Alla fine di un giorno noioso

Torna Massimo Carlotto, uno dei maestri del noir e dei numi tutelari di Sugarpulp, e lo fa in grande stile: con un libro – “Alla fine di un giorno noioso” – che riprende dopo circa dieci anni uno dei suoi personaggi più riusciti e crudeli.

Perché Giorgio Pellegrini, già protagonista di “Arrivederci amore ciao” – un romanzo che valse a Carlotto una nomination all’Edgar Award – è allo stesso tempo un predatore e un servo, un dominatore e un lacché. Ed è forse proprio grazie a questa duplice visione di carnefice e vittima che l’autore padovano firma uno dei suoi capolavori.

Carlotto “gira” la storia dieci anni dopo i fatti del precedente romanzo: Pellegrini – grazie all’avvocato Sante Brianese, ora onorevole – si è ripulito la fedina penale, è proprietario di un locale alla moda di una città del Veneto, si è affermato come prezioso gourmet, conosce gli abbinamenti perfetti fra carni e vini ma l’istinto è sempre quello perchè non si può addomesticare un predatore. E quando il suo avvocato e mentore gli comunica che un affare immobiliare sfortunato gli costerà due milioni di euro, Pellegrini fiuta la trappola.

Ne esplode una guerra senza esclusione di colpi, a base di doppi giochi, politici corrotti, puttane d’altobordo, papponi russi, fino ad arrivare alla ‘ndrangheta.

L’intreccio è ricco di prospettive e sfumature, Carlotto da questo punto di vista non è mai stato secondo a nessuno, e la sua penna – sempre agile e ficcante – ci restituisce una descrizione chirurgica, financo impietosa di un Nordest avvelenato da guerre di potere e collusioni.

“Alla fine di un giorno noioso” è un noir straordinario, soprattutto è un noir vero, alla faccia delle stravaganti definizioni che ne vengono date nel nostro Paese. Perché in queste pagine si respira la vera essenza del male, perché Pellegrini è un personaggio con le ombre addosso e che lotta contro l’ineluttabile, pronto ad affondare le mani nel fango pur di venirne fuori.

Splendida la fusione di stili, le atmosfere livide alla Jean Patrick Manchette, incrociate con un’ironia nera come inchiostro che pare uscire direttamente dalle pagine di Jim Thompson, ma poi ogni paragone risulta riduttivo e lascia il tempo che trova.

Il punto è che Carlotto è oggi più che mai il noir in Italia: per quella sua capacità di restituire in modo chiaro, efficace, lirico, il riflesso nitido di un Sistema-Paese deformato, annichilito dall’egoismo e dalla fame di potere, sbranato dalle differenze di classe e reddito, prosciugato dal dilagare delle nuove forme di criminalità, così pervasive e polimorfe da inghiottire tutto ciò che trovano sul proprio cammino.

“Alla fine di un giorno noioso” è dunque uno splendido romanzo che racconta in modo esemplare una deriva umana, tratteggiata con tutte le proprie miserie, gli istinti più bassi, la volontà di prevaricazione, il maschilismo più cupo e bestiale, frullando in una girandola rabbiosa e sanguinaria una storia che incrocia personaggi complessi e contraddittori, ricchi di vizi e poveri di virtù, eppure profondamente credibili grazie ad un’acuta, brillante sensibilità di scrittura.

Un noir da non perdere.

 

 


 

 

 

 



Arrivederci amore ciao

Una notte piovosa. Un mal di testa a intermittenza. E un romanzo nero come l’anima di Robert Johnson. “Arrivederci amore, ciao” ti obbliga a non allontanarti dalla lettura, ti tiene sveglio e ti costringe a proseguire, ad affondare sempre di più nel fango della realtà del ricco nord-est: una società perfetta come una mela da bollino “marlene” all’esterno, ma corrosa dai vermi dentro, marcia e putrescente.

E in poche pagine ti dimentichi del mal di testa.

Attraverso una sintassi semplice, un periodare breve e tagliente reso ormai sicuro dall’esperienza, Carlotto costruisce la sua storia più nera e violenta.

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Noir Factory: intervista a Massimo Carlotto

Sono passati poco più di sei mesi dall’ultima volta che abbiamo avuto il piacer di scambiare due chiacchiere con Massimo Carlotto, uno dei padrini di Sugarpulp. Allora si parlava del suo nuovo libro, il bellissimo e durissimo “L’amore del bandito”, oggi invece siamo di fronte ad un progetto che rappresenta una novità assoluta per quanto riguarda il panorama letterario italiano.

Carlotto infatti ha riunito intorno a sé una factory di giovani autori con cui lavorare per sviluppare nuove storie, nuovi romanzi e nuove idee. Un laboratorio creativo che vuole essere un punto di aggregazione e di confronto, capace anche di offrire una maggiore visibilità a nuovi autori emergenti.

Ciao Massimo, per prima cosa bentornato su Sugarpulp. Come nasce l’idea di dare vita a questa factory? E come si sviluppa da un punto di vista pratico il lavoro di questo nuovo laboratorio?
La consapevolezza che il noir muta più velocemente di un tempo mi ha convinto a mettere in piedi una sorta di laboratorio totalmente dedicato alla sperimentazione, il cui obiettivo non è di arrivare alla definizione di un filone e tantomeno di una scuola ma dare senso a esperienze collettive e individuali. Siamo un gruppo eterogeneo, formato non solo da scrittori, che lavora in comunità sia sul profilo teorico approfondendo temi specifici e analizzando lo sviluppo del genere a livello internazionale, sia su quello pratico della ricerca, l’indagine e la produzione di idee utili a scrivere romanzi. La scrittura è l’unico momento totalmente individuale della nostra struttura. Attualmente l’aspetto che stiamo privilegiando è quello della costruzione di trame, convinti che una buona idea possa diventare geniale se si mettono insieme persone motivate e capaci ma stiamo già pianificando altri terreni di ricerca.

Il concetto di factory di autori rappresenta una novità assoluta per la letteratura italiana: quali sono i vantaggi per un autore che può contare su un gruppo di lavoro di questo tipo?
Se a uno di noi viene in mente l’idea di un romanzo la condivide con il gruppo e se viene ritenuta valida, tutti lavorano all’ideazione e alla stesura della trama, il che significa un coinvolgimento anche nella raccolta del materiale che per noi significa indagine giornalistico-investigativa. Un lavoro che termina solo quando il gruppo è convinto che la storia valga al punto da essere scritta e diventare romanzo. A quel punto la storia ritorna nelle mani dell’autore. Tutti lavorano a tutti i progetti ma alla fine solo uno scrive ed è l’unico “proprietario” del romanzo, un’esperienza interessante anche dal punto di vista umano. Poi uno è liberissimo di lavorare all’esterno del gruppo e di scrivere “altro” e in altro modo.

“Donne a perdere” è il primo titolo che nasce da questo esperimento: quali saranno i prossimi?
Donne a perdere è nato dopo l’esperienza di Perdas de fogu. Quattro degli autori che avevano partecipato all’indagine e alla prima fase di scrittura collettiva hanno lavorato in totale autonomia, l’unico punto in comune era il tema, donne a perdere appunto. L’obiettivo era quello di pubblicare in Italia il primo volume con tre romanzi e costruire il terreno per una struttura più agile e produttiva. Tra un anno usciranno invece una serie di romanzi singoli, frutto della nuova fase di sperimentazione.

Noi di Sugarpulp stiamo cercando di valorizzare un tipo di narrativa molto preciso, vale a dire un noir che punta su trame articolate e complesse, su uno stile di scrittura veloce e dinamico e, soprattutto, su una scrittura fortemente radicata nel territorio: quanto peseranno questi punti sulle prossime produzioni della factory?
Leggo e apprezzo la produzione di Sugarpulp e la individuo come “esperienza” nel panorama nazionale. Trama, scrittura e territorio sono ovviamente punti che pesano e peseranno ma in modo completamente differente. A noi non interessa riprodurre l’esistente se c’è già qualcuno che lo fa bene.

Che consiglio daresti a chi vuole scrivere un libro noir?
Di studiare storia e autori del genere (nel nostro gruppo il corso di formazione dedicato è biennale) e di leggere moltissimo. E non solo quello che piace.

Oggi come oggi il genere noir è molto inflazionato, se mi passi il termine: cosa ti piace e cosa non ti piace di quello che leggi? (non necessariamente solo in Italia)
Non mi piacciono i romanzi che non hanno nulla di nuovo e ripropongono storie già lette (o già viste) e purtroppo sono molti. Il genere è inflazionato da una politica editoriale che punta a riempire le librerie a qualsiasi costo, troppo spesso a scapito della qualità ma per fortuna tante buone letture che arrivano un po’ dappertutto sono a portata di mano. Basta saperle cercare.



Intervista a Massimo Carlotto

Massimo Carlotto, padovano, è tornato in libreria in questi giorni con “L’amore del bandito”.

Dopo libri bellissimi e disperati come “Nessuna cortesia all’uscita” e “Il maestro di nodi” ritroviamo Marco Buratti, l’Alligatore, detective privato senza licenza che si muove in un Nord Est che puzza decisamente di marcio.

Carlotto, che con le sue storie e i suoi personaggi indimenticabili è diventato uno degli scrittori di noir più letti ed amati d’Europa, è senza dubbio uno dei padrini spirituali del movimento Sugarpulp: non potevamo quindi non approfittare del suo nuovo libro per fare quattro chiacchiere con lui.

Massimo, il ritorno dell’Alligatore è coinciso con il tuo ritorno a Padova: ne “L’amore del bandito” però Marco Buratti, dopo due anni di lontananza da Padova, sembra quasi non riconoscere più la sua città: è la stessa sensazione che hai provato tu in questo ultimo periodo?

Ho voluto soprattutto evidenziare il senso di disorientamento che colpisce molta gente nel Nordest, dovuto alla difficoltà di riconoscersi in un territorio sempre più investito da fenomeni di crisi sociale ed economica che rendono difficoltosa, complicata e triste l’esistenza. La marginalità di Buratti è un punto di vista privilegiato per raccontare questa realtà che non coincide più di tanto con il mio ritorno a Padova, città che di fatto non ho mai abbandonato.

Il Veneto che racconti è un “mercato fiorente” per malavitosi di ogni tipo e per imprenditori senza scrupoli: possibile che questa regione ormai sia soltanto un mercato? Per non parlare del lato politico della faccenda: il Veneto dagli anni ’60 in poi è stato un eccezionale laboratorio politico, in cui sono nati movimenti importanti nella storia italiana, soprattutto in chiave extraparlamentare: possibile che ora l’unica proposta politica di questa regiona sia quella della Lega?

La Lega è sintomo del disagio profondo di un territorio che non ha saputo valorizzarsi ma si è imbarbarito rinunciando anche alla propria storia migliore. La realtà è spietata. Essere un crocevia geografico ci ha trasformato in terra di conquista e in un laboratorio dove economia legale e illegale si sono felicemente incontrate arrivando a diventare un vero e proprio modello di sviluppo. Altri valori meno nobili come denaro, potere e successo hanno sostituito quelli dell’utopia e della sperimentazione politica.

I tuoi personaggi in più di un’occasione esprimono giudizi molto duri sul Nord Est, soprattutto Marco Buratti che si lancia in uno sfogo profondo e sincero, uno sfogo che secondo me toccherà nel profondo i tuoi lettori (soprattutto chi vive in Veneto in particolare e a Nord Est in generale)

Sfogo che è oggetto di dibattito in ogni presentazione, anche fuori dal Veneto. I lettori si interrogano sulle contraddizioni di una regione così ricca da risentire meno delle altre della crisi economica eppure tristemente nota per fenomeni di xenofobia e grettezza figlie di una cultura minore e recente. D’altronde compito del noir è raccontare la realtà che circonda la storia criminale che svolge il ruolo di cuore pulsante del romanzo.

Quando vedremo Marco Buratti al cinema, o in tv? Sarebbe un personaggio perfetto… o forse è troppo scomodo?

Ci hanno provato in tanti e ora ci stanno riprovando. Il limite “televisivo” del personaggio è il suo non essere rassicurante, condizione essenziale per essere gradito alle reti e soprattutto agli sponsor. Insomma è troppo scomodo. Però non abbandono la speranza. Mi piacerebbe vedere l’Alligatore in tv.

Nei tuoi libri veniamo a contatto con il lato deviato del multiculturalismo: mafie etniche che campano sulla pelle dei disperati, che stringono accordi con tanti insospettabili e che sono profondamente radicate nel territorio. È ancora troppo presto per raccontare storie di immigrazione “normale”?
Il Veneto è la regione con il maggior numero di immigrati d’Italia, la maggior parte dei quali ormai è decisamente integrata (moltissimi parlano in dialetto!): perché è così difficile per loro trovare visibilità?

L’immigrazione radicata e legale non è culturalmente riconosciuta. Lo sarà solo quando non sarà un problema la libertà religiosa e una moschea non sarà più oggetto di polemiche. Quando le culture immigrate rimangono a lato della società, prive del diritto di cittadinanza sono di fatto clandestine. In Francia, in Germania e in altri paesi europei non è così. Quando voglio rilassarmi a Parigi vado a bere un the al bar del centro culturale islamico e il rispetto è reciproco, innato e profondo. Io sento il bisogno di conoscere “l’altro” che è venuto a vivere nel mio territorio, di scambiare messaggi ed esperienze culturali. In Veneto questo oggi è impensabile. In Sardegna invece il clima è sereno e la convivenza è un progetto “possibile”.

Quello che mi ha sempre colpito in molti tuoi libri, e ancor più in questo, è il ritratto impietoso che fai delle persone così dette normali: tutte marce. Nel tuo ultimo romanzo però ci sono dei segnali positivi: i gruppi civici che vogliono cambiare le cose dal basso, un avvocato che si rifiuta di andare oltre… insomma, ci sono speranze anche per “questo” Veneto?

Sì. il marcio c’è ed emerge tristemente dalle cronache ma la parte sana e maggioritaria della società può imporre altre culture e altri modelli di sviluppo. Credo che oggi sia prioritario salvaguardare il territorio, questa terra bellissima non merita altri scempi e può offrire un futuro migliore. Per tutti. I primi segnali di ripresa e di riscossa morale sono evidenti. Fiducia e speranza devono far parte del nostro agire. In attesa di tempi migliori.