alla ricercatezza lessicale, miscelando sapientemente elementi gergali con altri da Accademia della Crusca.

Una narrazione dove iperbole e paradosso sono di casa, a tutto vantaggio dell’intrattenimento leggero del lettore, grazie anche alla figura quanto meno insolita (e forse anche per questo di amplissima spendibilità) del protagonista.

Da segnalare è anche il personaggio di Chiara, l’ex ragazza del protagonista. Una tipa dall’inaspettato dinamismo che ciònonostante riveste un ruolo ben definito nella logica del rapporto amore(poco)-odio con il suo ex.

Due parole, due, credo vadano spese anche per l’ambientazione della storia: Bologna. Una Bologna però che, al di là della toponomastica, resta molto aleatoria e poco tratteggiata, se non nelle sue contraddizioni, comuni peraltro ad ogni città del centro-nord. Una Bologna dove giovani rampolli giocano a fare gli “alternativi” per essere “diversi” finendo per omologarsi gli uni agli altri… o dove nostalgici del (dissolto) partito Fascista si ostinano a rimestar’ quelle ceneri.

Una Bologna dove “universitario” indica un limbo anagrafico che ha il sapore del Delta del Mekong.




Intervista ad Alessandro Berselli

Alessandro Berselli (Bologna, 1965) esordisce come umorista nel 1991; le sue “Lettere al condominio” lo portano nel 1992 al Maurizio Costanzo Show. Dal 2003 inizia un’attività parallela di scrittore noir. Tra le sue opere ricordiamo “Storie d’amore, di morte e di follia” (ARPANet, 2005), “Io non sono come voi” (Pendragon, 2007), “Cattivo” (Perdisa Pop-Babele Suite, 2009) e l’ultimo uscito “Non fare la cosa giusta” (Perdisa Pop – I Corsari, 2010).

Grazie per aver accettato questa intervista. Iniziamo dalle presentazioni: chi è Alessandro Berselli?
Scrittore, noirista per caso, musicista fallito, presuntuoso indagatore dell’animo umano, egocentrico narcisista. Devo continuare?

Dopo aver letto “Non fare la cosa giusta”, la domanda sorge spontanea. Quanto c’è di autobiografico nel protagonista? Ti rivedi nei suoi dubbi, disillusioni e rancori oppure ti senti, come Nanni Moretti in uno dei suoi film, uno “splendido quarantenne”?
Di autobiografico c’è parecchio, soprattutto nella prima parte, quella che riguarda l’autopsia della sua vita di coppia. Quando ho scritto “Non fare la cosa gisuta” stavo praticando l’eutanasia alla mia vita sentimentale, quindi mi è stato facile specchiarmi nelle dolorose riflessioni di Claudio Roveri. Poi chiaro che c’è l’elaborazione letteraria. Il suo cinismo, il suo senso di fallimento, non mi appartengono. E nemmeno la sua violenza, la sua xenofobia.

Lo stile che usi è molto curato e decisamente minimalista. Sappiamo che ami Breat Easton Ellis. A me ha ricordato anche certi noir di Luigi Bernardi o Barbara Baraldi, giusto per citare due autori che hanno pubblicato con Perdisa. Vuoi indicarci quali sono i tuoi modelli?
Tanti, e non tutti noir. Mi piace la scrittura introspettiva, i romanzi con l’andamento lento, le spirali avvolgenti piuttosto che le accelerazioni. Modelli tanti, tutti alti. Il novecento europeo. Carver e tutti gli americani. Il primo Stephen King. La letteratura inglese degli anni novanta. I primi tre libri di Ammaniti.

Definirei “Non fare la cosa giusta” come un finto-noir, in quanto mi è sembrato che la cosa più importante per te fosse l’approfondimento psicologico dei personaggi, la dimensione esistenziale, più che il puro meccanismo del giallo. Sei d’accordo con chi, come Raul Montanari o Gianni Biondillo, auspica il superamento del noir classico per giungere al cosiddetto post-noir?
Raul e Gianni sono più addentro alla scrittura di genere, quindi più qualificati per segmentare il noir. Di certo c’è che l’aspetto investigativo è per me un dettaglio, non ha tutta questa importanza. In effetti hai ragione: sono molto più interessato ai cervelli dei protagonisti che alle loro azioni. Utilizzo molti standard nei plot, negli intrecci, per poi sperimentare nello stile e nella costruzione dei personaggi. I soggetti più della trama.

Partito come comico, sembri aver trovato la tua dimensione nel noir. Pensi di continuare coerentemente lungo questa strada o in futuro dobbiamo aspettarci da te altro, per esempio un thriller cospirazionista o un romanzo storico…
L’evoluzione c’è sempre, ma credo alle modifiche progressive della propria poetica piuttosto che i grandi stravolgimenti. Le prime cose che scrivevo erano ultra pulp, adesso sono più meditativo. Il romanzo storico non mi appartiene, il thriller che prescinde dall’aspetto psicologico nemmeno. Sto ultimando “Nevermind”, storia di un sabato sera drammatico a cinque voci con un osservatore esterno. Quindi chiudo la trilogia del monologo interiore.

Ultima domanda. Sei uno degli scrittori italiani più amati dalle donne, ci puoi rivelare il segreto del tuo successo?
Credo sia il dopobarba. Oppure il lato femminile del mio carattere, che tengo sempre molto evidente. O forse ormoni e neuroni miscelati nel giusto modo. Non saprei davvero. Quindi funziona?



Non fare la cosa giusta

Cari barbabietolati, siete stufi dei soliti noir buonisti di casa nostra in cui un triste e malaticcio commissario di provincia (il cosiddetto Investigatore Cliché) alla fine punisce sempre i cattivi, senza dimenticare però di fare anche luce su loschi scandali e complotti assortiti (un po’ d’impegno ci vuole sempre, che diamine…)?

Bene, allora procuratevi “Non fare la cosa giusta”, l’ultima fatica di Alessandro Berselli (Bologna, 1965), un romanzo nerissimo, che non vi lascerà scampo fino all’ultimo pagina.

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¡Tú la pagarás!

Rieccoci a parlare del lavoro della barbabietola più prolifica che ci sia: la nostra Marilù Oliva che, dopo un anno circa dal suo fulminante esordio, torna con una storia altrettanto coinvolgente.

La narrazione ha inizio col rinvenimento di un primo corpo, quello di un uomo i cui occhi sono stati barbaramente trafitti, e lo sfondo è una sorta di microcosmo cubano che ha preso forma a Bologna, attraverso l’enorme diffusione che i ritmi caraibici hanno avuto nelle balere della zona.

La Guerrera (soprannome attribuito alla protagonista, Elisa Guerra, per svariati motivi) è un’affascinante salsera, esperta capoerista, cronista tartassata e precaria, nonché studentessa di criminologia.

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Salto d’Ottava

Videorecensione di Salto d’Ottava, di Antonio Paolacci. Matteo Righetto e Giacomo Brunoro parlano del nuovo bellissimo romanzo di Paolacci lungo la A4, nel cuore del Nord Est.

Vi ricordiamo che Antonio Paolacci sarà a Padova per parlare del suo nuovo libro insieme a Giacomo Brunoro sabato 23 ottobre: appuntamento per le 18:00 alla Libreria Lovat (Parco Commerciale Padova Est).

E poi, dopo la presentazione, noi andiamo tutti a mangiare alla mitica Sagra del Folpo a Noventa Padovana: chiaro che siete tutti invitati al tavolone Sugarpulp!



¡Tú la pagarás!

Con “¡Tu la pagaras!” Marilù Oliva fa il grande salto. Approda ad Elliott, un editore forte e che cura pubblicazioni di straordinaria qualità, costruisce un romanzo dalla trama fitta e complessa, gestisce un ampio numero di personaggi tutti ben caratterizzati e credibili, e poi tira fuori dal cilindro una Guerrera che è un character da quattro quarti di nobiltà artistica, come autrice.

Sì, perchè la scrittrice bolognese qui cresce esponenzialmente rispetto al già buon esordio di “Repetita”.

Certo, la scrittura è raffinata – Marilù a questo ci aveva già abituati – quello che però stupisce è che progredendo nella storia si apprezza anche il tentativo, riuscito, di spogliarsi di certi cliché da letteratura femminile. Continue reading



Salto d’ottava

Cesare Pavese ebbe a scrivere che: “leggendo, ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona già nostra, che già viviamo, e facendola vibrare ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi.”

Ebbene, è esattamente ciò che ho pensato durante la lettura di Salto d’Ottava, ottima opera seconda dello scrittore Antonio Paolacci (1974), campano di nascita, ma bolognese d’adozione.

Vi sono infatti autori che hanno la rara capacità e il prezioso talento di narrare storie comuni con straordinaria raffinatezza, riuscendo a “dare un nome” – e questo è ciò che conta alla nostra esperienza emozionale e alle parole che già risiedono confuse nel nostro intimo vissuto. E tra questi c’è sicuramente Antonio Paolacci.

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