Noir Factory: intervista a Massimo Carlotto

Sono passati poco più di sei mesi dall’ultima volta che abbiamo avuto il piacer di scambiare due chiacchiere con Massimo Carlotto, uno dei padrini di Sugarpulp. Allora si parlava del suo nuovo libro, il bellissimo e durissimo “L’amore del bandito”, oggi invece siamo di fronte ad un progetto che rappresenta una novità assoluta per quanto riguarda il panorama letterario italiano.

Carlotto infatti ha riunito intorno a sé una factory di giovani autori con cui lavorare per sviluppare nuove storie, nuovi romanzi e nuove idee. Un laboratorio creativo che vuole essere un punto di aggregazione e di confronto, capace anche di offrire una maggiore visibilità a nuovi autori emergenti.

Ciao Massimo, per prima cosa bentornato su Sugarpulp. Come nasce l’idea di dare vita a questa factory? E come si sviluppa da un punto di vista pratico il lavoro di questo nuovo laboratorio?
La consapevolezza che il noir muta più velocemente di un tempo mi ha convinto a mettere in piedi una sorta di laboratorio totalmente dedicato alla sperimentazione, il cui obiettivo non è di arrivare alla definizione di un filone e tantomeno di una scuola ma dare senso a esperienze collettive e individuali. Siamo un gruppo eterogeneo, formato non solo da scrittori, che lavora in comunità sia sul profilo teorico approfondendo temi specifici e analizzando lo sviluppo del genere a livello internazionale, sia su quello pratico della ricerca, l’indagine e la produzione di idee utili a scrivere romanzi. La scrittura è l’unico momento totalmente individuale della nostra struttura. Attualmente l’aspetto che stiamo privilegiando è quello della costruzione di trame, convinti che una buona idea possa diventare geniale se si mettono insieme persone motivate e capaci ma stiamo già pianificando altri terreni di ricerca.

Il concetto di factory di autori rappresenta una novità assoluta per la letteratura italiana: quali sono i vantaggi per un autore che può contare su un gruppo di lavoro di questo tipo?
Se a uno di noi viene in mente l’idea di un romanzo la condivide con il gruppo e se viene ritenuta valida, tutti lavorano all’ideazione e alla stesura della trama, il che significa un coinvolgimento anche nella raccolta del materiale che per noi significa indagine giornalistico-investigativa. Un lavoro che termina solo quando il gruppo è convinto che la storia valga al punto da essere scritta e diventare romanzo. A quel punto la storia ritorna nelle mani dell’autore. Tutti lavorano a tutti i progetti ma alla fine solo uno scrive ed è l’unico “proprietario” del romanzo, un’esperienza interessante anche dal punto di vista umano. Poi uno è liberissimo di lavorare all’esterno del gruppo e di scrivere “altro” e in altro modo.

“Donne a perdere” è il primo titolo che nasce da questo esperimento: quali saranno i prossimi?
Donne a perdere è nato dopo l’esperienza di Perdas de fogu. Quattro degli autori che avevano partecipato all’indagine e alla prima fase di scrittura collettiva hanno lavorato in totale autonomia, l’unico punto in comune era il tema, donne a perdere appunto. L’obiettivo era quello di pubblicare in Italia il primo volume con tre romanzi e costruire il terreno per una struttura più agile e produttiva. Tra un anno usciranno invece una serie di romanzi singoli, frutto della nuova fase di sperimentazione.

Noi di Sugarpulp stiamo cercando di valorizzare un tipo di narrativa molto preciso, vale a dire un noir che punta su trame articolate e complesse, su uno stile di scrittura veloce e dinamico e, soprattutto, su una scrittura fortemente radicata nel territorio: quanto peseranno questi punti sulle prossime produzioni della factory?
Leggo e apprezzo la produzione di Sugarpulp e la individuo come “esperienza” nel panorama nazionale. Trama, scrittura e territorio sono ovviamente punti che pesano e peseranno ma in modo completamente differente. A noi non interessa riprodurre l’esistente se c’è già qualcuno che lo fa bene.

Che consiglio daresti a chi vuole scrivere un libro noir?
Di studiare storia e autori del genere (nel nostro gruppo il corso di formazione dedicato è biennale) e di leggere moltissimo. E non solo quello che piace.

Oggi come oggi il genere noir è molto inflazionato, se mi passi il termine: cosa ti piace e cosa non ti piace di quello che leggi? (non necessariamente solo in Italia)
Non mi piacciono i romanzi che non hanno nulla di nuovo e ripropongono storie già lette (o già viste) e purtroppo sono molti. Il genere è inflazionato da una politica editoriale che punta a riempire le librerie a qualsiasi costo, troppo spesso a scapito della qualità ma per fortuna tante buone letture che arrivano un po’ dappertutto sono a portata di mano. Basta saperle cercare.



Superciuk: un antieroe Sugarpulp

Correva l’anno 1971. Era agosto e faceva caldo. Tanto caldo. Erano gli anni in cui le città d’agosto si svuotavano: a quei tempi quando si parlava di ferie si parlava di qualcosa che durava come minimo tre settimane. Se restavi in città d’agosto eri fottuto: era tutto chiuso.

Altro che gli striminziti settegiorniseinottituttocompreso a cui siamo costretti oggi. A quei tempi non esistevano le fumetterie, tranne qualche rara eccezione. L’edicola era il sancta sanctorum dei fumetti italiani: trovavi tutto lì.

E proprio in quell’afoso agosto ’71 nelle edicole italiane usciva un albo destinato a segnare la storia del fumetto italiano: Superciuk.

Si trattava del numero 26 di Alan Ford, serie scritta da Max Bunker (alias Luciano Secchi) e disegnata da Magnus (alias Roberto Raviola) . Con quello storico numero Alan Ford si trasformò in un vero e proprio fenomeno di costume: da serie di culto divenne un fenomeno di massa, fenomeno che dura tutt’ora (con alti e bassi) dopo più di 40 anni di onorata carriera.

“Superciuk” è il primo capitolo di una trilogia che non ha niente da invidiare ad altre celebri trilogie decantate dai critici, da Guerre Stellari alla trilogia dell’anello (si, sto proprio parlando di Tolkien). Dopo “Superciuk” infatti uscirono “La minaccia alcolica” (Alan Ford 27) e “Il fiasco spezzato” (Alan Ford 28), due albi altrettanto straordinari.

Non ci sono dubbi: Superciuk è stato l’antesignano dei grandi antieroi moderni pulp. Un vecchio spazzino alcolizzato che decide di rubare ai poveri per dare ai ricchi, un supereroe del male con una fiatata alcolica mefitica come superpotere, uno che va contro tutte le regole buoniste e politicamente corrette e che, ironia della sorte, viene fermato soltanto dal Gruppo T.N.T., la più scalcagnata agenzia di agenti segreti della storia del fumetto.

Si perché parliamoci chiaro: i “buoni” qui non esistono. Non ci credete? Bene, ecco allora una rapida carrellata dei nostri eroi: Sua Eccellenza il Numero Uno è un vecchiaccio taccagno, infido e perfido; il Conte Oliver è un ladro senza vergogna; Bob Rock (il grande, grandissimo Bob Rock!) è un nano iroso e meschino; Cariatide e Geremia sono due vecchi parassiti ed egoisti; Grunf un povero diavolo mezzo rincoglionito. Resta giusto Alan Ford, una sorta di Candide moderno.

Questi dunque sarebbero i buoni, niente da stupirsi se alla fine i cattivi sono gente come Superciuk: applaudito ed amato dai ricchi che lo considerano il loro unico baluardo nei confronti di una teppaglia arrogante, colpevole di non voler accettare il suo ruolo di sconfitta dalla storia. Si potrebbero fare mille paragoni con la cronaca di oggi, ma qui si sta parlando di fumetti.

Ad ogni modo con questa trilogia Max Bunker & Magnus dimostrano una ferocia ironica e una genialità satirica senza pari: ribaltano ogni regola, se ne sbattono di tutto e di tutti e raccontano una storia clamorosa, di quelle che fanno epoca. Una storia corale che ti fa ridere a crepapelle ma che allo stesso tempo dipinge una società spietata e senza vergogna, una società in cui contano soltanto potere e denaro.

Ecco perché Alan Ford risulta di un’attualità disarmante: in questa serie straordinaria è possibile ritrovare ancora oggi quest’Italia che non cambia mai, che resta sempre quella che piange il morto per inculare il vivo, l’Italia del volemose bene.

Prima di questo storico numero 26 il ciclo di Alan Ford aveva presentato altre storie memorabili, penso a “Boyscout”, a “1 2 3 4″, a “L’albero di Natale”, a “Sogno di una notte di mezzo inverno”… ma la trilogia di Superciuk le batte tutte: è con questi tre albi che Alan Ford entra di forza nell’immaginario collettivo di un’intera generazione, e forse in più di una.

La collaborazione tra Max Bunker e Magnus si fermò al numero 75, “Cala la tela per Superciuk” (come vedete il nostro è sempre presente), ma quei 75 numeri restano tutt’oggi fumetti di un valore assoluto. Dopo ci sono state tante altre avventure per il Gruppo T.N.T, che nel corso degli anni ha sempre mantenuto la sua carica iconoclasta e la sua ferocia satirica, ma la magia di quei primi 75 capolavori non si è più ripetuta.

Poco male: ripenso ad una delle tante magliette di Grunf, ad una delle mille telefonate del Conte al suo ricettatore di fiducia Bing, al Numero Uno che sfoglia la sua agendina nera o a Bob Rock che porta il Cyrano in missione e mi faccio una bella risata.

A me Superman è sempre stato un po’ sulle palle: preferivo Superciuk.



Intervista a Massimo Carlotto

Massimo Carlotto, padovano, è tornato in libreria in questi giorni con “L’amore del bandito”.

Dopo libri bellissimi e disperati come “Nessuna cortesia all’uscita” e “Il maestro di nodi” ritroviamo Marco Buratti, l’Alligatore, detective privato senza licenza che si muove in un Nord Est che puzza decisamente di marcio.

Carlotto, che con le sue storie e i suoi personaggi indimenticabili è diventato uno degli scrittori di noir più letti ed amati d’Europa, è senza dubbio uno dei padrini spirituali del movimento Sugarpulp: non potevamo quindi non approfittare del suo nuovo libro per fare quattro chiacchiere con lui.

Massimo, il ritorno dell’Alligatore è coinciso con il tuo ritorno a Padova: ne “L’amore del bandito” però Marco Buratti, dopo due anni di lontananza da Padova, sembra quasi non riconoscere più la sua città: è la stessa sensazione che hai provato tu in questo ultimo periodo?

Ho voluto soprattutto evidenziare il senso di disorientamento che colpisce molta gente nel Nordest, dovuto alla difficoltà di riconoscersi in un territorio sempre più investito da fenomeni di crisi sociale ed economica che rendono difficoltosa, complicata e triste l’esistenza. La marginalità di Buratti è un punto di vista privilegiato per raccontare questa realtà che non coincide più di tanto con il mio ritorno a Padova, città che di fatto non ho mai abbandonato.

Il Veneto che racconti è un “mercato fiorente” per malavitosi di ogni tipo e per imprenditori senza scrupoli: possibile che questa regione ormai sia soltanto un mercato? Per non parlare del lato politico della faccenda: il Veneto dagli anni ’60 in poi è stato un eccezionale laboratorio politico, in cui sono nati movimenti importanti nella storia italiana, soprattutto in chiave extraparlamentare: possibile che ora l’unica proposta politica di questa regiona sia quella della Lega?

La Lega è sintomo del disagio profondo di un territorio che non ha saputo valorizzarsi ma si è imbarbarito rinunciando anche alla propria storia migliore. La realtà è spietata. Essere un crocevia geografico ci ha trasformato in terra di conquista e in un laboratorio dove economia legale e illegale si sono felicemente incontrate arrivando a diventare un vero e proprio modello di sviluppo. Altri valori meno nobili come denaro, potere e successo hanno sostituito quelli dell’utopia e della sperimentazione politica.

I tuoi personaggi in più di un’occasione esprimono giudizi molto duri sul Nord Est, soprattutto Marco Buratti che si lancia in uno sfogo profondo e sincero, uno sfogo che secondo me toccherà nel profondo i tuoi lettori (soprattutto chi vive in Veneto in particolare e a Nord Est in generale)

Sfogo che è oggetto di dibattito in ogni presentazione, anche fuori dal Veneto. I lettori si interrogano sulle contraddizioni di una regione così ricca da risentire meno delle altre della crisi economica eppure tristemente nota per fenomeni di xenofobia e grettezza figlie di una cultura minore e recente. D’altronde compito del noir è raccontare la realtà che circonda la storia criminale che svolge il ruolo di cuore pulsante del romanzo.

Quando vedremo Marco Buratti al cinema, o in tv? Sarebbe un personaggio perfetto… o forse è troppo scomodo?

Ci hanno provato in tanti e ora ci stanno riprovando. Il limite “televisivo” del personaggio è il suo non essere rassicurante, condizione essenziale per essere gradito alle reti e soprattutto agli sponsor. Insomma è troppo scomodo. Però non abbandono la speranza. Mi piacerebbe vedere l’Alligatore in tv.

Nei tuoi libri veniamo a contatto con il lato deviato del multiculturalismo: mafie etniche che campano sulla pelle dei disperati, che stringono accordi con tanti insospettabili e che sono profondamente radicate nel territorio. È ancora troppo presto per raccontare storie di immigrazione “normale”?
Il Veneto è la regione con il maggior numero di immigrati d’Italia, la maggior parte dei quali ormai è decisamente integrata (moltissimi parlano in dialetto!): perché è così difficile per loro trovare visibilità?

L’immigrazione radicata e legale non è culturalmente riconosciuta. Lo sarà solo quando non sarà un problema la libertà religiosa e una moschea non sarà più oggetto di polemiche. Quando le culture immigrate rimangono a lato della società, prive del diritto di cittadinanza sono di fatto clandestine. In Francia, in Germania e in altri paesi europei non è così. Quando voglio rilassarmi a Parigi vado a bere un the al bar del centro culturale islamico e il rispetto è reciproco, innato e profondo. Io sento il bisogno di conoscere “l’altro” che è venuto a vivere nel mio territorio, di scambiare messaggi ed esperienze culturali. In Veneto questo oggi è impensabile. In Sardegna invece il clima è sereno e la convivenza è un progetto “possibile”.

Quello che mi ha sempre colpito in molti tuoi libri, e ancor più in questo, è il ritratto impietoso che fai delle persone così dette normali: tutte marce. Nel tuo ultimo romanzo però ci sono dei segnali positivi: i gruppi civici che vogliono cambiare le cose dal basso, un avvocato che si rifiuta di andare oltre… insomma, ci sono speranze anche per “questo” Veneto?

Sì. il marcio c’è ed emerge tristemente dalle cronache ma la parte sana e maggioritaria della società può imporre altre culture e altri modelli di sviluppo. Credo che oggi sia prioritario salvaguardare il territorio, questa terra bellissima non merita altri scempi e può offrire un futuro migliore. Per tutti. I primi segnali di ripresa e di riscossa morale sono evidenti. Fiducia e speranza devono far parte del nostro agire. In attesa di tempi migliori.



La vendetta della terza linea

terza_lineaC’è tanta roba nel romanzo d’esordio del padovano Nicolò Bonazzi: ritmo serrato, una scrittura asciutta e concisa, ironia fredda e pungente, una storia divertente, cattiva, politicamente scorretta, in cui i buoni non sono poi così buoni (in compenso i cattivi sono delle vere merdacce).
Il libro si legge in fretta e fa lo stesso effetto di una fuga lungo la fascia del Lomu dei tempi d’oro: travolgente. Continue reading