Nelle mani dell’uomo corvo

Un mio vecchio professore, citando Bachtin, mi diceva che i libri dialogano fra loro. Quando prendo un testo in mano che sia un romanzo, un saggio, una raccolta di poesie, in realtà mi accingo a leggere un’intera biblioteca di opere a cui quel testo si riferisce. Per questo, quando vesto il pigiama del critico (che ritengo sia l’abbigliamento adatto per scrivere recensioni) e mi accingo a introdurmi nei meandri di un’opera, penso prima di tutto: questo cosa mi ricorda? Da cosa è ispirato? Quali sono le sue auctoritas? A che tradizione appartiene?

Possono sembrare domande oziose, da professore barbogio con le toppe ai gomiti della giacca ma credete: certe volte farsi queste domande apre delle porte segrete sull’opera da recensire. E se è vero che certe porte non dovrebbero mai essere aperte, è vero anche che fare il critico è il lavoro più pericoloso del mondo. Potete ben capire, quindi, il motivo del mio abbigliamento e del fatto che in sottofondo sentiate il tema di Indiana Jones.

Bando alle facezie. Leggendo “Nelle mani dell’uomo corvo”, opera prima di Matteo Corona son dovuto andare molto, mooolto indietro, fino ad Aristotele e alle sue tre unità di spazio, tempo e azione che formalizzavano il genere all’epoca ritenuto più alto: quello della tragedia.

Ora, ho già citato due parole spia che hanno molto a che fare con il romanzo di Corona: la prima è “porta”, la seconda è “tragedia”. Arrivati a questo punto son sicuro che vi sarete rotti e vorreste che arrivassi al punto, alla storia. Ebbene, mi trovo nella difficile situazione di potervi dare solo una suggestione di quello che in 129 pagine crea Corona. E qui entra in gioco la prima unità aristotelica quella dell’azione. Secondo il filosofo greco il dramma puro e perfetto doveva comprendere un’unica azione, nessuna trama secondaria quindi, nessuna diramazione o straniamento dal plot principale. L’azione di Corona è questa, ben riassunta dalla quarta di copertina: “Vanessa aprì gli occhi e si ritrovò a dover affrontare il peggiore degli incubi: una vita da reclusa. Una vita nelle mani dell’uomo corvo”. Se vi dicessi di più di questo sulla trama, direi troppo.

Questa sinossi minima è sufficiente a Corona per sviluppare il romanzo di una prigionia, la tragedia di una ragazza caduta in una trappola a forma di casa (ed ecco la seconda unità: quella di spazio), vittima di un carnefice geniale quanto oscuro che, in minima parte, mi ha ricordato l’enigmista di Saw. In minima parte dico, perché, a parte la capacità ingegneristica di creare macchine di dolore, l’uomo corvo è del tutto privo dello spirito morale ed “educativo” del vecio Saw. Non è un pietoso torturatore “per il bene dell’umanità” ma un mostro egoista e pazzo che di umano ha ben poco. La visione del mondo dell’uomo corvo, suggerita da Corona in pochi e ben piazzati deliri oratori, non è che una malevola, pessimista e disperata similitudine con l’inferno. E, crediamo leggendo, se l’uomo corvo non può essere il demonio del mondo in cui vive, allora lo diventa di un mondo tutto suo, creato ex novo: la casa-trappola in cui è sepolta Vanessa.



Samuel Langhorne Clemens

“Un autore gradisce un complimento anche quando proviene da qualcuno la cui competenza è dubbia.”

Mark Twain, Autobiografia.


Una quantità difficilmente calcolabile di inchiostro è stata utilizzata per sviscerare, analizzare, spesso criticare questo grandissimo autore americano. Non credo certo di poter aggiungere qui qualcosa di nuovo né tanto meno qualcosa di originale.
Mi propongo però, con queste poche righe, di fare un piccolo omaggio a uno dei più straordinari autori che la narrativa americana abbia conosciuto e spiegare perché a Sugarpulp “piace” Mark Twain.

Mark Twain nasce come Samuel Langhorne Clemens il 30 Novembre 1835 nella Contea di Monroe, Stato del Missouri. La cometa di Halley era visibile in cielo, quando Mark Twain venne alla luce.

È molto giovane quando comincia a lavorare come apprendista tipografo, attività che lo condurrà in diverse città (St. Louis, New York, Philadelphia, Cincinnati), fino al 1957 quando diverrà pilota di battelli a vapore. Quelli che transitavano sul Missisipi, per intenderci. Nel 1861 scoppia la guerra civile e la vita ordinaria se ne va beatamente a puttane, il Nostro si arruola con un gruppo di volontari del Missouri (confederati, quelli che la “perdono” la guerra, sempre per capirci…), ma la cosa dura solo qualche settimana. Abbandonata la vita del volontario,  finisce a fare il minatore ed il prospettore minerario (quel tizio che sceglie se un terreno è buono per scavarci una miniera oppure no).  Comincia a lavorare come giornalista e scrittore freelance e nel 1863 si firmerà per la prima volta come Mark Twain.

È sul finire degli anni sessanta che comincia a pubblicare opere di rilievo: “Gli innocenti all’estero” nel 1869, “Vita dura” nel 1873, a seguire”L’età dell’oro” e nel 1876 “Le avventure di Tom Sawyer”. Quindi via con una corposa lista di pubblicazioni fino a “Il principe e il povero” nel 1882 (in questo periodo Mark Twain ha già cominciato a viaggiare molto in tutta Europa e negli Stati Uniti). “Le avventure di Huckleberry Finn”  vede la luce nel 1885 e a seguire verranno  pezzi straordinari come “Uno yankee alla corte di Re Artù” e molti, molti altri.

Con la pubblicazione delle sue opere, Mark Twain guadagnò un sacco di soldi. Soldi che perse investendo nella progettazione e nello sviluppo della compositrice automatica Paige (una macchina tipografica). Tenne molte conferenze e continuò a scrivere per evitare che la bancarotta passasse dal piano della incombente minaccia a quello della concreta realtà.
Mark Twain morirà, stroncato da problemi cardiaci, nel Connecticut il 21 aprile 1910, dopo aver lasciato un segno indelebile nella narrativa americana, e non solo.

Cominciamo prestando attenzione allo pseudonimo scelto dal geniale scrittore : Mark Twain. Prima di essere Mark Twain, Samuel Clemens ebbe modo di firmare i suoi articoli umoristici e i suoi scritti con diversi nomi: Thomas Jefferson Snodgrass, o W. Epaminondas Adrastus Blab, Sergeant Fathom, Josh, e altri nomi ancora. Fino ad approdare (è il caso di dire) allo pseudonimo definitivo, quello che lo accompagnerà stabilmente nella celebrità e nella vita: Mark Twain.

Quasi sicuramente l’idea per questo pseudonimo gli venne durante la sua esperienza come pilota di battelli a vapore sul fiume Mississippi.  “By the mark, twain!” era il grido con cui il marinaio preposto alla misurazione dell’acqua durante la navigazione (perché a metà Ottocento se stavi navigando su un fiume con delle acque torbide come quelle del Mississippi, avevi bisogno di qualcuno che ti dicesse se ci fosse anche acqua, in mezzo a tutto quel fango) segnalava che “dal segno: due (tese)!”.
Cioè che in quel punto del fiume c’era abbastanza acqua  da permettere una tranquilla navigazione. By the mark, twain: tutto è ok! Mark Twain. E se lo pseudonimo, come sostiene Sergio Campailla, “è un’assunzione d’identità che risponde, in termini allusivi e sia pure indimostrabili, ad aspettative latenti”  in questo caso ciò che ci si aspetta è ciò che si trova in concreto nelle opere di questo Autore. La narrazione è sempre di ottima qualità, Mark Twain!

Dallo pseudonimo, inoltre, possiamo intuire la rilevanza che per questo Autore ha la dimensione fluviale del Mississippi. Dimensione che farà da sfondo (per non dire da personaggio) di primaria importanza nelle sue opere più conosciute. E che ve lo dico a fare che mi riferisco a:  “Le avventure di Tom Sawyer” e “Le avventure di Huckleberry Finn”?

Mark Twain su Sugarpulp, perché?



Perché non condivido il Manifesto TQ

In questi giorni il mondo delle lettere italiano è stato scosso dal Manifesto TQ un documento programmatico su un nuovo modo di fare letteratura in Italia e non solo scritto da un gruppo di professionisti del settore. Dopo averlo letto piuttosto distrattamente ho deciso di tornarci sù: tutti gli addetti ai lavori ne parlavano e volevo comunque farmi un’idea precisa della cosa, quindi me lo sono letto per bene.

Come dicevo la Generazione TQ è formata da un gruppo di professionisti della letteratura italiana che hanno tra i trenta e i quarant’anni: tutta gente che lavora da anni con ottimi risultati nel mondo della letteratura e che fa parte del sistema con un ruolo molto attivo.

Quello che comunque mi ha lasciato senza parole è stato il linguaggio utilizzato dagli autori del manifesto: «All’inizio del suo secondo decennio, il nuovo secolo appare ancora come un Novecento svuotato di senso [...]», «dopo molti anni di indignazione solitaria, ad analisi e azioni comuni da condurre con la nettezza radicale del dovere [...]», «Questo non è, infatti, un movimento artistico o letterario nel senso novecentesco del termine, ma un gruppo di intellettuali e lavoratori della conoscenza che ha l’ambizione di intervenire nel cuore della società italiana e nel tessuto ormai consunto delle sue relazioni materiali, di indicarne con maggior forza le lacerazioni – partendo dalla sistematizzazione della provvisorietà lavorativa, la vera ferita generazionale su cui si sono incistati molti dei mali contemporanei [...]», oppure «Dovendo dunque contrastare i deserti e le derive che il consumismo e il capitalismo hanno prodotto nel campo della cultura, TQ si impegna ad agire secondo quelli che possono essere definiti come criteri di «ecologia culturale» al fine di proteggere e coltivare l’unicità e la varietà delle scritture, e assume come criterio cardinale la bibliodiversità, battendosi contro l’omologazione delle scritture indotta da una produzione editoriale sempre più orientata al largo consumo [...]» e via andare.

Forse sono io che ho dei limiti culturali, ma sono convinto che un linguaggio del genere non possa comunicare nulla. Questo è un linguaggio morto: scrivere oggi, nel 2011, un documento del genere, utilizzando un linguaggio del genere, è impossibile. Non mi capacito di come siano riusciti a farlo.

Chi scrive in questo modo si rifà a un mondo che non esiste più e che, probabilmente, non è mai esistito davvero se non nella mente di persone prive di qualsiasi contatto con la realtà. E attezione, siamo di fronte ad un gruppo che non si definisce di “intellettuali” ma di “lavoratori professionali”, come giustamente ha fatto notare Giulio Mozzi in Vibrisse (giungendo peraltro a conclusioni molto diverse dalle mie).

Ci sono poi una serie di punti che personalmente ritengo inaccettabili, in primis l’auspicare una decrescita della produzione letteraria. Personalmente sono convinto che quello letterario sia l’unico ambito in cui la decrescita sia una vera sciagura culturale. Sogno un mondo in cui chiunque possa pubblicare il suo libro (e grazie al self-publishing sembra che ormai sia finalmente così): sarà brutto, sarà bello, sarà illeggibile… non me ne importa nulla.

Trovo assolutamente inaccettabile poi la pretesa di poter stabilire la qualità di un’opera in maniera ufficiale: cosa facciamo, l’indice dei libri belli che vanno letti obbligatoriamente da tutti? E quelli che non vanno bene invece li bruciamo? Le parole di Giuseppe Antonelli ad Affari Italiani riassumono perfettamente il mio pensiero: «Lo stesso discorso vale, da questo punto di vista, per l’altro cardine del documento editoria: la qualità. Ma chi può dire davvero e in maniera definitiva che un libro è “un libro di qualità”? chi decide quali sono le “pratiche di qualità”? e su che basi questi valori sono stabiliti con tanta precisione e sicurezza da poterne addirittura “denunciare pubblicamente” la violazione? E chi individua “le migliori voci della critica”? Perché – in nome di chi, di cosa – dovremmo essere noi? Qui, mi pare che dall’etica si passi all’etichetta: l’approvazione di TQ come il bollino blu di Chiquita o la stella di  Negroni che  vuol dire qualità. Faccio notare che è un po’ assurdo che un gruppo di persone che scrive, confezione, pubblica libri si possa ergere collettivamente a giudice e garante della qualità dei libri senza cadere in un macroscopico conflitto d’interessi [...]».

Anche la critica aprioristica dell’editoria a pagamento tout cout mi sembra una forzatura: chi mi conosce sa che non ho certo una posizione favorevole nei confronti dell’editoria a pagamento, anzi, ma va sottolineato che gente come Gabriel Garcia Marquez pubblicò i suoi primi libri con un editore a pagamento, e che un tale Marcel Proust fu costretto a pagare di tasca sua per pubblicare il primo tomo della Recherche dato che i TQ dell’epoca avevano deciso di non dargli il bollino blu di Chiquita (complimenti per l’acume, Monsieur Gide!).

Ci sarebbe tanto altro da dire e da scrivere, ma forse è il caso di lasciare spazio ai commenti (cosa che sul sito della Generazione TQ non è possibile fare!) e alle idee di tutti voi fan della barbabietola o di chi è semplicemente capitato qui su Sugarpulp.



Nero di Puglia: il noir in tutte le sue gradazioni

È nato “Nero di Puglia 2011. Il noir in tutte le sue gradazioni”. No, non è un vino, ma un nuovo concorso letterario nazionale dedicato a racconti inediti di genere giallo, noir, thriller o mystery, non più lunghi di 20.000 caratteri (spazi inclusi) e ambientati in Puglia.

Tasse d’iscrizione? Nessuna. Premi? 1.000€ al primo classificato, 400€ al secondo e 200€ al terzo, che in questi tempi di crisi non sono pochi.

Giurati scelti tra scrittori e appassionati del genere. Presidente di Giuria lo scrittore di Manduria Omar Di Monopoli, autore di una trilogia pulp-noir ambientata in Puglia, con cui si è guadagnato i favori di pubblico e critica.

Nero di Puglia vuole affermarsi come un concorso serio e autorevole e per questo i dattiloscritti dovranno pervenire in forma anonima (il nome dell’autore sarà indicato solo nella lettera di presentazione).

C’è tempo fino al 31/05/11 per inviare le proprie opere.

Per info  potete scrivere a: associazioneurloacquaviva@yahoo.it.



Anche i lupi mannari fanno surf

Anche i lupi mannari fanno surf, questo è il titolo della storia che Roberto Saporito ci racconta.

Tre amici, ex compagni di università, fanno una rapina e rubano un bel mucchio di soldi, dieci miliardi (valuta in lire). Rubano questi soldi per migliorare le loro vite nell’intenzione di applicare l’equazione: più grana = più benessere.

Superfluo dire che la rapina la fanno mascherati da licantropi e superfluo dire che non si esaurisce qui il significato del titolo, tutt’altro che superfluo invece è dire che i rapinati non sono esattamente le nonnine della casa di riposo, ma niente di meno che una spietata organizzazione criminale che non ci sta proprio a lasciarsi derubare…

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SUGARPULP FESTIVAL!

Matteo Righetto e Giacomo Brunoro tornano a casa dopo la strepitosa presentazione di Devil Red con Joe Lansdale alla Libreria Lovat di Villorba. Di notte, lungo la A4, si parla di Devil Red,, del grande incontro con Champion Joe e del progetto SUGARPULP FESTIVAL.

Si, avete capito bene: SUGARPULP FESTIVAL. Stiamo parlando di un ciclone che si abbatterà su Padova nel settembre del 2011. Ci saranno tanti ospiti da tutto il mondo, una squadra di big capitanata da Joe Lansdale e di cui per ora non possiamo farvi tutti i nomi. Su una cosa però potete stare sicuri: quelli già confermati sono tutti nomi da paura!



Cicatrici

Mentre un circo sta sfilando nelle strade cittadine, un uomo viene ucciso a colpi di coltello, proprio davanti alla folla inorridita.

L’assassino viene subito arrestato e sottoposto a perizia psichiatrica. Si chiama Nemo Quegg, un uomo tanto grande e grosso quanto goffo e solitario che lavora in una tipografia. Attraverso i suoi colloqui con la psichiatra che dovrà valutarne la sanità mentale apprendiamo la storia di Nemo. Orfano dei genitori dall’età di un anno, è stato cresciuto da una zia, Rachele, e ha sempre vissuto isolato da tutti. Quando la zia muore, Nemo trova lavoro in una tipografia, dove fa il turno di notte.

Ogni mattina, alle cinque, prende sempre lo stesso autobus, per tornare a casa. Un giorno, ai soliti compagni di viaggio della corsa delle cinque si unisce una bellissima ragazza, e per Nemo è amore a prima vista. Da allora la ritrova ogni notte sull’autobus e vive solo aspettando il momento in cui la vedrà, senza però riuscire mai a trovare il coraggio di rivolgerle la parola. Ma il destino gli viene in aiuto, e, in seguito a un banale incidente, riesce a conoscerla. Da qui si dipanano gli avvenimenti che lo porteranno a commettere il delitto di cui è accusato.

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Raymond Chandler

Credo che sia importante avere presente le radici delle cose, aiuta a capirle meglio. Ed è per questa ragione che voglio spendere due parole su quello che viene ritenuto uno dei padri del genere Noir, ed in particolare dell’hardboiled: Raymond Chandler (1888-1959).

Da quando, nel 1896 la rivista americana Argosy si specializza nella pubblicazione a puntate di racconti pulp (che come noto erano stampati su di un supporto cartaceo di bassa qualità) il genere si affaccia sullo scenario della letteratura. Si deve aspettare però il 1929 quando Dashiell Hammet pubblica quello che viene riconosciuto come il primo vero racconto hardboiled: The Red Harvest. Ed assieme ad Hemmet, Latimier, Spillane e McCoy, Chandler è sicuramente uno dei massimi esponenti del genere, le cui pubblicazioni trovano spazio, come quelle dei suoi colleghi citati, nel magazine americano (e si, ragazzi: american school!) Black Mask.

Un genere che tenta di spiegarsi già dal nome. Hardboiled vuol dire infatti, lesso, “bollito duro”, tosto in qualche modo. Dei veri e propri duri sono i protagonisti di questo genere. Pensiamo alla saga che ha reso celebre Raymond Chandler, quella dell’investigatore privato  Philip Marlowe. Philip Marlow è decisamente un figo, non a caso sul grande schermo viene interpretato da Humphrey Bogart o Robert Mitchum.

Nel 1939 Chandler pubblica negli Stati Uniti “The Big Sleep”. L’investigatore privato Philip Marlowe viene assunto da un moribondo milionario, il generale Sternwood. Qualcuno sta ricattando la figlia minore del generale, Carmen, e Marlowe ha il compito di risolvere la questione. Presto nella storia si comparirà anche l’altra figlia del generale, Vivian. La trama si infittisce tra gangster, bische, assassini, ex contrabbandieri  e ricattatori vari, belle donne e poliziotti che, quando non sono corrotti, hanno semplicemente l’intuizione sbagliata.

Philip Marlowe credo rappresenti un punto di svolta per il modo di intendere  i protagonisti della letteratura d’azione. Chandler ci offre un personaggio tutto d’un pezzo, che opera al limite della legalità e che non esita a valicare quel limite quando il suo ferreo codice etico glielo impone.  Egli  è immerso fino al midollo nel mondo del crimine e del malaffare, ci naviga con abilità ma non vi appartiene: è il punto di raccordo tra il bene ed il male.

Un personaggio come Marlowe è la testa di ponte che aprirà la strada ad una letteratura d’azione  (moderna?) che non teme di rappresentare  un contesto sociale nella maniera più aderente possibile. Che mette a nudo l’abbruttimento, l’intrigo e la corruzione, morale prima di tutto, che la vita metropolitana cela.  Una critica implicita al genere del predominante negli anni di inizio secolo: il giallo classico. Lo stesso Raymond Chandler  accusava il genere del giallo tradizionale di poco realismo. Il finale del giallo, infatti, nasce per rassicurare il lettore. I giallisti classici dicono al lettore che le cose più efferate ed orrende possono succedere, certo, ma alla fine il Cattivo viene preso e punito così che  tutto può tornare alla normalità. Chandler  riteneva inadeguata una visione di questo tipo. Come dargli torto?

Ma torniamo a Philip Marlowe e a come ce lo presenta il suo autore nella prima opera della saga,  del 1939 “Il grande Sonno”:Ero corretto, lindo, ben sbarbato e sobrio, e me ne sbattevo che lo si vedesse”. Capito il tipo? Ben piazzato, con i pugni e la pistola sempre pronta, oltre ovviamente ad un inesauribile scorta di caustica ironia.

Un ironia che mal cela però una angoscia che Chandler prende a piene mani dagli Esistenzialisti. Certo, è  il 1939, la situazione su scala mondiale sarebbe andata, tanto rapidamente quanto irreversibilmente, a puttane di lì a poco. Era nell’aria il fetore dell’ inchiostro mortifero con cui le pagine più nere di tutto il ‘900 erano state redatte e  stavano  andando  in stampa. Ma c’è qualcosa di più.

È un angoscia che si sente palpabile nelle atmosfere oltre che nei dialoghi di Chandler, un’angoscia per la condizione che il singolo si trova a vivere. Quella di Marlowe è una Hollywood crepuscolare dove tutto (o quasi) è in vendita e la prevaricazione sul prossimo è la regola. Tutto è in vendita o quasi,  certo, perché l’unica cosa che nel mondo di Marlowe non è in vendita è l’onore e la lealtà dello stesso Philip Marlowe. In questo aspetto si differenzia da quasi tutta l’accozzaglia umana che lo circonda, perché Philip Marlowe è un figo tutto d’un pezzo. Chandler del suo personaggio ha scritto: “Marlowe ha tanta coscienza sociale quanta ne ha un cavallo. Ha una coscienza personale che è una faccenda totalmente diversa”.

È fuori di dubbio che con le sue opere Raymond Chandler (così come i suoi colleghi sopra citati) abbia influenzato in maniera copiosa la produzione letteraria, e quindi cinematografica, degli anni successivi.

Pensiamo a tutti i protagonisti di romanzi d’azione (A loner but not a loser,  un solitario ma non un perdente), solitari, ironici e disincantati dalla ferrea integrità, ma non per senso di giustizia acriticamente assunta, ma per scelta cosciente e convinta, tanto da farla diventare un mestiere. Onestamente credo che il panorama letterario e cinematografico ci abbia offerto più di qualche soggetto di questo stampo, magari con qualche piccola variazione. Penso al  Clete Purcel di “L’urlo del vento” del grandissimo Burke,  o a certi protagonisti dell’inarrivabile Joe R. Lansdale.

Per non parlare del cinema dove l’indimenticabile Henry Callaghan di Clint Estwood non era altro che un Marlowe degli anni ’70, oppure alla voice over in Blade Runner che  è  un tributo al detective di Chandler.

Da segnalare una parodia che il grande Bukowski  fa dell’ hardboiled nel suo romanzo Pulp. In Pulp Bukowski calca alcuni tratti caratteristici del detective da hardboiled, il suo Nick Belane infatti non è solo disilluso ma è proprio depresso, sovrappeso, alcolizzato, non vive dei soli guadagni che il lavoro gli fornisce, ma anzi è assediato dai creditori. Per non parlare di come viene trattata in Pulp la figura femminile,  che nei racconti Chandleriani, oltre a rivestire ruoli fondamentali, era un vero e proprio simbolo dell’erotismo. Il Nick Belane  il sesso è poco più che uno sbiadito demone …insomma: il protagonista di Bukowski è sia loner che loser.  Bukowski però  lascia la struttura formale del racconto tipica del hardboiled. Un racconto dove l’azione è incalzante ed il ritmo è serrato mentre il mistero si infittisce e la situazione si complica pagina dopo pagina.

Raymond Chandler, per quanto riguarda la costruzione delle sue storie si è pronunciato così: “A noi autori si richiedeva azione ininterrotta: se ci fermavamo a pensare eravamo perduti. Avevi un dubbio? Dovevi subito far entrare qualcuno con una pistola in pugno”.

Bisogna dire che per essere stato un autore che non poteva permettersi di fermarsi a pensare ha scritto dei veri capolavori. Prova ne è il fatto che a settant’anni di distanza le avventure di Philip Marlowe oltre che mantenere uno sconfinato fascino,  sanno essere di una godibilità sorprendente.  Specialmente se pensiamo a quelli che erano i toni ed i registri con cui venivano redatti i libri degli anni quaranta.



Countdown

Tracklist consigliata:


MENO DIECI…

Uno schianto lontano, profondo come il cielo e la mia faccia è a terra, in una poltiglia di fango.

«Parla puttana!» La sua voce percuote i tronchi delle betulle del bosco, il tacco del suo stivale pitonato mi preme la guancia.
«Brutta stronza, ti ammazzo!»

Un altro schianto: ormai il temporale è sopra di noi. Cerco di sfilare la lingua incastrata tra i denti, ingoio del terriccio amaro. Solo una mezz’ora fa mi stavo vestendo per andare al lavoro, quando il Basso e Alito di grappa sono venuti a prelevarmi in via San Lazzaro, dove vivo con Nikolina e le altre. Niko si è irrigidita vedendoli, che mi abbia incastrato lei?

«Questa non fiata capo!» Squittisce lo scagnozzo, allungando il naso appuntito. Il suo fiato acido di grappa, punge l’odore di terra bagnata che mi riempie i polmoni, come un ago aggredisce un palloncino. M’aggrappo all’ultima immagine che mi resta di Lui e trovo la forza per perdere i sensi, per dimenticare dove sono, per non sentire dolore. Lui e il suo bacio, Lui e il suo sapore buono.

…NOVE

«Vratiću se po tebe mala! Odveśću te odayde!

E’ stato Lui ad usare queste parole, con le pupille cariche di promesse, puntate sulle mie; poi mi ha baciata sulla fronte, imprimendoci un suggello, una rivincita vivida e umida ed è sparito nella nebbia, sfumando tra i profili appena tratteggiati dei capannoni della zona industriale.

In un primo momento m’era parso un’illusione, mi chiesi se qualcuno m’avesse drogato il cocktail. Me ne stavo lì, sul laido retro di quel locale, con le calze smagliate, i piedi strozzati in alte scarpe di gomma e una sigaretta incollata al labbro inferiore e fissavo lo spazio davanti a me, incredula. Sentivo quella fresca impronta sopra gli occhi. Era Lui, non c’erano dubbi. Erano due anni che non lo vedevo. Non una parola, non un gesto in più, solo un tornerò a prenderti. Ma da dove veniva? Come aveva fatto a trovarmi? E perché scappare così? Non sapevo che pensare, per un istante ho creduto d’impazzire: era sbucato fuori improvviso e, altrettanto rapido, era svanito nella veste di vapore acqueo di quella lunga notte, che stava ingoiando uno ad uno gli occhi stanchi dei lampioni intorno.

OTTO…

Un lampo. Un rivolo di sangue vivo in bocca, la pioggia battente a lavarlo via. Ho sempre avuto il terrore dei fulmini, del ventre nerastro e rabbioso del cielo. Ricordo le notti passate con Lui, sul bordo del letto, con la schiena fredda, scoperta da quello striminzito lenzuolo che più lo lavavi più si restringeva. Eravamo poveri, ma c’era del conforto nello stare vicini, nel preoccuparsi l’uno dell’altra. Poi una donna lo ha allontanato da me. Lei con i suoi aridi capelli color paglia e i suoi fianchi maturi, coperti di poliestere, lo ha fatto innamorare come un fanciullo.

Mi raccontò che l’aveva conosciuta lungo rive scure della Sava, mentre era a pesca. Lei indossava un vestito rosso e sorseggiava una birra ghiacciata, sotto un chiosco. Lui si avvicinò e le pagò da bere. Dopo due settimane dal loro incontro la condusse a casa.

«Puttana, qui c’è una fossa per te! Parla!» La voce del mio carnefice spezza il pallido intervallo dei tuoni e mi riporta alla realtà. Dai suoi stivali viscidi di pelle bagnata rotolano parole calde che sbattono sul mio viso, contro il mio stomaco, sulle mie ginocchia. Socchiudo le ciglia perlate di pianto e rimango zitta, muta come un pesce morto.

…SETTE…

Un’alba lontana a Marghera, odore di laguna, di pesciolini annegati sotto il sole. L’incontro con Stefan, l’amore dietro un autogrill, in corpo l’eccitazione, il desiderio che compie vent’anni e che sopravvive mangiando poco. La voglia di ubriacarsi ovunque, il riparo inventato da qualche parte. Poi, una mattina d’agosto, la solitudine e la stanchezza si sono sedute sulle mie ginocchia, allargate sul tavolino di un bar.

Bevevo un tè freddo. Fuori la temperatura sfiorava il trenta gradi. Il corpo mi doleva quasi come adesso, il cuore mi premeva sul petto come un cubetto di ghiaccio scheggiato. Ed ecco venirmi incontro la più bella ragazza che avessi mai visto, poteva essere un angelo, per quanto ne sapevo. Mi si piazzò davanti e si presentò come Nikolina.

«Di dove sei? Aggiunse sorridendo».

I suoi seni piccoli e tondi emergevano dalla scollatura. Le risposi, senza riuscire a distogliere lo sguardo da quei bottoncini neri e lucidi che le suggellavano il torso, come uno scrigno. Sorrise, mi chiese se mi piaceva il suo top, aggiunse che mi avrebbe accompagnata dove li vendevano. Mi consigliò di cambiare zona, disse che nel veneziano tirava una brutta aria: troppe rumene, troppi papponi; infine mi propose di seguirla a Vicenza. Potevo dare un’occhiata all’appartamento dove viveva, decidere con calma se mi piaceva, e poi magari condividerlo con lei e altre tre ragazze. Veniva solo centocinquanta euro al mese per stanza. Mi chiesi se si era avvicinata spontaneamente o se l’avesse indirizzata qualcuno verso di me. Ma non opposi resistenza e la seguii, decisi che quello era l’unico modo di vivere. Qualche giorno dopo, scoprii che lavorava per un italiano, il Basso.

Ora il Basso è sopra di me e mi percuote come fa un macellaio con un pezzo di carne. So perfettamente di aver abboccato, di essere caduta in trappola, sono proprio una dilettante. Sorrido.

…SEI…

«Che cazzo ridi? Eh?» È Alito di grappa, il boss si è leggermente scostato, lasciando campo libero allo scagnozzo. Ha cercato di violentarmi tempo fa, si è preso una ginocchiata sui testicoli e ora so per certo che gode nel vedermi conciata così. Lo sento dall’eccitazione del suo squittire. Temo che il Basso gli possa concedere di riprovarci ora. Non lo sopporterei, sarebbe un’umiliazione troppo grande.

«Ci vuoi dire chi era quell’uomo? – riprende il Basso simulando  un fare diplomatico – Ieri mi ha pedinato, lo sai? Ti hanno visto parlare con lui fuori dal mio locale: lo sai questo? È un serbo come te?»

Un altro tuono rimbalza dal cielo al mio stomaco.

«Quanto ti ha promesso? Parla!»

Il Basso non sa di Lui, non sa chi è: crede che io abbia stretto un patto con l’uomo-anguilla. Non apro bocca. Sento le suole di Alito di grappa girarmi attorno, pesanti, si avvicinano e mi fanno assaggiare un po’ del loro carro armato.

«Ti ho tolto io dalla strada bambina! Arrivare a tradirmi così!»

Una tirata di capelli, uno strattone che mi rovescia sul lato opposto, il mondo che si ripiega su di me come uno straccio sbrindellato.

…CINQUE…

Sono a casa, a Čukarica, nei pressi di Belgrado. Da qualche tempo Lui ha portato nel nostro appartamento la sua amante. Da settimane non mi guarda più negli occhi. Ha perso il lavoro, perciò sono io a pensare alla famiglia, ad occuparmi di noi. È sera quando lei mi si presenta davanti, ruotando sulle punte, sorridendo, sembra un manichino con la bocca dipinta. Sbandiera un sordo metro di stoffa firmata, con mostruosa leggerezza.

Lui le pone le mani sui fianchi e la gira verso di sé. Quella notte decido di andarmene da casa. Gli lascio un biglietto sopra il tavolo della cucina, poche semplici parole, un non ce la faccio più. Gli scrivo che sono diretta in Italia? Non ricordo. Ora Lui mi sta cercando, vuole riprendermi con sé? Sente il grido del sangue?

«Piccola, non mi vuoi dire la verità? Mi obblighi a farti male?» Il Basso piagnucola, fingendo compassione per la mia faccia tumefatta. «Mi costringi a cavarti gli occhi se non parli! Qui io mi gioco la vita, sai stronza?» La sua voce tuona e mi obbliga alla coscienza, il mondo riprende colore.

Alito di grappa mi afferra i capelli e mi trascina via, mi costringe a sedermi a terra. Mi lega i polsi dietro la schiena con della corda, mi infila le braccia dentro un alto e ruvido ceppo che mi graffia gli avambracci e la nuca. Il nodo della coda m’impedisce di alzare la testa, il resto dei capelli s’arruffa, si mischia alla polvere e al sangue, s’incolla ai lati della bocca. Tengo il capo reclinato, gli occhi bassi. Non rispondo, non mi agito, non supplico. Sento che Lui verrà: gridano aiuto le mie vene, mi scuote l’odore primitivo del sangue.

…QUATTRO…

Il Basso non è basso, è alto e corpulento. Non so molto di lui, dicono che è di Chioggia, dicono che fin da ragazzino è sempre stato un boss. Dicono che all’epoca della Mala del Brenta dalle sue parti non si scherzava e che, a fare a botte, non lo ha mai messo sotto nessuno.

Il Basso è il proprietario del Circus, il locale dove lavoro, e traffica slot machine truccate. S’è fatto un grosso giro nel veneziano. Quel mattino in cui incontrai Nikolina, lui si trovava a Marghera per affari. Vedendomi nel bar, aveva diretto la ragazza verso di me, le aveva ordinato di abbordarmi, di condurmi a Vicenza, di farmi divertire, di regalarmi qualcosa. Niko me lo confidò nel pianto, qualche giorno più tardi. Era furiosa, disse che il boss le aveva promesso la libertà: me in cambio di lei. Disse che era stata una stupida a crederlo davvero.

Ultimamente gli affari del Basso non dovevano andare troppo bene. Qualche giorno fa, mentre mi davo da fare con la lap, un cliente mi disse: «Il tuo boss è un bastardo, deve un sacco di soldi a Valič, è nei guai. Ma se fossi io Dario Valič mi basteresti tu».

Dopo aver pronunciato questa frase, l’uomo estrasse dalla giacca un oggetto metallico e scivolò fuori dal privè con un movimento rapido ed elastico, come un’anguilla. Si diresse verso il bar e fracassò un paio di slot. Poi si girò verso Stella, la barista, si riassettò i capelli, le sorrise e con un balzo si gettò verso di lei, sbattendo la spranga di ferro sul piano del bancone.

Stella rimase immobile, pallida come una statua di cera. Teneva tra le mani un calice di birra che le cadde a terra solo una manciata di secondi più tardi, quando l’uomo anguilla era già sguazzato via. Spiai la scena sporgendomi quasi completamente nuda all’entrata del bar. A quell’ora, nel tardo pomeriggio, il locale era pressoché vuoto e il Basso non era ancora presente, c’erano un paio dei suoi uomini, impegnati a fumare nel retro.

Quando rientrò il boss mi fece mille domande, chiese a tutti i presenti una descrizione completa dell’uomo, cominciò a scagliare maledizioni contro i suoi scagnozzi.

…TRE…

Quindi il Basso pensa che io stia tramando contro di lui con l’uomo-anguilla, il tirapiedi del Valič? Forse ne è stato convinto da una delle ragazze, forse qualcuna di loro vuole togliermi di mezzo?

Ora la pioggia scende sottile e copiosa, mi bagna completamente, mi terge le ferite. Il Basso fuma una sigaretta mentre Alito di grappa gli sorregge l’ombrello, entrambi mi fissano. Sento i capelli pesanti come tronchi d’albero sulla testa, la t-shirt è fredda e incollata al petto, i jeans sono gonfi di pioggia e di fango. I due uomini confabulano tra di loro ed io temo il peggio. Devono essere amati.

Alito di grappa s’avvicina a me, con la sinistra mi regge la testa, con la destra mi passa un taglierino sotto il naso, davanti alle pupille, mi ordina di guardare. Abbassa la lama e mi taglia la t-shirt, proprio laddove è leggermente sollevata dai seni. Infila una mano nello strappo, il suo fiato nel mio orecchio mi chiede se mi piace. Stringo le palpebre e lui mi intima di guardare, alzo lo sguardo e fisso l’immobile vuoto nero dei suoi occhi che s’allarga come china.

…DUE…

Non so bene cosa mi stia facendo, le sue mani frugano come rettili impigliati sotto la maglietta e dentro i jeans. Credo che non ci provi più di tanto gusto. Un breve ansimare e Alito di grappa mi sbatte la testa contro il ceppo, mi dice che non valgo un cazzo.

Giro gli occhi e vedo un’ombra fuggire dietro i tronchi. È forse Lui? Non ne sono sicura, sembra che quella silhouette scura s’arresti qualche istante e poi riprenda a correre, come uno che fa jogging.

È sera, la pioggia non smette. Siamo in un anonimo boschetto tra i colli Berici, chi mai potrebbe venire a fare ginnastica qui?

Passa qualche istante e il Basso si sente chiamare alle spalle: «Basso!» Sembra proprio l’uomo-anguilla, a qualche metro da noi, punta contro il boss una semiautomatica. È completamente vestito di pelle, sul cranio rasato scivolano luccicanti goccioline di pioggia. Al suo fianco spunta Nikolina sottile ed elastica, fasciata di pelle nera.

«Tu, maledetta!» Il Basso ha la voce simile a quella di un animale ferito.

Nikolina non intende farsi offendere e tenta di difendersi verbalmente, ma non fa in tempo a concludere la frase che le si apre uno squarcio nel suo volto bellissimo. Il grilletto del Basso è stato più veloce delle sue parole. Contemporaneamente il boss s’accascia a terra, freddato dal rivale. Alito di grappa brancola a terra, riesce a fuggire ed imbocca un sentiero, lo stesso che poco prima abbiamo percorso a piedi per arrivare fin qui.

…UNO…

L’uomo-anguilla abbandona la sua pistola vicino al cadavere di NiKolina, poi si avvicina al Basso e ne esamina il corpo privo di vita. È alto e molto più vecchio di quello che ricordavo. S’inginocchia davanti a me, ma lo riconosco solo quando si toglie gli occhiali. Non posso credere che sia Lui, eppure è così.

«Mala moja, rekao sam ti da ću se xratiti!**»
«Papà!» Grido scoppiando in lacrime. Lui mi scioglie dai nodi, mi ripulisce il volto dalla terra, sento male ad ogni sua carezza ma non ci bado. «Dobbiamo andarcene al più presto» aggiunge.

Ci immergiamo nella boscaglia e, una manciata di minuti più tardi, siamo a bordo di una Aprilia Tuono. Indosso il casco che poco prima era stato di Nikolina. Vengo a sapere che Niko ha aiutato mio padre, che gli ha procurato una pistola che gli ha detto di conciarsi come lo scagnozzo del Valič, l’Anguilla, per essere più credibile: secondo lei in questo modo il Basso sarebbe stato disposto a trattare. Ma così non è stato.

Qualche ora più  tardi, nella stanza di un albergo di Rijeka accendo la tv satellitare. Sullo schermo un ragazzotto parla in modo concitato con chiaro accento vicentino, sotto, in sovraimpressione, passa la seguente scritta: Arcugnano, Vicenza. Giovane atleta assiste casualmente ad uno scontro tra bande. Ritrovato un dei malviventi, ora dovrà rispondere di pluriomicidio.


Note:

*Tornerò a prenderti piccola! Ti porterò via da qui!

**Bambina mia, ti avevo detto che sarei tornato a prenderti!



Noir Factory: intervista a Massimo Carlotto

Sono passati poco più di sei mesi dall’ultima volta che abbiamo avuto il piacer di scambiare due chiacchiere con Massimo Carlotto, uno dei padrini di Sugarpulp. Allora si parlava del suo nuovo libro, il bellissimo e durissimo “L’amore del bandito”, oggi invece siamo di fronte ad un progetto che rappresenta una novità assoluta per quanto riguarda il panorama letterario italiano.

Carlotto infatti ha riunito intorno a sé una factory di giovani autori con cui lavorare per sviluppare nuove storie, nuovi romanzi e nuove idee. Un laboratorio creativo che vuole essere un punto di aggregazione e di confronto, capace anche di offrire una maggiore visibilità a nuovi autori emergenti.

Ciao Massimo, per prima cosa bentornato su Sugarpulp. Come nasce l’idea di dare vita a questa factory? E come si sviluppa da un punto di vista pratico il lavoro di questo nuovo laboratorio?
La consapevolezza che il noir muta più velocemente di un tempo mi ha convinto a mettere in piedi una sorta di laboratorio totalmente dedicato alla sperimentazione, il cui obiettivo non è di arrivare alla definizione di un filone e tantomeno di una scuola ma dare senso a esperienze collettive e individuali. Siamo un gruppo eterogeneo, formato non solo da scrittori, che lavora in comunità sia sul profilo teorico approfondendo temi specifici e analizzando lo sviluppo del genere a livello internazionale, sia su quello pratico della ricerca, l’indagine e la produzione di idee utili a scrivere romanzi. La scrittura è l’unico momento totalmente individuale della nostra struttura. Attualmente l’aspetto che stiamo privilegiando è quello della costruzione di trame, convinti che una buona idea possa diventare geniale se si mettono insieme persone motivate e capaci ma stiamo già pianificando altri terreni di ricerca.

Il concetto di factory di autori rappresenta una novità assoluta per la letteratura italiana: quali sono i vantaggi per un autore che può contare su un gruppo di lavoro di questo tipo?
Se a uno di noi viene in mente l’idea di un romanzo la condivide con il gruppo e se viene ritenuta valida, tutti lavorano all’ideazione e alla stesura della trama, il che significa un coinvolgimento anche nella raccolta del materiale che per noi significa indagine giornalistico-investigativa. Un lavoro che termina solo quando il gruppo è convinto che la storia valga al punto da essere scritta e diventare romanzo. A quel punto la storia ritorna nelle mani dell’autore. Tutti lavorano a tutti i progetti ma alla fine solo uno scrive ed è l’unico “proprietario” del romanzo, un’esperienza interessante anche dal punto di vista umano. Poi uno è liberissimo di lavorare all’esterno del gruppo e di scrivere “altro” e in altro modo.

“Donne a perdere” è il primo titolo che nasce da questo esperimento: quali saranno i prossimi?
Donne a perdere è nato dopo l’esperienza di Perdas de fogu. Quattro degli autori che avevano partecipato all’indagine e alla prima fase di scrittura collettiva hanno lavorato in totale autonomia, l’unico punto in comune era il tema, donne a perdere appunto. L’obiettivo era quello di pubblicare in Italia il primo volume con tre romanzi e costruire il terreno per una struttura più agile e produttiva. Tra un anno usciranno invece una serie di romanzi singoli, frutto della nuova fase di sperimentazione.

Noi di Sugarpulp stiamo cercando di valorizzare un tipo di narrativa molto preciso, vale a dire un noir che punta su trame articolate e complesse, su uno stile di scrittura veloce e dinamico e, soprattutto, su una scrittura fortemente radicata nel territorio: quanto peseranno questi punti sulle prossime produzioni della factory?
Leggo e apprezzo la produzione di Sugarpulp e la individuo come “esperienza” nel panorama nazionale. Trama, scrittura e territorio sono ovviamente punti che pesano e peseranno ma in modo completamente differente. A noi non interessa riprodurre l’esistente se c’è già qualcuno che lo fa bene.

Che consiglio daresti a chi vuole scrivere un libro noir?
Di studiare storia e autori del genere (nel nostro gruppo il corso di formazione dedicato è biennale) e di leggere moltissimo. E non solo quello che piace.

Oggi come oggi il genere noir è molto inflazionato, se mi passi il termine: cosa ti piace e cosa non ti piace di quello che leggi? (non necessariamente solo in Italia)
Non mi piacciono i romanzi che non hanno nulla di nuovo e ripropongono storie già lette (o già viste) e purtroppo sono molti. Il genere è inflazionato da una politica editoriale che punta a riempire le librerie a qualsiasi costo, troppo spesso a scapito della qualità ma per fortuna tante buone letture che arrivano un po’ dappertutto sono a portata di mano. Basta saperle cercare.