L’ultima Anguàna

È già uscito da qualche mese, e sta andando a ruba nelle librerie. L’ultima Anguàna di Umberto Matino sembra destinata a diventare un nuovo cult della letteratura valleogrina.

Anno 1956. Posina. Comune montano tra i più estesi e contemporaneamente meno popolosi della provincia di Vicenza. Tre bambini passano la loro estate in contrada, ospitati da una nativa del luogo. Pian piano, i tre, vengono a conoscenza dei più affascinanti e inquietanti segreti del territorio. Folletti, streghe e un dialetto dal gusto arcaico convivono con la vita degli abitanti del paese. In particolare, i bambini sono spaventati e allo stesso modo incuriositi dai racconti sulle anguàne: misteriose ninfe acquatiche, buone di giorno e malvagie di notte. Queste antiche leggende sembreranno improvvisamente prender vita, riservando ai giovani ospiti un triste destino.

Il commissario Baldelli, a causa di strani rinvenimenti, tornerà dodici anni dopo in questa strana valle, trovandosi faccia a faccia con ferite mai rimarginate e inconfessabili segreti.

In questo secondo libro, Matino batte nuovamente il sentiero percorso dal suo romanzo d’esordio, La valle dell’Orco. Ancora una volta, infatti, le leggende, la storia e la mitologia popolare tornano ad essere protagoniste di quello che potremmo definire un “giallo storico”, dove la ricerca letteraria e archeologica respira assieme alla trama investigativa.

L’ambiente grigio e misterioso delle piovose contrade montane torna ancora una volta ad essere lo scenario di terribili omicidi. Nulla manca a quello che a tutti gli effetti può essere definito un thriller. Tuttavia la magia delle leggende popolari, pian piano va ad intrecciarsi con la realtà. Il dialetto veneto parlato dai valligiani assume il valore di lingua dell’arcano. La pratica del filò e i racconti delle contrade risvegliano e fanno rivivere la tradizione che ancora si cela nella memoria della gente. Tutto in un’unica storia, dove l’uno necessità dell’altro.

Dal punto di vista stilistico, inoltre, non c’è dubbio che Matino stia compiendo un percorso di maturazione. A differenza del suo romanzo d’esordio, infatti, le descrizioni sono più vivide e dettagliate, i personaggi più caratterizzati e la trama la si può riassumere con maggior chiarezza. Da notare, a mio avviso, l’epilogo del romanzo: veramente ben scritto, dove la vecchia Schio del vino e delle osterie torna a vivere tra una riga e l’altra del racconto.

Un gioiellino nostrano, dunque, che non lascerà a bocca asciutta chi ha amato La valle dell’Orco, dove un tempo a noi così distante, ma nello stesso tempo così vicino, riprende vita facendoci viaggiare tra fantasia e realtà.




“Ti voglio credere”: intervista a Elisabetta Bucciarelli

Vincitrice del premio Fedeli, finalista allo Scerbanenco, scrittrice, sceneggiatrice, conduttrice di frizzanti (e interessanti) interviste per la web-emittente Booksweb nonché docente di scrittura, Elisabetta Bucciarelli ha appena pubblicato per Kowalski il suo quinto romanzo, “Ti voglio credere”.

Protagonista è il suo personaggio letterario, ispettore Maria Dolores Vergani, questa volta alle prese con un doppio isolamento, costretto e volontario. Da un lato è infatti agli arresti domiciliari in casa dei genitori, dall’altro è ingabbiata nei controsensi di un’etica indotta a misurarsi con le leggi umane e con una realtà sempre meno palpabile.E gli altri, volenti o nolenti, ne sono i tasselli.

L’accusa per gli arresti è grave: omicidio volontario. Ma quando si confronta coi suoi ricordi, la Vergani si smarrisce nella nebbia e le certezze della memoria sono pochissime: il luogo, un bosco della Val d’Aosta. Davanti ai suoi occhi c’era un uomo col fucile puntato contro di lei, alle spalle una donna colpevole di abuso sui minori. E poi? Qualche passaggio, il coltello contro la donna, dopo il buio.

Sono i tasselli mancanti, ma è soprattutto la sua esigenza di verità che la spingono ad avvalersi della facoltà di non rispondere. Eppure basterebbe così poco, una menzogna per sfuggire alla galera e a tanti altri problemi… Non ci sta, l’ispettore. Nel frattempo collabora “clandestinamente” e con discrezione alle indagini della questura di Milano, nonostante il divieto di agire imposto dalla legge. Colpa del fidato Funi, della sua mania di andarla a trovare, farle rapporto e cercare nelle sue intuizioni la strada giusta. Ma sentiamo un po’ cosa risponde l’autrice alle nostre domande curiose…

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Un gioco da bambini

James Graham Ballard pubblicò nel 1988 un piccolo capolavoro ‘giallo’: Un gioco da Bambini (Running Wild in originale) pubblicato in Italia per la prima volta da Anabasi nel 1992 con la bella copertina originale e successivamente ripubblicato, con copertina cambiata, chissà perché, dalla Feltrinelli: la vicenda si sviluppa intorno al Residence Pangbourne Village, dove tutte le famiglie vivono una vita paradisiaca, grazie alla loro ricchezza economica e ai rapporti esemplarmente democratici tra genitori e figli e tra gli stessi membri della comunità.

Ogni famiglia ha in ciascuna stanza della casa una telecamera collegata con l’impianto a circuito chiuso della portineria (altro che l’attuale e annacquata versione Orwelliana di uno degli show più insulsi della storia della televisione, il Grande Fratello endemoldiano). D’altronde la sicurezza del residence, e di conseguenza quella della comunità stessa, risulta essere l’ossessione dei componenti di questa ‘isola felice’.

Nonostante ciò, un giorno, all’improvviso, i 32 adulti del Pangbourne Village vengono massacrati in diversi modi, tutti alquanto ingegnosi, mentre dei loro 13 figli non rimane nessuna traccia. La polizia, la sezione speciale investigativa CID e i servizi segreti brancolano nel buio, per questo il Ministro degli Interni sarà costretto a richiedere l’intervento dello psichiatra Richard Greville, già risolutore di un caso apparentemente impossibile, la cui soluzione diede il via a una reazione scandalizzata e avversa nei suoi confronti da parte dell’opinione pubblica (quella alla quale fanno riferimento i governanti quando sentono di poterla manipolare a proprio piacimento).

Pian, pianino le indagini dello psichiatra-investigatore scoprono il vero volto del Pangbourne Village, un volto celato sotto la coltre apparente della limpidezza, della sicurezza e della democraticità: niente violenze, niente punizioni, nessuna imposizione da parte degli adulti nei confronti dei propri figli, tutto risulta come era stato descritto, tranne che per un particolare tutt’altro che trascurabile, ovvero che un mondo così può risultare solamente fittizio e privo di quella tensione vitale necessaria allo sviluppo tanto di ogni società che di ogni individuo inteso come essere umano.

Ai giovani ragazzi mancavano fondamentalmente quei contrasti, quelle sgridate e quelle incomprensioni con i genitori cosi normali che il vero sadismo si esplica proprio nella loro privazione, una privazione che porta altresì alla privazione della libertà di poter essere semplicemente degli esseri umani, di poter vivere la vita con i suoi inevitabili contrasti, le normali difficoltà e le immancabili contraddizioni. Fondamentalmente ciò che mancava a quei ragazzi era l’essenza della vita, il sentirsi liberi di vivere. Non a caso il sergente Payne aveva avvisato il Dottor Greville a proposito di ciò che le telecamere avevano quasi certamente prodotto sui ragazzi:

“[...] se non altro sappiamo perché qui non c’erano mariti e mogli infedeli. Ma pensi a quei ragazzi, dottore, tenuti d’occhio ogni ora del giorno e della notte. Questo era un amabile, accogliente Alcatraz minorile”.

Ecco ciò che scopre il Dottor Greville, che quel che appariva come apollineo si rivela essere in realtà dionisiaco, un paradiso malefico (quel paradiso artificiale nella quale per esempio Alemanno è già riuscito a trasformare, in cosi poco tempo, l’attuale Roma Capitale ben oltre ogni più nefasta previsione, come già era successo a tante altre città e soprattutto come sta accadendo a tutta la penisola).

La storia del Pangbourne Village ci viene narrata attraverso il diario del Dottor Greville, capovolgendo il classico schema della narrativa gialla (poiché qui non importa il chi è stato, visto che s’intuisce fin dal principio), del quale il libro mantiene comunque la struttura, anzi fa della struttura stessa la sua forma (seguendo la lezione dei formalisti russi come il geniale Victor Sklovskij che aprì, per l’appunto, la strada allo strutturalismo superando il formalismo che egli stesso aveva contribuito a fondare). Ballard però si spinge oltre, poiché è attraverso la visione di video, di articoli dei quotidiani, di telegiornali da parte dello psichiatra-investigatore e del succitato sergente Payne che la storia s’imprime nella mente del lettore, come se il lettore stesse assistendo a un film o, meglio ancora, come se partecipasse direttamente alle indagini di un omicidio-massacro avvenuto nella realtà.

Questa però è una storia letteraria e come tale non nuoce se non a quei, purtroppo sempre più numerosi, appartenenti a quel mondo conformista benpensante e falsamente democratico descritto nel libro e che oggi imperversano impunemente nella politica e nei mass-media, un mondo che nel libro non accetterà la verità svelata dal Dottor Greville, preferendo credere a stravaganti e immaginarie teorie sui possibili autori della strage*.

La costruzione cinematografica della cruda realtà e la rappresentazione stessa della realtà, filtrata attraverso i mass-media, descrittaci con le tecniche utilizzate dai stessi mezzi d’informazione di massa (tecniche ovviamente riprese per analogia attraverso la forma letteraria), sono le forme con le quali Ballard ci inchioda per un’ora a una lettura carica di emozione e di tensione, denunciando l’apparente benessere materiale e psicologico di un mondo che non riesce più a compensare l’assenza di valori nel quale è sprofondato, una denuncia più che mai attuale.

*Dal diario del Dottor Greville: “Sono trascorsi cinque anni dal massacro di Pangbourne e, come avevo previsto, i 13 ragazzi si sono rifatti vivi. Durante questi anni non si è saputo più nulla di loro e a Scotland Yard sono tuttora convinti che siano morti o prigionieri di qualche potenza. Il rapimento di Marion Miller da Great Ormond Street viene considerato una conferma di questo complotto e si dà per scontato che i due giovani assassini siano stati drogati o abbiano agito sotto coercizione. Gli unici tuttora scettici siamo il sergente Payne ed io…