I corti horror di Davide Melini

L’Italia riscopre l’horror? La verità è che a dimenticarlo sono stati solo i produttori cinematografici, caduti tra le gambe della commedia e delle saghe familiari, unici due generi offerti al pubblico da vent’anni a questa parte. In mezzo a questa desolazione centinaia di giovani hanno provato a dimostrare che la grande tradizione del brivido poteva sopravvivere. I loro appelli, però, cadono nel vuoto. Al cinema ci arriva Zampaglione, in virtù della sua stella musicale, col pessimo e ultra derivativo Shadow. Ci arrivano a singhiozzo i deliri senili di Dario Argento. Ha fatto capolino Imago Mortis di Stefano Bessoni, che però è fuggito in Spagna per le riprese.

La penisola iberica è la nuova capitale dell’horror, lì ha trovato albergo un altro giovane cineasta italiano: Davide Melini, i cui ultimi due cortometraggi, The Puzzle e La dolce mano della rosa bianca, stanno riscuotendo un notevole successo nei circuiti festivalieri. Melini, trentadue anni, è stato assistente alla regia per la splendida serie tv della HBO Roma e per La terza madre di Argento. In Spagna ha lavorato come primo aiuto regista in numerosi corti. È un ragazzo gentile, che non se la tira, ben conscio di aver scelto una strada tutta in salita. Oltre a dirigere è anche sceneggiatore: questo gli permette di essere “autore” a tutto tondo.

The Puzzle, girato nel 2008, attinge a piene mani al periodo d’oro dei Bava e di Argento, senza dimenticare l’irrinunciabile lezione di Hitchcock o le moderne spinte sopranaturali di Shyamalan. Mesi di pre-produzione; una notte di riprese nell’appartamento del regista; un’attrice (l’espressiva Cachito Noguera), per raccontare l’incubo di una donna che nega l’ennesimo prestito al figlio, si trova sola in casa, spaventata da rumori sinistri, poi assediata. La risposta alla domanda: “sopravviverò?” è nel puzzle che da giorni costituisce il suo unico, solitario, passatempo. Magicamente terminato ora ritrae il futuro; un futuro vicino pochi battiti di cuore, inevitabile. Melini condensa in pochi minuti le suggestioni di un episodio di Twilight Zone, dimostrando un senso naturale per l’inquadratura, capace di dare ritmo incalzante nonostante gli spazi angusti e la mancanza di fondi. Lo aiuta il montaggio di Biktor Kero, fluido al punto da non aver nulla da invidiare ai lungometraggi che vediamo ogni settimana al cinema.

La dolce mano della rosa bianca s’inserisce in un contesto più classicamente horror: un giovane guida alticcio e distratto. Investe una bimba. Prega per lei al cimitero ma viene sorpreso dal buio. Un fantasma biancovestito lo insegue tra le lapidi: ha in serbo per lui una rivelazione catartica e sconvolgente. Siamo in zona The Others (forse il film di genere più bello regalatoci dalla Spagna, assieme a The Orphanage): il corto supera i 15 minuti senza un’incertezza o un secondo di noia, un risultato per nulla scontato.

Il montaggio alternato che porta i protagonisti verso l’incidente lascia col fiato sospeso, nascondendo i particolari senza nuocere alle emozioni. La fotografia di José Antonio Crespillo fa il massimo per rievocare le atmosfere di molti cult nostrani anni ’60: un’eredità importante che forse dovremmo imparare a superare.

Ci auguriamo che Davide possa presto misurarsi col lungometraggio e, soprattutto, che abbia l’occasione di lavorare in Italia: abbiamo bisogno di lui, di spaventi, di pulp, di azione, di gioventù. Altrimenti saremo costretto a vedere e rivedere l’unico horror che non ci piace: quello profetizzato da Bellocchio, il “governo dei morti”.



Nella mia mente, 32 e Ultracorpo: tre corti noir

Michele Pastrello è un giovane regista indipendente veneto. Ha al suo attivo tre cortometraggi (molto apprezzati dalla critica cinematografica), due dei quali premiati. L’ultimo, Ultracorpo, è ancora in fase di promozione.

Nonostante i budget irrisori di cui dispone, Pastrello sfrutta la potente carica metaforica del genere horror e la utilizza come chiave di lettura, lucida e spietata, dei disagi dell’uomo contemporaneo. I protagonisti dei suoi film sono legati da un fil rouge, uniti da una sorte comune che li conduce dritti dritti verso la classica brutta fine. Le loro menti, oramai contaminate dalle fobie, perdono ogni contatto con la realtà; non possono fare altro che premere il pulsante dell’interruttore del cervello e posizionarlo su OFF.

Nella mia mente (In my mind), anno 2005, è il suo primo cortometraggio, vincitore del PesarHorrorFilmFest nel 2006 e selezionato al noto PiFan (Puchon International Fantastic Film Festival). L’introduzione spetta alla frase dello scrittore russo Aksadov: “Il senso artistico, non sostenuto da un forte e rigoroso senso morale, è uno dei maggiori pericoli per l’anima dell’uomo, perché può trovare la bellezza anche nell’avvenimento più feroce e volgare”.

In fase di realizzazione, come ha affermato l’autore stesso (che pare non amare particolarmente il suo primo film, considerandolo un autotest), l’attenzione si è focalizzata in prevalenza sulla cura degli aspetti tecnici. Tuttavia, il crescere della tensione crea un senso di inquietudine che cattura da subito lo spettatore. La protagonista, Elena (Angela Picin), è in auto con un ragazzo, Oscar (Tobia Linetto), e viene turbata dalla presenza di una figura che si muove all’esterno e che sembra spiarli. Atterrita, fa ritorno a casa; ma sarà tra le mura domestiche che, inaspettatamente, l’incubo prenderà forma e vita. La propria abitazione, luogo che per antonomasia viene associato al senso di protezione, diventa invece il palcoscenico destinato all’allucinante mise en scène delle angosce di Elena.

32 (2008) indica la lunghezza in chilometri del passante di Mestre. Il film ha vinto il ToHorrorFest nel 2009 ed è stato presentato come evento speciale al Courmayeur Noir in Festival nel 2008. La fotografia è di Mirco Sgarzi e il tema musicale di Pastrello stesso.
32 è un noir ecologico che, tramite la metafora dello stupro, fa riflettere sul problema dello sfruttamento selvaggio del nostro territorio (veneto, e non solo). Una ragazza (Eleonora Bolla) fugge attraverso i campi già distrutti dalla costruzione del passante (siamo a Scorzè). E’ inseguita da un uomo in giacca e cravatta (Enrico Caro): l’individuo la blocca e la violenta. La donna riesce a fuggire e torna a casa, sconvolta. Non può però liberarsi dal ricordo dell’accaduto, dall’idea che la presenza dell’uomo si manifesti all’interno delle mura domestiche.

Il regista si muove in un contesto simbolico che rende fisico, umanizzato lo scontro tra progresso e natura: eppure anche in 32, come Nella mia mente, va in scena la discesa nel baratro della protagonista, che sprofonda nella paranoia, non riuscendo più a distinguere la realtà dalle proiezioni create dalla sua mente, oramai contaminata. Una caduta libera, senza via di ritorno. E proprio da questa intrusione cercherà di difendersi disperatamente Umberto in Ultracorpo, l’ultimo corto di Pastrello.

 

Ispirandosi a L’invasione degli ultracorpi di Don Siegel, Ultracorpo (2010) mostra come le ossessioni, presenti in ogni società, si insinuino nella mente di un uomo e la corrodano, giorno dopo giorno: fino all’esplosione finale, in cui il protagonista non è più in grado di tenere sotto controllo il suo malessere, le sue pulsioni.

Lo scontro tra normale e diverso, in questo caso, si svolge tra l’eterosessuale (l’umano) e l’omosessuale (l’alieno). Attraverso lo sguardo di Umberto (Diego Pagotto), viviamo il suo incontro con un gay: l’ambiguità dell’omosessuale (Felice C. Ferrara) lo infastidisce (e contemporaneamente lo attrae). Per eseguire una riparazione idraulica, Umberto si reca nell’appartamento del frocio (come lo definisce l’amico che gli ha procurato il lavoretto). Ed è qui (in un vecchio condominio di Conegliano) che la paura del contagio da parte dell’alieno scatena la sua furia assassina. Una furia che spesso non scandalizza perché deriva da un disagio comune a molte persone. L’omofobia nasce dal timore di venire contagiati e, quindi, di diventare alieni, di non essere più umani. La vita squallida di Umberto, fatta di prostitute e film pornografici, rientra pienamente nella normalità. I suoi ricordi di bambino, la madre severa che lo richiama (simbolo di una rigida educazione) gli vietano il contatto con gli ultracorpi, con le deviazioni (deviazioni inaccettabili per il suo sistema di valori).

Gli occhi di Umberto vedono solo quello che lui vuol vedere; la radice del suo malessere, nascosta nella sua mente, non gli consente di osservare la realtà, bensì un mondo fatto di stereotipi, di umani buoni e alieni cattivi. Durante i titoli di coda, scorrono articoli di quotidiani che riportano episodi di violenza contro gli omosessuali in Italia.

Il trait d’union dei film di Michele Pastrello consiste dunque nello svelare fobie e paure tipiche dell’uomo d’oggi: fobia per il diverso, che genera mostri all’interno della comunità, proprio a causa della sua chiusura (che si è sviluppata per l’esigenza di proteggersi dagli estranei, dai deformi, dagli stranieri); paura di contaminazione, derivata dalla percezione del diverso stesso come malattia, come virus, da cui difendersi per evitare il contagio.

Il senso di schifo che accompagna queste sensazioni inibisce qualsiasi tipo di relazione con gli esclusi e, di fatto, li rifiuta in toto, senza nemmeno prendere in considerazione l’esistenza di eventuali opinioni, idee comuni. Il genere horror affonda direttamente il dito nella piaga in quel vero film dell’orrore che è la società contemporanea. Indaga l’arroganza che ci induce a credere che il nostro punto di vista sia l’unico esistente; il bastare e se stessi e la mancanza di curiosità (che frenano il cercare altrove e riducono a zero la possibilità di confrontarsi); il cinico determinismo che ci impedisce di comprendere che le nostre certezze sono indotte, perché derivano dalla nostra educazione, dalla nostra cultura e sono quindi confutabili (non sono né oggettive, né tantomeno valide per tutti gli esseri umani).

Il merito di Pastrello sta appunto in questo: i suoi corti noir ci sbattono in faccia tutte le nostre debolezze, le nostre ansie, fanno affiorare i disagi più intimi dell’essere umano, insinuano dubbi e smantellano certezze. Perché bene e male coesistono in ognuno di noi: in ogni uomo si nasconde un mostro. E nessuno può avere la pretesa, la certezza di poterlo tenere per sempre sotto controllo.

Pur avendo diretto con budget ridotti all’osso, il talento di Pastrello dietro la macchina da presa è in continua crescita. E non è finita qui, perché questo regista indipendente sembra avere ancora molto da dire. Speriamo che qualcuno si accorga delle sue potenzialità. E si interessi alla produzione del suo primo lungometraggio. Non ascoltarlo sarebbe un’occasione persa (per tutti noi).



La casa dei Mackenzie

di Alberto Custerlina

 

CRACK!
«Merda!» Nat tirò le redini e serrò i denti sul sigaro mezzo masticato.
I cavalli nitrirono e si fermarono di colpo. Il telone del carro ondeggiò a destra e a sinistra mentre gli archi di metallo che lo tenevano teso cigolavano come rondini.
Theodore, seduto a cassetta di fianco all’amico, si sporse all’indietro per controllare le ruote. Sembravano a posto. Scese e girò intorno al carro. Si passò una mano sulla bocca, levò il cappello e tirò all’indietro la sua zazzera color carota. Poi sospirò in maniera teatrale, come per dire

«Vaffanculo», disse subito dopo, «non l’hai vista quella pietra?»
Nat saltò a terra: «Se l’avessi vista, non ci sarei passato sopra, non ti sembra?»
«E’ ancora peggio.»
«Che cosa è ancora peggio?»
«Essere distratti quando si lavora.»
«Quante storie. Ora la cambiamo.»
«La ruota di ricambio l’abbiamo lasciata al magazzino.» Sbottò il rosso.
«Merda, hai ragione.»
«Già. Ricordi? L’hai detto tu: in dieci anni di trasporti non ho mai visto una di queste ruote rompersi. Preferisco portare il ragazzo, così ci aiuta a scaricare.»
«Hai ragione.»
«E questa?» Theodore indicò la ruota danneggiata con il cappello.
«Questa è la prima che vedo rompersi.» Sorrise, poi si guardò in giro. «A proposito, dov’è il ragazzo?.»
L’altro aggrottò la fronte, raggiunse il posteriore del carro, sciolse i lacci e guardò dentro: «Cristo santo.»
«Che c’è?»
«E’ morto.»
«Cosa?»
«Il ragazzo. E’ morto.»
«Macché morto, avrà preso una botta. Sarà svenuto.»
«No. Un barile gli ha schiacciato la testa. Guarda che schifo.»
Si scambiarono i posti.
«Merda,» disse Nat, «quella roba biancastra sarebbe il cervello?»
«Schizzato fuori. Sono barili da duecento libbre.» Asserì il rosso con voce piatta.
«Quindi è stata colpa mia?»
«Non ho detto questo.»
«Però e così.»
«Cristo, Nat…»
«Il ragazzo è morto perché io non sono stato attento.»
«Neanche per sogno. Quante volte glielo abbiamo detto di non dormire tra i barili?»
«Parecchie.»
«Be’, mi dispiace dirlo, ma allora è stata colpa sua. Ora pensiamo a toglierci da questo impiccio.»
«Si, però…»
«Cristo santo, Nat. Ti rendi conto in che situazione siamo?» Si guardò attorno facendo un giro d’orizzonte. «Questo cazzo di deserto non finisce da nessuna parte. Quanto distiamo da Agua Verde?»

Nat si grattò la testa e guardò il compare, girando e rigirando il sigaro spento tra le labbra: «A spanne, direi dieci miglia.» Poi annuì a se stesso.
Theodore si calcò il cappello in testa, prese un sacchetto di pelle dalla tasca e si arrotolò una sigaretta. L’accese e tirò un’ampia boccata. Guardò verso ovest: il sole stava per finire dietro una tozza formazione di arenaria arancione circondata da bassi pini nerastri. Spostò lo sguardo sulle colline a sud, poi sulle colline a est e infine sulle colline a nord. Sospirò. In quel posto dimenticato da Dio non si vedevano altro che merdose colline tempestate da pini stitici e da cespugli di mesquite. E per di più, erano i primi di giugno, un periodo di merda per spostarsi nel deserto: caldo di giorno e freddo di notte. Ed erano pure in ritardo. E Agua Verde era ancora distante. E avevano spaccato una ruota. E tutto faceva presagire una nottata all’addiaccio alla mercé dei coyote. E lui non aveva nessuna voglia di dormire all’addiaccio alla mercé dei coyote. Soprattutto nel bel mezzo di quelle colline di merda.

Nat si batté la coscia: «Dannazione, dietro a quella collina c’è il ranch dei Mackenzie!» Indicò verso est.
«Ne sei certo?» Theodore tirò la cicca e guardò il compare con un occhio aperto e uno chiuso.
«Certissimo.»

L’altro fece un gesto di assenso, diede l’ultima tirata e fece volare il mozzicone oltre il bordo della pista. «Okay. Ora ti dico cosa faremo: seppelliremo il ragazzo, toglieremo la ruota danneggiata e cercheremo di arrivare dai Mackenzie prima che faccia buio. Ci aiuteranno a ripararla, no?»
«Ci puoi scommettere il culo.»
«E magari ci ospiteranno per la notte.»
«Tu porta al vecchio Mackenzie una borraccia piena di whiskey e lui in cambio ti farà dormire anche con sua moglie. Lo conosco dai tempi della guerra di secessione. Lo sai che io e lui…»
«Me lo racconterai dopo», disse Theodore, «ora facciamo quello che dobbiamo fare. Io scelgo testa.» Tirò fuori un quarto di dollaro dal taschino del panciotto e lo fece saltare.
Diiiiing! Clap!
Testa.

Toccò a Nat recuperare il cervello del ragazzo e spostare il corpo. Intanto Theodore scavò una buca poco profonda, quel tanto che bastava per evitare che i coyote banchettassero con il corpo di quel poveretto.
Prima di iniziare a seppellirlo, Nat tentò di sfilare il grosso anello che il ragazzo portava sul dito medio della mano sinistra. Sembrava d’oro massiccio e aveva una D incisa sopra.
«Merda, non esce. Dammi il coltello.»
«Lascia in pace i morti. E poi quell’anello non vale neanche mezzo dollaro.»
«Come fai a dirlo?»
«E’ di ottone, ma l’aveva detto lui. Davvero.»
Seppellirono il ragazzo e il suo anello, recitarono una preghiera per come se la ricordavano e piantarono una croce preparata con due rami secchi legati insieme. Poi spillarono il whiskey per il vecchio Mackenzie da tre barili diversi, per non farsi beccare dall’oste di Agua Verde, che era un tipo duro come la pietra e la sapeva più lunga di una volpe. Infine, sfilarono la ruota dal mozzo e sistemarono sotto l’asse una grossa pietra, in modo che il carro non s’inclinasse.

«Sganciamo i cavalli e andiamo.» Disse Theodore ripulendosi alla buona dalla polvere alcalina del deserto.
Il sole era appena tramontato e il cielo aveva preso fuoco di colpo. I due cowboy decisero di tagliare attraverso le colline e raggiunsero la casa dei Mackenzie quasi un’ora dopo.
Era una robusta costruzione di legno a due piani, con un capanno sulla destra e due per gli animali sul retro. Intorno c’erano solo acacie, cespugli di mesquite e pietre spigolose. Sotto il patio, una sedia a dondolo oscillava, come se qualcuno si fosse appena alzato di scatto. In giro non c’era nessuno e le finestre erano buie. Il silenzio era tombale e i cavalli erano nervosi.
Theodore buttò uno sgardo alla luna piena, contornata da migliaia di stelle gelide: «C’è qualcosa di strano. Poco fa c’erano due luci accese, le hai viste anche tu, no?»
«Saranno andati a dormire.» Disse Nat.
«Mmh. Non mi convince. C’è qualcosa che…»
Nat scese da cavallo.
E Theodore: «Che fai?.»
«Busso. Tu lega i cavalli.»
«Aspetta un momento….»
Nat era già salito sul patio.
«Aspetta. Merda.»
TOC! TOC! TOC!

Theodore lo maledì, legò i cavalli e lo raggiunse. La porta era leggermente scostata. I due cowboy si guardarono dubbiosi. Nat l’aprì lentamente e Theodore entrò circospetto: uno strano odore dolciastro vagava nell’aria, la luce lunare che entrava dall’uscio disegnava i contorni di una cucina.
Nat accese una lampada a petrolio con un fiammifero. Una luce giallastra e tremolante illuminò la stanza: un tavolo, otto sedie, una stufa in ghisa con un lungo tubo di lamiera, una grande credenza, un secchio, una scopa di saggina e un discreto disordine fatto di scatole di latta, avanzi di cibo, suppellettili sporche, mozziconi e bottiglie vuote. Sulla destra c’era una scala di legno che saliva al piano superiore. In cima alla scala c’era un giovane vestito con un paio di brache di cotone bianco sporche e consunte. Era scalzo e imbracciava un fucile.

«Ehm, salve.» Disse Theodore. «Era aperto e noi….»
«Che volete?» Grugnì il ragazzo facendo oscillare le canne del fucile. Aveva un accento messicano e tratti indiani. Era magro come uno spettro e scuro di pelle, come se fosse rivestito di cuoio invecchiato dal sole e dalle intemperie. Le sue profonde occhiaie e la luce ondeggiante della lampada che lo illuminava dal basso lo facevano somigliare a una specie di scheletro animato.
«Abbiamo rotto una ruota del carro.» Fece Theodore.
«E allora?»
«Be’, abbiamo visto le luci e siamo venuti a vedere se qualcuno poteva darci una mano.»<
«Qui non c’è nessuno.» Il ragazzo scese uno scalino con il fucile spianato.
«Be’, ma…»
«Gringos, qui nessuno può aiutarvi.» Scese ancora di uno scalino.
«Dannazione, non è un Mackenzie.» Sussurrò Nat.
«Non mi dire.» Rispose il suo compare tenendo lo sguardo fisso sul meticcio.
Dal piano superiore arrivò la voce di una donna: «Juan?»
E lui, in spagnolo: «Si, mamma. Adesso arrivo.» Mosse le canne verso la porta e si rivolse ai cowboy: «Fuori di qui!»
Theodore e Nat si scambiarono un’occhiata.

Probabilmente il meticcio pensò di sparare, ma Nat lo anticipò senza neanche guardarlo: estrasse la pistola come un fulmine e lo fece secco con un colpo in pieno petto. Il giovane si afflosciò come un sacco vuoto e rotolò verso il basso. Si fermò ai piedi dei due cowboy, del sangue fluì sul pavimento.
Theodore si chinò e ne verificò la morte: «Ben fatto, Nat.» Poi s’impossessò del fucile.
«Juan!»
Una donna in camicia da notte si precipitò giù per le scale e si accovacciò vicino al cadavere. Lo sollevò un poco e gli accarezzò la testa versando lacrime.
«Maldidos.» Sibilò.
Theodore la squadrò. Era sui quaranta o poco più, segaligna, con i capelli neri e gli occhi neri, la pelle scura e una breve cicatrice orizzontale che le solcava il mento. Per abitudine, lo sguardo del cowboy s’infilò dentro la scollatura della donna: due capezzoli scuri e grinzosi erano tutto quello che c’era da vedere. Improvvisamente, lei si alzò di scatto e cercò di graffiarlo al volto con le unghie, ansimando come una pazza. I due cowboy la bloccarono con facilità.
«La tengo ferma io.» Disse Theodore. «Tu chiudi la porta.»
La donna urlò qualcosa in una lingua che i due non avevano mai sentito, forse un dialetto Apache, e tentò di divincolarsi. Theodore, per risolvere la questione alla svelta, la lasciò andare e prima che lei riuscisse a reagire, la stordì con il calcio del fucile. Un dente partì dalla bocca della donna e toccò terrà contemporaneamente al suo corpo. Un rivolo di sangue le colò dalla bocca.

Il cowboy salì le scale di corsa. Riconobbe la camera del ragazzo dagli stivali appoggiati davanti al letto. Nella camera di fronte c’era una lampada e due letti, entrambi tiepidi. Tornò indietro: anche quello del ragazzo era tiepido. Si passo una mano tra i capelli fulvi e urlò verso la tromba delle scale: «Naaaaat!»
«Che c’è!?»
«Porta su la donna!»
Nat la tirò su e salì le scale con passo leggero. La tipa doveva pesare meno della metà di un barile di whiskey.
«Legale mani e piedi.»
Nat la scaricò sul letto e restò interdetto vedendo la moltitudine di piccoli tatuaggi che le ricoprivano la schiena. Sembrava un disegno indiano fatto di piccoli mostri intenti a sbranarsi l’un l’altro.
«Guarda che roba.»
E Theodore: «Merda indiana.»
La donna si lamentò.
«Legala e mettile un bavaglio.»
Nat, senza troppe cerimonie, le strappò la camicia e ne fece cinque strisce per immobilizzarla e imbavagliarla.
La donna rinvenne e subito cominciò a dimenarsi come una serpe, il che confermò i sospetti di Theodore: in quella casa doveva esserci ancora qualcuno.
«Vieni, andiamo a prendere la borraccia di whiskey.» Disse pulendo la lama sul bordo del materasso.
«Ti aspetto qua.» Nat buttò un’occhiata alla donna nuda e si leccò le labbra sottili.
«Cristo, Nat, vieni giù con me.»
«Hai paura di uscire da solo?»
«Vieni, ho detto.» Lo afferrò per un braccio.
Scesero.
«Portiamo fuori questo.» Disse Theodore indicando il cadavere del ragazzo. «Afferralo per i piedi.»
Lo sistemarono sulla sedia a dondolo.
Nat si ficcò un sigaro in bocca e lo accese.
«Che fine avranno fatto i Mackenzie?.»
«Mi venisse un accidente se ci capisco qualcosa.»
«Per me c’è poco da capire. Questi merdosi meticci li avranno fatti fuori.»
«E’ probabile. Bastardi. Ora quella puttana me la lavoro io.» Nat fece per rientrare in casa.
Theodore lo trattenne per un braccio: «Aspetta. C’è qualcuno là dentro.»
L’altro lo fissò rigirando il sigaro tra le labbra: «Naturale. C’è la puttana tatuata.»
«Qualcun altro, idiota. Nella camera della tipa c’è un terzo letto e quando sono entrato, era caldo.»
Nat si grattò la testa: «E quello del ragazzo?.»
«Caldo. Tre letti caldi, tre persone.»

Sbarrarono la porta d’ingresso e salirono al piano superiore. Quando la donna li sentì arrivare, cominciò ad agitarsi e a mugugnare. La ignorarono e cominciarono a frugare in giro. C’erano altre due stanze da controllare: le trovarono intatte, così come le avevano lasciate i Mackenzie. Neanche lo sgabuzzino in fondo al corridoio rivelò qualcosa di interessante. Scesero al piano di sotto, nervosi come due Mustang.
Nat buttò giù una sorsata di whiskey e passò la borraccia al compare. Il mozzicone di sigaro spento gli cadde e lui si chinò per raccoglierlo.
«Dannazione, guarda.» Disse segnando i contorni di una botola con un dito
Theodore si lisciò il mento: «Diamo una controllata.»
Aprirono e scesero una scala a pioli per cinque iarde. Sul fondo, Theodore illuminò una galleria con la lampada a petrolio. Nell’aria c’era lo stesso odore dolciastro che si sentiva in casa, ma più intenso. Procedettero dritti per una trentina di iarde, poi la galleria cominciò a curvare verso destra. Sbucarono in una piccola caverna. La lampada ondeggiava creando bizzarri chiaroscuri sulle pareti irregolari. I due cowboy s’adombrarono e il loro umore virò verso l’incertezza.
Nat riaccese il mozzicone di sigaro, poi disse: «Qui non c’è niente. Torniamo su e facciamogliela pagare, a quella puttana.»
«Che c’è, te la fai sotto per qualche ombra e un po’ di puzza?»
«Preferisco fumare, bere whiskey e divertirmi.»
«Shh!»
«Che succede?»
«Non hai sentito?» Bisbigliò Theodore.
Nat fece segno di no con la testa.
Un lamento.
Il biondo deglutì a vuoto e annuì lentamente al suo compare.
E Theodore: «Andiamo a vedere.»
Nat lo afferrò per un braccio: «Che io sia dannato se entro là dentro.»
«Dobbiamo controllare, Nat. Qui è sparita una famiglia di cristiani.»

Impugnò la pistola e si diresse verso il lamento, Nat lo seguì. Imboccarono un cunicolo alto meno di cinque piedi. Il tanfo abominevole era al limite della sopportazione umana. Estrassero le pistole e avanzarono ingobbiti, esitando a ogni passo. Il lamento si faceva sempre più nitido, sembrava la nenia di una balia ubriaca. Si fermarono sulla soglia di una piccola caverna.
Al centro, tra due grosse travi di legno che puntellavano il soffitto, una giovane meticcia vestita con un perizoma di pelle salmodiava parole strascicate ondeggiando la testa a destra e sinistra. Era illuminata dalle lingue di fuoco che si sprigionavano da una specie di braciere improvvisato con pezzi di ferro rugginoso. Le parole che uscivano dalla sua bocca erano incomprensibili, ma avevano il tono di un’invocazione.
Lì per lì, Nat le guardò le tette, ma quando comprese ciò che stava accadendo, cacciò un urlo. Theodore restò di pietra, con gli occhi sbarrati e la pistola spianata. Dalle pareti, attraverso alcune aperture, stavano uscendo dei corpi umani, cadaveri incartapecoriti che esibivano maschere di dolore e di odio. Camminavano lenti incespicando ad ogni passo.
La meticcia alzò il volume della voce e cominciò a dimenarsi come un’ossessa, roteando la testa all’indietro e agitando le mani per aria.
Nat e Theodore spararono all’unisono. Non successe nulla: forse avevano mancato il bersaglio, forse no, ma non si diedero la briga di controllare. Theodore scagliò la lampada gridando crepa strega di merda, poi strattonò Nat per un braccio e si mise a correre, incespicando ogni tre passi. Raggiunsero la scala di legno in una manciata di secondi e salirono come gatti in fuga.

«La stufa!» Urlò Theodore.

La trascinarono sopra la botola: il tubo di latta si staccò e rotolò per terra mandando uno sbuffo di caligine che inondò la cucina. I due cowboy cominciarono a tossire. Dall’esterno, qualcuno cominciò a scuotere la porta d’ingresso con l’impeto di un bisonte.
Nat e Theodore ricaricarono velocemente le pistole, imprecando contro tutti gli dei dell’umanità.
I cardini cedettero e la porta cadde in avanti con il fragore di un tuono: dietro alla nuvola di polvere e caligine, il corpo di Juan si stagliò sulla soglia, malamente illuminato dalla luce lunare.
Le Colt cominciarono a cantare e il ragazzo fu colpito da undici proiettili. Cadde all’indietro e rotolò giù per gli scalini del patio. I cowboy si affacciarono sulla soglia. Neanche il tempo di tirare una boccata d’aria fresca, che il cadavere cominciò lentamente a rialzarsi. Alle sue spalle, alcune sagome si stavano avvicinando lentamente, agitando le braccia e mandando lamenti gutturali.

«Quelli… quelli… quelli…» Fece Nat.
«Svelto! In quel capanno!.» Urlò Theodore indicando verso destra.
Entrarono di corsa, sbarrarono la porta con un vecchio barile pieno d’acqua e aprirono l’imposta di una finestra.
«Dannazione! Che cazzo succede!?» Urlò Nat ansimando.
«Stanno arrivando. Spara!»
Si scatenò l’inferno. I due cowboy sparavano e ricaricavano, a turno.<
«Cristo! Le pallottole non gli fanno niente.»
«Facciamoli a pezzi.» Disse Theodore indicando una rastrelliera di attrezzi sul fondo del capanno.

Nat imbastì un sorriso malato. Si ficcò un sigaro in bocca e impugnò un’ascia con entrambi le mani e ribaltò il barile che bloccava la porta. Il suo compare si armò con due roncole.
Aspettarono sulla soglia, neri di caligine e sudati come cavalli al galoppo. I loro cuori battevano forte e le loro gambe erano piantate a terra come querce centenarie.

Il primo cadavere putrefatto si presentò sulla soglia e fu fatto a pezzi in pochi secondi: Nat gli recise parzialmente la gamba sinistra con un colpo d’ascia ben assestato e Theodore lo decapitò. Al secondo, il rosso staccò le braccia con un doppio colpo di roncola, mentre il compare apriva in due la testa del terzo. Il quarto e il quinto furono fatti a pezzi con una furia che avrebbe messo in fuga un’intera tribù di Apache. Poi ne arrivarono altri sei e i due cowboy, in preda a all’esaltazione, li massacrarono senza difficoltà. Alla fine, Theodore e Nat dovettero uscire camminando sopra una montagnola di corpi, teste, braccia e gambe rinsecchite.
Si diressero di corsa verso la casa con le armi ancora in mano.<
«Diamo fuoco a tutto.» Sbraitò Theodore.
«Dentro c’è la messicana.»
«Meglio così.»

Nat si fiondò in cucina. Uno di quei mostri stava scuotendo la botola e la stufa stava per rovesciarsi. Il cowboy la lanciò lampada verso le scale di legno: le fiamme divamparono velocemente. Uscì e si accese il sigaro che teneva ancora tra le labbra. Si piazzarono a venti iarde dalla casa, gambe larghe e mani conserte, a fissare l’incendio che stava per inghiottire la costruzione di legno.
«Dannazione, l’altra strega è ancora in cantina.»
« Creperà per il fumo.»
«Ne sei certo?.»
«Garantito. Comunque non staremo a controllare. Svigniamocela. E di corsa.»
«Nel capanno ho visto una ruota. La prendiamo?»
«Cristo, cosa aspettavi a dirmelo?»
«L’ho detto adesso.»<

Raggiunsero il carro tre quarti d’ora più tardi. Grazie alla luce della luna piena e a qualche bestemmia, sostituirono la ruota, attaccarono i cavalli e saltarono a cassetta.
«Allontaniamoci, ma fa attenzione alla pista.» Disse Theodore.
«Tranquillo. Di notte ci vedo come un gatto.»
«Sei anche stupido come un gatto.»
«I gatti non sono mica stupidi.»
«Va bene, va bene. Vai, vai!»
Il carro partì e il telone giallastro dondolò a destra e a sinistra. Nat buttò un’occhiata di lato, verso la ruota appena sostituita: sembrava tutto a posto. Incitò un poco i cavalli facendo schioccare le redini.
«Ce la siamo vista brutta, eh?» Disse Nat voltandosi verso il compare.
«Altroché!»
«Mi chiedo cos’erano quei poveretti che abbiamo fatto a pezzi.»
«I Mackenzie.»
«Cosa? Ma come diavolo…»
«Stregoneria. Fottuta stregoneria indiana che risveglia i morti. Ho sentito parecchie storie del genere.»
«Bah! Comunque ce la siamo sfangata bene. Beviamoci un sorso di whiskey, ti va?»
«Ci puoi scommettere il culo.»

Theodore bevve, si passò il dorso della mano sulla bocca e porse la borraccia all’amico. In quel momento, un rumore proveniente dal cassone attirò la sua attenzione. Si voltò, scostò il telone giallastro e buttò un’occhiata tra i barili.

In quel preciso istante, un grosso anello dorato con una D incisa sopra brillò nel buio, illuminato dalla luce della luna. Un istante dopo, una mano grigiastra e sporca di terra lo ghermì alla gola.

 

FINE



Il Mistero di Lovecraft: Road To L.

Estate 2002: in una bancarella di Montecatini viene trovato un manoscritto in inglese (un diario di viaggio) attribuibile a Howard Phillips Lovecraft; porta la firma “Granpa Theo”, uno dei molti pseudonimi dello scrittore statunitense. Se il contenuto fosse originale, Lovecraft potrebbe aver visitato l’Italia nel 1926, fermandosi in Polesine.

Nel manoscritto si riscontrano molti riferimenti alle leggende della tradizione polesana e vengono citati i “Racconti del Filò”. I registi Roberto Leggio, che ha scoperto casualmente il diario, e Federico Greco decidono di verificarne l’autenticità: è avvenuto realmente questo viaggio o si tratta di pura immaginazione? Aiutati da una troupe di colleghi, partono alla volta del Polesine per effettuare delle ricerche e delle riprese sul posto.

Nei “Racconti del Filò” si narra dell’esistenza di esseri ibridi, per metà umani e per metà anfibi: anche Lovecraft parla di uomini-pesce e il celebre Il richiamo di Cthulhu è proprio del 1926. E se lo scrittore di Providence si fosse ispirato alle leggende nate lungo il Po per dar vita alla sua creatura mostruosa?

Road to L. è il prodotto di questa avventura, un film girato tra acque, case abbandonate con le finestre sbarrate, paesi isolati: è un mockumentary, cioè un falso documentario, e ha il grande pregio di sollevare interrogativi, proprio perché realtà e finzione si mescolano e non si riesce più a cogliere la sottile linea di demarcazione tra vero e inventato.

L. è Loreo, paese nominato nel manoscritto, e da qui la troupe inizia il suo lavoro di ricerca: deve affrontare la reticenza della gente della zona (soprattutto quando la domanda cade sulla confraternita dei Fradei de Loreo), scopre che uno studente universitario di tradizioni popolari è scomparso nel nulla, registra ninne nanne provenienti da casolari vuoti, si imbatte in un pescatore che ha visto un uomo-anfibio…

Un viaggio allucinante che terminerà a Santa Maria in Punta, dove il fiume Po si divide e sembra formare la bocca di un serpente. Innsmouth: in its mouth, appunto.

Perché abbiamo bisogno di credere all’esistenza di mostri, demoni, spiriti e compagnia bella? In tutte le culture, sono presenti narrazioni di creature terrificanti, spietate e vendicative, testimoni delle paure dell’essere umano nei confronti degli elementi della natura, dell’oscurità, dell’ignoto, del diverso (e dei diversi). Leggende nate per esorcizzare quel che non si riesce a comprendere.

Dunque, poco importa che Lovecraft abbia soggiornato o meno in Polesine: Cthulhu vive nelle acque del Po come, pure, in tutti i fiumi, i laghi e i mari di questo triste mondo (infatti, uomini di diverse latitudini condividono ossessioni simili). Lovecraft stesso era profondamente razzista e nei suoi racconti incontriamo creature orrende, direi schifose, come se lo scrivere fosse appunto un metodo per liberarsi dalle fobie che lo perseguitavano. In Road to L., i locali sono diffidenti verso i foresti e si capisce subito che l’incomunicabilità non deriva dal fatto che alcuni dei protagonisti parlano solo in inglese, e i residenti in dialetto. C’è un muro invisibile, che non si può abbattere, perché un mostro può assumere anche sembianze umane.

Inoltre, questa mentalità chiusa, l’attaccamento alla terra, la strenua difesa della proprietà e il senso di appartenenza (che esclude, ancora una volta, chi vien da fora) – tutti elementi figli della cultura contadina – hanno consentito lo sfruttamento spregiudicato del nostro territorio: atteggiamento giustificato perché considerato quasi un diritto inalienabile; acquisito per il puro e semplice fatto che calpestiamo questo suolo. Ma la natura (e in questo è estremamente democratica) si rivolta e si vendica come e dove meglio crede.

Paradossalmente, una società sospettosa, che tende a chiudersi, ad isolarsi, per impedire l’arrivo di esseri immondi provenienti dall’esterno, ne genera di nuovi, e ben più pericolosi, al suo interno. E quindi, sì… ci credo anch’io ai mostri e mi aspetto, un giorno, di vederli emergere dalle acque di fronte a Porto Marghera, dalla laguna putrida o dai fossi ostruiti da colate di cemento. E, questa volta, non saranno il prodotto fantastico delle nostre paure.



Robert Louis Stevenson e la struttura dell’orrore

Robert Louis Stevenson, scrittore geniale che ha spaziato in ogni genere, risultando eccellente in ognuno di essi: “Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hide”, “L’isola del tesoro”, “Il padilgione sulle dune”, “Il diavolo nella bottiglia” sono romanzi che si commentano da soli e da soli testimoniano la perfezione letteraria alla quale era giunto il loro autore.

Dall’avventura alla psicologia, dal sentimentalismo all’orrore non c’è genere che Stevenson non abbia scardinato con la sua prosa naturale come l’acqua che sgorga dalle sorgenti e liscia come l’olio ricavato dagli ulivi.

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Il profumo di Emma

Il profumo di Emma è un calderone bollente da cui spuntano teste decapitate, un’innocente postina in fuga da se stessa, un maresciallo capo che vorrebbe scappare lontano, una vecchia strega lussuriosa, pazzi con teste di caprone che si divertono a decapitare le persone e un’isola malefica che non scorderete tanto facilmente.

Thomas Tono approda in libreria con un romanzo che mescola molti generi e che non è sicuramente facile inquadrare, ma che cattura il lettore fin dalle prime pagine.

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Non aprite la porta accanto: intervista a Jack Ketchum.

Dallas Mayr ha scelto lo pseudonimo di Jack Ketchum per firmare i suoi libri. Un nome che suona duro, d’impatto come i fatti che narra. Nelle sue molteplici vite – è un ex figlio dei fiori che ha svolto diverse professioni tra cui quella di operaio stagionale, attore, cantante, insegnante, agente letterario e barista, commesso in un negozio di mobili vecchi – ha probabilmente incontrato umanità disparate e disperate anche se, lui racconta, l’idea di scrivere horror gli venne dopo una brutta azione di cui si macchiò in prima persona. Un giorno di pioggia, una di quelle giornate terribili in cui va tutto storto, tentava di trovare disperatamente un taxi. Quando gliene si accostò uno, lui vide un’anziana signora dall’altra parte del veicolo che stava tentando di salire. Neanche un secondo per pensarci, il gesto fu repentino: cacciò indietro la vecchia con una spinta e salì ma, arrivato a casa, ebbe dei ripensamenti, si chiese che persona fosse mai diventata e da questi dubbi scaturirono le prime pagine di Ketchum scrittore.
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L’ora del Vampiro

E’ il momento dei vampiri. Non c’è niente da fare. E quello del diavolo, dei fantasmi, delle streghe, dei morti viventi. Insomma dell’horror, del gotico e dell’occulto. Entrare nelle librerie peggio che avere stampato sul soffitto della propria camera da letto la faccia di Calderoli e di La Russa o ascoltare la canzone del Principe (stasera sono pigro e mi sa che l’ho già sfruttata). Un brivido ci corre lungo la schiena passando tra file di copertine con ali di pipistrello, artigli sanguinanti, teschi paurosi, volti mefistofelici armati di corna. Un ritorno all’infanzia, all’uomo nero (c’è anche questo) che mi teneva un anno intero e per me era già lunga la settimana da passare con la Befana (brrrrr!!!). Ricordi dolorosi quando da imberbe ragazzetto dovevo passare lungo il corridoio buio che portava al gabinetto, di corsa come un centometrista con la pelle d’oca, ma gonfiata davvero, mica per modo di dire, e la pisciarella pronta a schizzar fuori extra water se non beccavo il pisello al momento giusto. Che palpitazioni! E che pisciate…

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L’Italia non fa paura (al cinema)

Il 6 gennaio 1896 i fratelli Lumières proiettarono uno dei loro corti di 45 secondi dal titolo: “L’arrivo del treno alla stazione di Ciotat”. La leggenda vuole che il pubblico, ancora scosso dalla novità del cinematografo, fuggisse dalla sala temendo di essere travolto dalla locomotiva. C’è da scommettere che, ripresisi dallo spavento, gli spettatori presenti quel giorno siano diventati affezionati cinefili.

Prima dei titoli di testa di “The Hurt Locker” di Kathryn Bigelow appare la scritta: «La guerra è una droga». Potremmo parafrasarla in «la paura è una droga» (guerra e paura sono imprescindibili). Questa è la ragione, semplice e innegabile, per cui l’horror è uno dei generi più longevi e stimolanti. Possiamo spolverare i cliché che trovano nel successo di questa narrativa la necessità di “esorcizzare le fobie quotidiane” o che gli attribuiscono una funzione catartica. La verità, più cinica e spaventosa, è che la paura è un’emozione forte e diretta: un bene prezioso all’interno di vite che spesso si riducono a un limbo di giorni tutti uguali.

Durante gli anni ’80, con l’avvento dei generi splatter e gore (due gradi crescenti di sanguinarietà), i film dell’orrore hanno iniziato a fare “schifo” (in senso buono), spesso stemperati da generose dosi di humour nero. Un esempio: l’indimenticabile “Re-Animator” (1985) di Stuart Gordon (avete mai visto un uomo strangolato da un intestino?).

In questo articolo vorrei illustrare un percorso e sollevare una polemica. Il percorso è quello della new wave horror iniziata una decina d’anni fa. La polemica si chiede perché l’Italia, a questa rivoluzione, ha deciso di non voler o poter partecipare.

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Intervista a Joe R. Lansdale

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Ospiti di quello straordinario festival blues che è “Dal Mississippi al Po”, curato e organizzato in modo splendido dalla cooperativa Fedro ci ritroviamo in Piazza Cavalli, al Caffè Ranuccio con Joe R. Lansdale a un tiro di schioppo. “Champion” Joe sta per partecipoare ad una tavola rotonda su Woody Guthrie, forse il più importante songwriter americano, specie per ciò che riguarda la folk music. Con lui c’è un parterre di scrittori e musicisti da far accapponare la pelle. Snoccioliamo qualche nome tanto per dare un’idea: Jeffrey Deaver (sì quello de “Il collezionista di ossa” e di mille altri thriller di successo), Tim Willocks, un grandissimo, autore dello spettacolare “Bad City Blues” che arriverà presto sulle pagine di Sugarpulp, e poi James Grady (do you remember “I tre giorni del condor”, con Robert Redford, film tratto dal suo primo libro, un vero successo planetario?), vabbè fermiamoci qua perché l’elenco potrebbe andare avanti con Joe Cottonwood, Ronald Everett Capps, Jesse Fulmer… Continue reading