L’ombra del Commissario Sensi

In una città solitamente tranquilla come La Spezia, iniziano ad accadere alcuni fatti a dir poco singolari. Tutto ha origine dal ritrovamento di un dente di narvalo. Subito dopo, Silvia, una studentessa liceale, viene molestata da un maniaco e minacciata con un’antica sciabola, e nel laghetto di un parco cittadino viene rinvenuta la testa di un uomo.

Gli omicidi proseguono, e Silvia è tutt’altro che fuori pericolo: anche lei sembra essere un obiettivo del misterioso assassino.

A occuparsi delle complesse indagini è il commissario Ermanno Sensi. Un poliziotto atipico, giovane, indolente e dal look “dark”. Si veste sempre di nero, odia il sole e alzarsi al mattino presto, per lui, è una vera tortura. Sensi è considerato bizzarro e strano anche dai suoi colleghi, nonostante si sia guadagnato sul campo il grado di commissario: alcuni anni prima ha lavorato come infiltrato in una setta satanica, riuscendo a sgominarla, ma l’esperienza che ha vissuto mescolandosi ai seguaci della congrega è stata tutt’altro che indolore.

Riuscirà il commissario Sensi a risolvere lo stranissimo caso del serial killer che uccide con una sciabola antica? E sarà lo stesso uomo che ha preso di mira Silvia? Le risposte, ovviamente, arriveranno alla fine, regalando al lettore non poche sorprese…

“L’ombra del commissario Sensi”, edito da Salani, è il primo romanzo di Susanna Raule, già apprezzata scrittrice di fumetti (ha creato il personaggio di Lord Ravenstock e collabora con la Bonelli), che debutta alla grande nel campo del romanzo, con uno stile di scrittura in cui si fondono magistralmente ironia, suspense e atmosfere gotiche, e che avvince il lettore al punto che, una volta iniziato il romanzo, è davvero difficile staccarsi dalle sue pagine. Perfetta anche l’ambientazione: Susanna Raule ci racconta una città – La Spezia – allo stesso tempo grigia e brumosa, ma anche gotica e misteriosa. Infine, il vero punto di forza del romanzo è il protagonista. Il commissario Sensi è un personaggio originalissimo e intrigante, che è impossibile non amare. Il protagonista ideale per una serie di romanzi di cui speriamo che questo sia solo il primo.

Tra teste mozzate, omicidi e atmosfere dark, “L’ombra del commissario Sensi” è perfetto per tutte la barbabietole tossiche, ma non solo; è un romanzo di grandissima qualità, che non potrà non appassionare e avvincere chiunque lo legga.




Intervista ad Alessandro Vitti

Alessandro Vitti è certamente uno degli artisti del fumetto più importanti della nuova generazione – è del 1978 – del resto i risultati parlano chiaro: disegnatore per la Marvel (Secret Warriors e X – Campus) e Bonelli (Brendon) ha saputo imporre un tratto onirico, violento e ricco di dettagli, miscelandolo con inquadrature dal forte sapore cinematografico.
Recentemente, la Panini ha pubblicato il suo arc – su storia di Jonathan Hickman – dedicato ai Secret Warriors, la gang di spie S.H.I.E.L.D. capitanata da Nick Fury che combatte contro l’altra grande agenzia segreta dell’H.Y.D.R.A. La storia, mozzafiato, è apparsa su Marvel Mix n. 85 come “Secret Warriors 2 – Dark Reign” e mescola atmosfere noir-pulp intrise di cupa violenza con svisate nel mondo mitologico-classico che fanno del fumetto in questione uno dei più interessanti usciti nell’ultimo anno. Una storia che racconta il difficile rapporto fra Ares, dio della Guerra e Alexander, dio della paura precipitando il tutto in uno scontro fra agenti segreti che non risparmia nessuno.
Consigliandovene la lettura da subito, ci è dunque parso opportuno scambiare quattro chiacchiere con un disegnatore fenomenale che sarà – fra l’altro – fra gli ospiti d’onore dell’imminente Mantova Comics.

Ciao Alessandro, per cominciare: come ti sei avvicinato al mondo del fumetto? Cosa leggevi da ragazzino e soprattutto i fumetti li leggevi?
Ciao a voi, Barbabietole… partiamo subito, eheheheheh, anzi… partiamo nel vero senso della parola, qui si respira una brutta aria… ahahahahahahah… parentesi a parte… i fumetti li leggevo e li ho scoperti casualmente, come i fumetti porno… mi sono capitati in mano per caso… ahahahahahahahah… avevo 9 anni quando ho letto il primo, sia dei supereroi e sia di quelli porno.
Mi sono piaciuti parecchio…
Torno serio… era il numero 11 di Capitan America e i Vendicatori della Star Comics…prima di quel numero, non sapevo dell’esistenza di una realtà ricca di personaggi pieni di caratteristiche diverse e bellissimi da ridisegnare.

Quando e in che modo hai capito che volevi disegnare comics e strips?
Sinceramente, non l’ho mai capito come ci sono finito in questo mondo, perché le mie ambizioni erano altre… io volevo fare “L’USCIERE”… torno di nuovo serio… Dire da subito sarebbe un’enorme menzogna.
Direi verso i 16 anni, perché per tenermi sempre in costante allenamento o per avere sempre uno stimolo a disegnare, cercavo nei fumetti, e nei disegnatori, l’incipit per proseguire e soprattutto per imparare a disegnare a tutti gli effetti …

Che tipo di scuole/istituti/accademie hai frequentato? Insomma qual’è stato il percorso formativo che ti ha portato a diventare disegnatore?
…perché è stato un percorso interamente sviluppato attraverso l’apprendimento da autodidatta.
Le scuole che ho frequentato hanno comunque sviluppato il mio bagaglio culturale e hanno comunque inciso anche ai fini della mia futura professione.
Alle superiori ho frequentato un istituto di grafica e poi mi sono iscritto all’Accademia di belle arti. Il percorso è comunque rimasto legato all’ambito artistico, ma con una visione più ampia. Volevo ancora capire cosa realmente mi poteva aiutare ad esprimermi. A me piace anche scolpire e dipingere, non mi dispiacerebbe riprendere ad utilizzare queste forme di espressione.
Ma delle scelte si devono fare, altrimenti si resta ad aspettare Godot… e di certo… se vuoi qualcosa devi cercare di prendertela con tutte le forze se ci tieni realmente, e le mie riflessioni, le mie scelte, sono andate tutte verso il fumetto e infatti…

Se non sbaglio uno degli incontri chiave per la tua carriera è stato quello con Giuseppe Palumbo, me ne parli?
… è stato così… soprattutto quando un giorno a Taranto, nella mia città natale, venne invitato in una libreria di fumetti il mitico Giuseppe Palumbo… si mostrò disponibilissimo e soprattutto aspettò che io tornassi in libreria per portargli delle mie tavole… perchè in quel momento non avevo nulla con me, mi vergognavo a mostrare i “ miei sgorbi”.
Mi disse di proseguire e mi diede dei suggerimenti, mirati a correggere alcuni particolari dei miei lavori.
Mi disse di farmi risentire e così ho fatto… ho lasciato trascorrere il tempo necessario per studiare meglio il disegno. Poi andai direttamente da lui.
In quel periodo Giuseppe stava cercando dei disegnatori che potessero collaborare ai suoi progetti lavorativi legati al suo studio e mi propose di entrare a farne parte…
Non ho più smesso di disegnare da quel giorno se non per dormire… ma adesso ho smesso anche di dormire pur di disegnare… preferisco… mi innervosisco se non disegno… divento irascibile… AAARGHHH… ho un braccio verde… HO UN BRACCIO VERDE… AAAAAAHHHHHH

Come sei arrivato a conoscere Chiaverotti e poi a disegnare Brendon?
L’ho conosciuto mostrando i miei lavori in casa editrice al curatore, Franco Busatta, della testata regolare dedicata a Brendon.
Franco mostrò i miei lavori a Chiaverotti e decisero di farmi lavorare sulle pagine della serie.
In seguito ho avuto anche il piacere di conoscerlo ed è stato emozionante sapere che in quel momento avevo davanti a me il mio sceneggiatore… cioè… il mio sceneggiatore… cioè… no no… dico sul serio… era proprio lui… cioè… colui che ha scritto alcune delle storie più belle di Dylan Dog… ed è il mio sceneggiatore… cioè… capite?!… fantastico… tutte queste emozioni improvvise mi faranno venire un coccolone…

Che tipo di linee, di tratto, di accorgimenti, hai adottato per “stare” nelle storie di Chiaverotti e più in generale quanto un disegnatore deve assecondare lo sceneggiatore?
Non direi assecondare, piuttosto interpretare seguendo comunque un concetto già stabilito.
Sono stato me stesso, a lui piace il mio stile perché rientro in quel genere di disegnatori che ama il dettaglio, la cura di ogni cosa che deve essere rappresentata.
Amiamo gli stessi autori e di conseguenza ci siamo ritrovati ad avere i medesimi gusti stilistici e questo fattore ci ha portati e mi ha portato, soprattutto, ad avvicinarmi al suo mondo… quello di Brendon… che già adoravo da lettore.

A parte Brendon qual’è il tuo personaggio Bonelli preferito?
Dylan Dog e il Nathan Never disegnato da Mari…

Il 2007 se non sbaglio è stato per te un anno chiave, oltre a entrare nello staff dei disegnatori Bonelli pubblichi per la Soleil francese “Serial Killer”, mi parli di quell’esperienza?
L’esperienza francese ha avuto altri precedenti, ma questa è stata la più divertente. Mi contattarono e mi chiesero di fare a fumetti le storie dei serial killer, episodi di cronaca realmente accaduti. Argomenti di cronaca nera che mi hanno sempre incuriosito: per questo accettai immediatamente.
E poi c’è da dire che il motivo che mi spinse ad accettare è stato anche il piacere di disegnare delle storie ambientate negli anni ‘70… periodo che, dal punto di vista dell’immagine e del costume, mi è sempre piaciuto,

Sempre nel 2007 arrivano anche le prime tavole per la Marvel, su “X-Campus” miniserie dedicata agli X-Men, la prima domanda nasce in modo obbligato: quanto è stato importante non aver tema di affrontare il mercato estero? E quali differenze hai impresso al tuo stile a seconda che disegnassi un fumetto per il mercato italiano, francese o americano? Oppure hai tenuto una tua coerenza forte e le variazioni grafiche sono state minime?
Le variazioni sono principalmente nella differenza del prodotto: Bonelli è in bianco e nero e gli altri due sono a colori, ma con una impostazione diversa della pagina. Su Brendon dovevo usare i neri per compensare l’assenza dei colori, quindi era “tutta farina del mio sacco”, mentre nelle altre due dovevo considerare la presenza di un fattore aggiunto che mi aiutava nel lavoro.
In questi due ultimi casi, per fare entrare in gioco il colore, al meglio, ho fatto in modo di lasciare solamente la linea di contorno in modo che il colore risolvesse gli effetti di luce e ombre.

Te lo chiedo perchè ho avuto la sensazione che il tuo stile sia sì molto forte, d’impatto, dettagliatissimo, ad alto tasso dinamico ma al contempo profondamente differente se considero le tavole per Brendon e quelle di Secret Warriors
Sono momenti diversi e prodotti diversi. La cura del dettaglio resta sempre, ma essendo diversa la tempistica narrativa devo necessariamente variare nella scelta delle soluzioni.

Com’è stato lavorare con Jonathan Hickman su “Secret Warriors”?
E’ bellissimo lavorare con lui, ha una sceneggiatura che mi permette di lavorare con delle sequenze dal taglio cinematografico, in questo senso siamo molto in sintonia e spero di poter fare anche altro con lui.

Fra l’altro in “Secret Warriors” mi pare che i tuoi disegni siano particolarmente dark, anfetaminici, intrisi di noir e gore, insomma è tutto molto adrenalinico, l’organizzazione degli spazi nelle “vignette” (ma ha ancora senso definirle così?) rompe le geometrie, sei d’accordo? E come hai cercato di interpretare la storia?
A differenza di molti, sono stato molto legato alle geometrie della pagina, probabilmente l’azzardo è stato quello di cercare a tutti i costi di trovare il modo per disegnare utilizzando delle vignette orizzontali, che mi permettono di evidenziare l’effetto cinematografico e in alcuni casi l’effetto dinamico.

Altro non ho fatto, perché le sceneggiature sono state scritte in modo da farti immediatamente percepire l’atmosfera che si crea nelle varie sequenze. Geniale!!!!

Mi piace molto in “Secret Warriors” l’unione fra l’action e la mitologia: Nick Fury, l’Hydra, le basi segrete ma anche il Dio della Guerra, il Dio della Paura, un mix che mi pare tornerà in “Broken Trinity: Pandora’s Box”.
Si, in effetti le tematiche e le atmosfere sono state apparentemente simili. Ma le ambientazioni sono state svariate e questo mi ha fatto divertire come un pazzo che corre ignudo in mezzo alla foresta ad occhi chiusi.
Ho lavorato nello stesso periodo su due fumetti in cui c’erano ogni due-tre pagine scenari diversi, quindi ogni volta un registro diverso, abbigliamento diverso…da paura… ma FIGO, c#§°§ se FIGO!!!!

Poi se non sbaglio sei passato a “Broken Trinity: Pandora’s Box” per la Top Cow: quando arriverà da noi? E quando l’altra miniserie da te disegnata per “Secret Warriors”, si sa niente?
Credo che riprenderanno ad uscire quest’anno in Italia le mie pubblicazioni.

Se ti chiedessi quali sono gli artisti che ti hanno influenzato maggiormente?
Tanti… direi tanti sul serio… ogni disegnatore che ho osservato nel suo lavoro, mi ha lasciato qualcosa, anche se distante anni luce dal mio stile, ma tutti sono stati utili per comprendere e imparare qualcosa per fare meglio il mio lavoro

Dimmi tre nomi di altrettanti sceneggiatori con cui ti piacerebbe lavorare…
Joshua Dysart, Brian Azzarello e Jason Aaron.

Perchè secondo te i disegnatori italiani vanno così forte negli States? Se non sbaglio siete in 37, cito fra gli altri, oltre a te, Giuseppe Camuncoli, Matteo Scalera, Alberto Ponticelli, Gabriele Dell’Otto
Perché picchiano meglio!!!! Ahahahahahahahah!!!!!! Non saprei, ci sono anche molti sudamericani, molti asiatici.
Credo sia solo una lettura molto patriottica, eheheheheheheheh… sembrano anche a me tanti, ma se poi si legge attentamente la mole di disegnatori che lavora in America, abbiamo raggiunto solamente la media stagionale…

C’è un personaggio Marvel per la cui serie vorresti disegnare?
Oltre a Capitan America e gli X-Men e Thor e Ghost Rider e DareDevil e Silver Surfer… non saprei!



All’armi siam fumetti

«Vorrei essere stato un fumettaro invece di un cinematografaro» (Mario Monicelli).

Ok, lo ammetto: ancora oggi, a quasi 35 anni suonati, dilapido una discreta sommetta mese dopo mese in giornaletti. Soldi buttati via, chiaro, come ripete in continuo mia mamma quando vede che torno a casa ad archiviare gli ultimi acquisti, dato che nel mio appartamento ormai spazio non ce n’è proprio più.

Ed è proprio con questa sconsolata considerazione che inizia il bellissimo saggio di Roberto Alfatti Appetiti “All’armi siam fumetti”: in Italia per lo più i fumetti sono relegati al ruolo di giornaletti. Roba da poco, sia chiaro. Utimamente si salva qualche sciccosa Graphic Novel, ma vi do un consiglio: se sentite uno che blatera di Graphic Novel, diffidate. Io personalmente quando sento parlare di Graphic Novel metto mano alla fondina, ma questo è un altro discorso…

Comunque per gente come noi, che se ne sbatte delle graphic novel e che ricorda ancora con nostalgia i giornaletti comprati a pacchi nelle scalcagnate edicole di Sottomarina (o di qualsiasi altra località turistica italiana), questo libro è una vera e propria manna dal cielo. Qui dentro trovate una serie di articoli scritti da Roberto negli ultimi anni sul Secolo d’Italia: un viaggio bellissimo e malinconico all’interno della storia del fumetto italiano ed internazionale. Una serie di scritti sempre precisi e puntali che si alternano ad interviste mai banali per raccontare un mondo, quello del fumetto, che ancora oggi riesce a trasmettere un fascino ed una poesia senza pari.

Non so voi ma io non sono riuscito a resistere a queste pagine in cui con amore, competenza e passione vengono raccontati personaggi marginali e politicamente scorretti come Mister No, Kriminal, Zagor, Andy Capp, Alan Ford e il Gruppo T.N.T… vere e proprie icone di una contro-cultura che ha influenzato tantissimo perlomeno un paio di generazioni.

C’è spazio anche per i grandi eroi immortali: gente che come Tex che, sia sa, non sbaglia mai un colpo (ma parliamoci chiaro: chi di noi può dire di non aver mai avuto un Tex tra le mani? Dai, non scherziamo).

Segnalo infine alcune chicche: la bellissima intervista a Roberto Recchioni, il malinconico saluto a Peppe Ciolfi “il giovane fascista che inventò Lanciostory (altro mito assoluto: non vedevo l’ora che mio papà mi portasse da Ganni, lo storico barbiere di via San Francesco, per poter leggere Lanciostory), l’articolo pubblicato per i trent’anni dell’Eternauta.

Certo, per poter apprezzare fino in fondo l’ottimo lavoro di Roberto dovete amare i fumetti anzi, i giornaletti (alla fine preferisco chiamarli così, è una questione di cuore).  Ma se così non fosse non sareste qui a leggere questa recensione: che ve lo dico a fare…


  • Titolo: All’armi siam fumetti
  • Autore: Roberto Alfatti Appetiti
  • Numero di pagine: 200
  • Editore: I libri de “Il Fondo”
  • Prezzo: Euro 12.50



Benvenuti nel Bayou

Il principale problema di Frank Castle, alias The Punisher, è quel prurito alla nuca che gli prende quando qualcosa non va.

È tutta una questione di inconscio, di percezione subliminale, di quella parte fondamentale di contatto con il mondo circostante non mediata dalla nostra coscienza. È tutta una questione di esercizio e di abitudine ad avere un mare, anzi un oceano, di cazzi amari da risolvere, di maniaci e assassini, o maniaci-assassini, alle costole che vogliono farti fuori o che tu vuoi fare fuori.

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Punisher e Barracuda

Questa settimana proponiamo un doppio appuntamento con il fumetto, per parlare di due personaggi in uno: Punisher e Barracuda.

Prenderemo nello stesso mazzo un tris d’artisti con i controzebedei: una leggenda della sceneggiatura per comics come Garth Ennis, un nuovo cavallo di razza delle storie Marvel – Victor Gischler – e un disegnatore che riesce a trasformare in un miracolo pop-pulp le idee di due geni del fumetto crime d’azione come i succitati soggetti: parliamo di Goran Parlov.

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Joker Hard Cover

Da un po’ di tempo i personaggi di punta della DC Comics, Superman, Batman e Green Lantern, vivono delle storie, nelle serie regolari, all’insegna del politicamente correttissimo.

Poco sangue, villain non eccelsi e la regola ferrea della casa editrice di non far commettere omicidio a nessuno dei suoi protagonisti stanno facendo arenare nelle secche del routinario questi nomi storici, che sì, non sono mai stati degli assassini, ma che ultimamente sono un po’ troppo mollaccioni, se mi passate il termine.

Ogni tanto esce fuori qualche storia un po’ più cupa, soprattutto per quello che riguarda il Cavaliere Oscuro, ma in genere si leggono cose abbastanza freddine, pseudo futuristiche e perfettamente dimenticabili. Di contro, i nemici classici vivono una seconda giovinezza fatta di sangue ed efferatezze, e permettono a sceneggiatori e disegnatori di esprimere il meglio di sé quanto a cattiveria.

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La lunga strada della vendetta

"La lunga strada della vendetta" di Joe R. Lansdale

Di Joe R. Lansdale si scrive molto spesso ma la ragione è semplice: l’autore texano è estremamente prolifico e rappresenta uno dei rari casi letterari in cui la quantità non inficia la qualità, tutt’altro.

Aggiungete che Lansdale è un autore in grado di sperimentare in modo vincente davvero molti generi: horror, pulp, western, fantascienza… e fumetto. I ragazzi di Edizioni BD lo sanno e infatti hanno pensato bene di accaparrarsi i diritti di alcune gemme nascoste.

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