Sugarpulp: l’audiolibro!

Ho avuto la fortuna di curare l’edizione del primo prodotto  editoriale marchiato Sugarpulp, l’audiolibro “Sugarpulp – 4 racconti Noir/Pulp” pubblicato da Good Mood Edizioni Sonore. Lavorare a questo progetto è stato un vero piacere, ed è con altrettanto piacere che ora mi ritrovo a scrivere due righe su quello che è saltato fuori da questa collaborazione con le Barbabietole Carnivore.

Quando proposi all’editore di realizzare un audiolibro antologia con cinque scrittori esordienti, utilizzando per di più con materiale  già pubblicato online, la sua prima risposta fu: “Cosa?!?!?!?!”.

Poi però c’è voluto poco a convincerlo, è bastato fargli leggere i testi che avevo selezionato con Matteo Righetto e Matteo Strukul, i deus ex machina di Sugarpulp, e la musica è subito cambiata: “Registriamolo subito, questi racconti sono una bomba!”.

Sugarpulp è nato come un movimento liquido, tentacolare. Si è diffuso grazie al web e continua a sparare i suoi colpi partendo da queste pagine: e allora la scelta doveva essere per forza quella dell’mp3, delle nuove frontiere dell’editoria, dell’audiobook da scaricare e con cui violentare una generazione di iPod pulita e stilosa e che, ve lo do per certo, non ha mai avuto a che fare con files del genere.

Poi, che volete farci: per voi è un casino scaricare un mp3? E allora lasciate perdere: questo non è un audiolibro per vecchi. A tutti i fans della barbabietola assassina invece posso dare un unico consiglio: trasformate le cuffie del vostro iPod in barbabietole urlanti, ascoltatelo in macchina nella vostra autoradio, in camera vostra, caricatevelo sul telefonino e ascoltatelo in classe (e chi se ne frega!), mentre andate a scuola in autobus, mentre state tentando disperatamente di buttare già il lardo di troppo in palestra, in ufficio o a lezione… insomma, ascoltatelo dove cazzo volete, l’effetto sarà sempre lo stesso: una botta di adrenalina tipo quella che ha rimesso in piedi la signora Mia Wallace.

Dimenticatevi i tradizionali audiolibri o le solite cazzate che siete abituati ad ascoltare, questo è puro rock & roll: divertente, sporco, cattivo e politicamente scorretto.  Qui si corre a mille all’ora.

Il ritmo è esagerato, come le invenzioni linguistiche degli autori che vengono esaltate dalla musica e dal sound design. Se ho un racconto preferito? No, sinceramente non saprei scegliere: ognuno dei cinque racconti raccolti in questo volume ha il suo personalissimo demone, ogni storia brilla per caratteristiche uniche.

Cinque racconti che filano via come cinque pallottole ficcate a forza dentro al tamburo di una Mod. Special Service 3″ Cal. 38 special, con il sesto colpo da lasciare pronto in canna perché non si sa mai

Questa è la tracklist di Sugarpulp, 4 racconti noir pulp:

“Perché il Nord Est, la Bassa, la grande Pianura Padana non sono più – da oggi – un Paese per vecchi!”




Intervista a Giulio Mozzi

giulio mozzi

Giulio Mozzi è scrittore, docente di scrittura creativa, editor e cercatore di talenti letterari.
Dal 1993 ad oggi ha pubblicato diverse raccolte di racconti per Einaudi, Mondadori, Theoria e Sironi.
Dal 2002 al 2009 ha curato la narrativa italiana per la casa editrice Sironi, e dal marzo 2008 è consulente di Einaudi Stile Libero.
Nelle collane da lui curate hanno esordito, tra gli altri, Vitaliano Trevisan e Tullio Avoledo.
Insieme all’artista Bruno Lorini ha creato un artista immaginario, Carlo Dalcielo, le cui opere, esposte in mostre e pubblicate in forma di libro, sono spesso di natura collettiva.
In rete cura il blog Vibrisse Bollettino e ha promosso la casa editrice Vibrisselibri. Vive a Padova.
In un momento di pausa fra i suoi numerosi viaggi, Matteo Righetto l’ha incontrato per Sugarpulp e gli ha rivolto alcune domande relative al suo ruolo di editor e talent-scout.

Giulio, come riesci a trovare il tempo per conciliare la professione di scrittore con quella di “cacciatore” di autori?

Non vedo il problema. Quasi tutte le persone che pubblicano opere letterarie campano di un qualche mestiere, e io del mio. E tutte si arrabattano con gli orari, i carichi e i vincoli del lavoro.

Cosa pensi dei numerosissimi premi e concorsi letterari che ci sono in Italia? Sono effettivamente seguiti e considerati dagli editori che intendono scoprire nuovi talenti oppure no?

Se intendi – come mi par di capire – i concorsi per inediti, la risposta è: che agli editori interessa solo il premio Calvino.

Tu hai tenuto spesso corsi e seminari di scrittura creativa. In che misura possono essere utili per uno scrittore? E’ più importante il talento o il perfezionamento delle tecniche di scrittura?

Per un atleta è più importante avere il talento o imparare e allenarsi? Per un musicista, per un cuoco, per un collaudatore di go-kart, per un insegnante di matematica: è più importante avere il talento o imparare e allenarsi?
Ovvero: la domanda è mal posta.
Quasi tutte le persone che si iscrivono a un corso o laboratorio di scrittura vogliono semplicemente incrementare il proprio bagaglio tecnico. Non hanno alcuna intenzione di scrivere romanzi e racconti, non hanno ambizioni artistiche, e spesso hanno bisogno di apprendere o affinare determinate abilità per fare meglio il loro lavoro.
Circa le poche persone che si iscrivono a un corso o laboratorio di scrittura avendo dei desideri o delle ambizioni di tipo artistico, posso dire:
Il talento (che spesso è – almeno in parte – dovuto a un «capitale» culturale, linguistico, sociale, economico eccetera della famiglia d’origine) si attiva se c’è una motivazione seria.
Corsi e laboratori possono servire a queste persone per incontrare qualcuno con cui discutere, mettere in discussione la propria motivazione.
Ciò detto: sia chiaro che le tecniche si insegnano, il talento no. Ma tra due persone può crearsi una «relazione pedagogica» che aiuta il talento a venir fuori. Io devo quasi tutta la mia scrittura a Stefano Dal Bianco e Laura Pugno.

Quanti manoscritti ti vengono spediti in un anno? Riesci davvero ad affrontarli tutti?

Un migliaio o poco più. Li prendo in mano tutti. Ne leggerò fino in fondo un’ottantina. Quasi metà li metto da parte dopo poche pagine. Una volta l’anno mi succede di essere convinto della bellezza di un testo (e della forza di un autore) dopo poche pagine.

Quando ti imbatti in un testo davvero interessante e degno di considerazione, cosa fai? Chiami il suo autore o lo segnali direttamente ad un editore?

Mi faccio vivo con l’autore. Anche perché spesso il testo è «interessante» ma non «immediatamente pubblicabile». Magari vale la pena di lavorare un po’ con l’autore, conoscerlo, capire perché fa quello che fa, studiare una strategia per presentarlo all’editore nel migliore dei modi possibili.
Poi, sai, il mio lavoro non consiste nello scovare libri. Consiste nell’entrare nella vita di una persona e dire: «Secondo me si può fare». Ad alcune persone ho cambiata la vita. Devo stare attento. Le persone vengono prima di tutto.

Nella tua giornata-tipo, qual è il momento migliore per leggere e quale quello per scrivere?

Leggo molto in treno (perché passo molte ore in treno). O la sera. Scrivo più facilmente di mattina presto, dalle sei-sei e mezza alle dieci. Anche perché prima delle dieci il mondo editoriale se ne sta zitto e buono, e io lavoro in pace.

Quali sono le qualità fondamentali che deve avere un manoscritto per convincerti?

La bellezza.

In cosa consistono le mansioni di un editor di una grossa casa editrice? Di solito come affronta il lavoro assieme all’autore?

Non lo so di preciso. È un mestiere che non ho mai fatto, e che non ho mai visto più che tanto da vicino. Il mio lavoro consiste nel proporre agli editor testi da leggere. Il minor numero possibile di testi, perché loro hanno poco tempo. Nonostante questo, devo ingaggiare vere battaglie per farli leggere.

Dopo il recentissimo e ottimo “Sono l’ultimo a scendere” edito da Mondadori, stai lavorando a qualcos’altro?

Entro novembre esce, per Terre di Mezzo, una cosa che si chiama (non) un corso di scrittura e narrazione. È la rielaborazione di una serie di 100 articoli che scrissi negli anni scorsi per la rivista Stilos. Infine, a febbraio o marzo 2010 dovrebbe uscire finalmente, per Sironi, il Manuale di retorica amichevole al quale sto lavorando da un bel pezzo con Stefano Brugnolo (che ne è l’autore principale). È il complemento ideale di quel Ricettario di scrittura creativa che ci ha date tante soddisfazioni (ci siamo divertiti a farlo, sembra una cosa utile, e ne abbiam vendute quasi ventimila copie). Entro ottobre vorrei mettere la parola fine a Discorso attorno a un sentimento nascente, una specie di romanzo al quale lavoro da un sacco di tempo.

Progetti concreti per il 2010?

Comperare una Vespa.

Cosa pensi di Sugarpulp, il movimento delle Barbabietole Carnivore?

Non mi freghi. Non esistono barbabietole carnivore, l’ho letto su Wikipedia.



Intervista a Luigi Bernardi

Luigi B.Luigi Bernardi (Ozzano dell’Emilia, 11 gennaio 1953) è uno scrittore, saggista, sceneggiatore e critico fumettistico italiano. Attualmente vive a Bologna. Ha creato alcune case editrici di fumetti. All’inizio degli anni ’90, ha iniziato a esplorare il noir italiano e internazionale. Nel 2000 è stato chiamato a elaborare il progetto della serie Noir di Einaudi Stile Libero, che ha diretto fino ai primi mesi del 2005. Dal 1999 al 2003 ha seguito quotidianamente le notizie di cronaca nera, anche quelle recuperabili soltanto nei fogli locali, e si è costruito una solida conoscenza del mondo del crimine, sia a livello di grandi organizzazioni, sia delle imprevedibili espressioni familiari. Attualmente è scrittore e consulente editoriale. Per l’editore Fazi cura la prima edizione italiana integrale de Le inchieste di Nestor Burma, di Léo Malet. Ha realizzato laboratori di scrittura sia di base che avanzati, gli esiti di alcuni di questi laboratori sono stati pubblicati in Altre scomparse di Patò (Edizioni della Battaglia, 2003), Amore e altre passioni (Zona, 2005), Qualche sera d’inverno a Maranello (Zona, 2005). È stato per sei edizioni presidente di giuria del concorso letterario Lama e Trama organizzato dal comune di Maniago. Il suo ultimo romanzo, Senza Luce, è stato pubblicato da Perdisa pop nel 2008.

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Intervista a Omar di Monopoli

Omar Di Monopoli (1971) vive e lavora in Puglia, a Manduria. Ha firmato la sceneggiatura di La caccia prodotto da Edoardo Winspeare. Vincitore nel 2008 del Premio Kihlgren Opera Prima – Città di Milano. Ha pubblicato per Isbn Uomini e Cani (2007) e Ferro e Fuoco (2008) primi due romanzi di una trilogia western-pugliese.
Scrittore, grafico e sceneggiatore. Da anni lavora nel mondo della piccola e grande editoria.

Caro Omar, anzitutto quando e com’è nata questa tua grande passione per il western?
Credo che nell’innamoramento per il genere western, col suo prodigioso apparato di cappellacci, pistole e stivali di cuoio, risieda una tappa più o meno dovuta del percorso di crescita della maggior parte degli adolescenti maschi di questa parte di mondo. La mia personale passione si è alimentata davanti alle dozzine di pellicole «spaghetti» – anche quelle più becere – che le nascenti emittenti Tv locali dispensavano senza requie negli anni Ottanta. Poi però su quella visione «passiva» è andato innestandosi un gusto letterario per il genere, che è passato attraverso il mio amore per il fumetto, la narrativa gotica e tutt’un miscuglio pop che immagino sia il retaggio di chiunque oggi si cimenti a qualsiasi livello in campo artistico.

E l’idea generale di adattare questo genere alla tua terra in chiave contemporanea?
Quello fa parte di un percorso probabilmente più intimo. Suppongo sia maturato cogli anni e che rientri in un discorso di ricerca d’una propria «voce». A parte una serie d’influenze letterarie e cinematografiche molto pregnanti (che vanno dal Faulkner più sanguigno e sudista giù sino al Sam Peckimpah più truculento) c’è tutta una serie d’elementi che mi hanno spinto in questa direzione. Primo fra tutti sicuramente il fatto di essere cresciuto in una terra, la Puglia – quella più marginale e «di frontiera» – che è per sua natura isolata, crepata dal sole, sublime e ingovernabile proprio come quelle che Sergio Leone usava come scenario dei suoi film. E non è un caso che lo sceriffo cui il personaggio di Tuco fa saltare il cappello in Il Buono, il Brutto e il Cattivo fosse un figurante originario del mio paese. Già il Maestro aveva infatti capito che per rendere credibili i suoi cowboys e suoi pistoleri doveva scendere al Meridione, a scovarli tra le facce da peones che molto spesso ci ritroviamo noi «terroni».

Nei tuoi libri la componente “visuale” è indiscutibilmente forte. Immagino pertanto che, oltre al cinema di Sergio Leone e gli spaghetti-western in generale, le tue influenze siano anche altre, o mi sbaglio?
Io penso di essere uno scrittore molto «visuale», mi porto appresso l’imprinting del grafico e dell’illustratore che ero in epoca universitaria, quando assieme a una truppa di altri aspiranti scrittori divulgavamo in fotocopie i nostri fumettacci underground – abbastanza risibili, a dirla tutta! – e sono comunque un grande appassionato di cinema (ho anche lavorato con Edoardo Winspeare, il regista pugliese cui si deve parecchia della riscoperta del Tacco d’Italia come sublime location di frontiera nell’ultimo decennio). E poi, al solito, ci sono i riferimenti letterari: non amo gli scrittori ossessionati dalla descrizione della psicologia dei personaggi, preferisco che essa venga a galla attraverso i loro comportamenti, i loro gesti, e facendo ciò adotto un procedimento che è eminentemente cinematografico (Leone ad esempio utilizzava di continuo i tic dei suoi personaggi per farci capire quanto fossero spregevoli e pericolosi). Elmore Leonard è uno di quegli scrittori davvero insuperabili nello scansare l’overflow da «flusso di coscienza», che pure tanti capolavori ha generato ma per il quale io personalmente non impazzisco (oppure, se vogliamo, più semplicemente non so gestire al meglio).

Come sono nati concretamente i romanzi Uomini e Cani e Ferro e Fuoco? Avevi già delle idee precise, sei partito da una storia vera, da un personaggio?
Ogni personaggio presente nei miei due romanzi (e nel prossimo in uscita il prossimo inverno) parte da un connotato reale, da un carattere che ho incontrato e conosciuto, probabilmente anche da pulsioni mie personali (il che non detiene a mio favore, visto il livello di truculenta efferatezza della quasi totalità dei personaggi che popolano il mio universo), però in linea di massima cerco di fondere caratteristiche disparate, frullo personalità combacianti finendo per ottenere ibridi che forniscano alla mia storia quel giusto apporto di esagerazione e verosimiglianza. Questo vale anche per i luoghi: le città di Languore o di Colle Capurzio sono scenari fittizi, ma sono in essi riconoscibilissime decine di città realmente esistenti nel Salento e nel Gargano.

Parlaci del progetto della trilogia e soprattutto anticipaci qualcosa, se puoi farlo, del terzo romanzo.
Inquadrato il mio campo d’azione (un meridione iperbolico e sui generis attraverso il quale finisco per raccontare i reali problemi della mia terra) e considerando il buon successo di pubblico e critica del primo romanzo, ho facilmente intuito che col medesimo strumento potevo scandagliare zone meno note della Puglia. Ecco perché, dopo il Salento tutt’altro che scintillante e festoso di Uomini e cani sono passato al Gargano degli schiavi e delle pistolettate di Ferro e fuoco. Il terzo, ancora senza un titolo definitivo, è in fase d’ultimazione. Sarà ambientato stavolta nel Brindisino, che è una zona della mia regione ancora poco scandagliata dalla letteratura, tra faide di esponenti d’infimo livello della Sacra Corona Unita e, come spesso nei miei romanzi, cagnacci pronti a sguainare i denti. Ci saranno molte carcasse d’auto (e anche questa, direi, non è una novità).

I temi trattati nei tuoi romanzi sono crudi e riguardano essenzialmente una realtà di emarginazione e violenza, eppure lo stile, la forma e la lingua da te usati (compresa la cura per le parlate dialettali) sono davvero meticolose. Penso ad esempio all’accostamento tra il dialetto e un italiano che a volte è davvero ricercato. Qual è il tuo approccio linguistico nei confronti delle storie che racconti?
Anzitutto c’è la necessità di rendere al meglio la parlata dei miei personaggi che sono spesso decisamente «borderline»: schiavisti, sciroccati, sfasciacarrozze e mafiosi d’accatto sono la fauna che popola i miei libri e naturalmente non posso fargli usare un linguaggio pulito e simmetrico, né troppo filmico. Al tempo stesso non ho alcuna intenzione di propormi come l’ennesimo epigono in salsa pugliese di un Camilleri o di un Niffoi, perciò mi sono semplicemente imposto di usare il dialetto in maniera copiosa ma cercando di renderlo fruibile in una maniera diversa dagli scrittori succitati (che contaminano il loro italiano con efficaci assonanze vernacolari). Io adotto l’escamotage di far dire una frase in dialetto stretto per poi farne ripetere il concetto in italiano più comprensibile dallo stesso personaggio che l’ha pronunciata o al suo interlocutore. È faticoso, talvolta un po’ macchinoso, ma contribuisce a definire uno stile che è tutto mio. Poi, certo, c’è la descrizione sontuosa e volutamente barocca della natura, quasi un contraltare aulico all’estrema violenza di certe situazioni. È uno stilema preso a prestito dai grandi della letteratura del Sud: non solo Faulkner ma anche l’irraggiungibile Flannery O’Connor, e poi McCarthy, Styron, Caldwell e via discorrendo (anche i nostri Fenoglio o Bonaviri era maestri in questo, e l’ultimo Vincenzo Pardini è a tal riguardo un vero must).<

Uno degli aspetti secondo me più genuinamente affascinanti dei tuoi romanzi è la spietatezza, il cinismo che mi sembra tu provi nei confronti di tutti i tuoi personaggi. E’ così o mi sbaglio?
Sì, è così, ed è una cosa che non va tanto giù ai miei conterranei, poiché in realtà da più di un decennio vi è un gruppo folto d’imprenditori e politici che stanno lavorando per espungere dall’immaginario collettivo l’idea di un Sud tutto Mala e disservizi, e io credo tra l’altro che questa gente (tra alti e bassi) stia facendo un lavoro esemplare, la Puglia da un pezzo è grande meta di turismo, anche culturale, e però io non ci sto a disegnarla solo come una terra esotica e satura di magia, il regno della pizzica e della taranta abilmente rappresentato dai depliant. Conosco l’inverno interminabile di quelle zone in cui nei mesi estivi sembra andare tutto a meraviglia, e tra la diossina dell’ILVA e quella di Cerano, l’abusivismo, la microcriminalità e la corruzione non c’è da stare gran che allegri. Certo, la Puglia e il Meridione in senso più generale sono evidentemente – e vivaddio! – anche altro, ma questo lo lascio raccontare alle Pro Loco locali e agli Enti turistici: loro sanno farlo meglio. Io sono uno scrittore di western neri come la pece, e quello che racconto è lo stupro nei confronti della natura, il decadimento morale ai danni dei più deboli e l’agonia inesorabile dei diritti civili.

Come è nato il tuo sodalizio con Isbn?
Nel più canonico dei modi: ho inviato loro Uomini e cani e gli è piaciuto molto. Qualche giorno dopo quel contatto mi hanno chiamato per un appuntamento e un solo mese più tardi stavamo già parlando di contratto e copertina. Loro sono davvero efficienti, tutti giovani e motivati, con un progetto editoriale ben delineato da portare avanti. Va anche detto che quel romanzo in particolare – sia chiaro, dopo un decennio di rifiuti con altre opere che evidentemente non erano ancora mature – colpì numerosi editori nazionali, e scegliere con chi pubblicare fu per me cosa non semplice. Devo però tutto a Massimo Coppola e a Giacomo Papi (allora editor di ISBN), poiché seppero guardare a me come uno scrittore di lungo raggio; hanno cioè saputo incanalare la mia energia in un percorso, non puntando esclusivamente (come fanno molti editori anche di grido) ad un romanzo da «una botta e via»…

Disco, libro, film preferito.
Naturalmente molti, difficile, quasi impossibile sceglierne uno solo per categoria. Dei western abbiamo già parlato, li amo tutti, sia americani che italici, anche quelli più scalcinati. Se dovessi fare una scelta originale (scartando cioè i Grandi Cineasti cui sarebbe ovvio guardare) direi che La casa del diavolo (the Devil’s Reject) di Rob Zombie è un horror che non mi stanco mai di rivedere, perché secondo me c’è tanto McCarthy sotterraneo, in quella pellicola. Come disco vado sul sicuro: la colonna sonora di L’assassinio di Jesse James, opera di Nick Cave e Warren Ellis assolutamente inarrivabile. Libro? Davvero arduo, sul serio. Direi che Luce d’Agosto, del buon vecchio William Faulkner occupa sicuramente il gradino più elevato della mia idea di letteratura.

Cosa pensi del movimento Sugarpulp?
L’ho incontrato per caso in rete – via Luca Conti, il magico traduttore degli scrittori più cool americani – e mi è sembrato subito un’oasi refrigerante per uno cresciuto a pane e Joe R. Lansdale come il sottoscritto. Siete in postazione di riguardo nell’elenco dei preferiti del mio browser, e vi controllo di continuo, giuro…

Grazie, Omar!



La Fiera dei Serpenti

la-fiera-di-serpenti-crewsDefinito dal New Yorker ” uno scrittore di straordinaria potenza”, Harry Crews ci offre un viaggio folgorante, originale e mozzafiato nel profondo Sud degli Stati Uniti, nelle atmosfere epiche rurali e selvatiche tanto amate da Sugarpulp. In questo romanzo ambientato negli anni Settanta (e scritto nello stesso periodo) l’autore della contea di Bacon (Georgia) racconta la sua stessa infanzia (allevato da un patrigno alcolizzato e violento). Siamo in Georgia, precisamente a Mystic, in un paese di terra e polvere posto nel buco del culo del mondo, laddove regnano incontrastate le bieche leggi del razzismo, le prepotenze dei più forti e i soprusi di chi la legge la dovrebbe rappresentare. Qui vive Joe Lon Mackey, terrificante protagonista di questo durissimo romanzo. Joe Lon passa il suo tempo gestendo un locale “ereditato” dal padre, in cui smercia birra e whiskey di contrabbando con l’aiuto di due neri tuttofare schiavizzati. Il suo vecchio padre è un violentissimo e crudele addestratore di pitbull da combattimento, la cui spietatezza con gli animali è riverita dalla popolazione locale. Continue reading



Sotto un cielo cremisi

sotto-un-cielo-cremisi-lansdaleIl grande Joe R. Lansdale mette a tacere tutti i suoi detrattori da quattro soldi e piazza un colpo come soltanto lui sa fare. Ebbene sì, sto parlando dell’ultima avventura dei mitici Hap Collins e Leonard Pine, la strepitosa coppia di personaggi creati dalla penna dell’autore texano, i quali tornano finalmente in libreria con una storia travolgente e a dir poco tumultuosa. In barba a chi sostiene che Lansdale scrive sempre “la stessa storia” e che abbia da tempo esaurito la sua vena creativa, con Vanilla Ride (titolo in italiano: “Sotto un cielo cremisi”, ma io continuerò a chiamarlo con il suo nome originale) Champion Joe dimostra esattamente il contrario. E cioè che probabilmente ci troviamo di fronte al romanzo più bello, completo e maturo tra tutti quelli della saga dei due investigatori. Più bello perfino di Mucho Mojo. La trama: Hap e Leonard vengono chiamati da Marvin Hanson, un vecchio amico il quale chiede loro un grosso favore: sua nipote Gadget infatti si è innamorata di un tipo losco e molto violento che vive come un redneck in una roulotte e si guadagna da vivere spacciando droga. Continue reading



Savana Padana

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Savana Padana è un razzo nel culo della letteratura italiana. Matteo Righetto non fa sconti con il suo debutto letterario e tira fuori un romanzo che ha i sapori e gli odori di un Veneto crudo e selvaggio, dominato dagli istinti primordiali e da una visione western padana da lasciare senza fiato.

Fondatore del movimento Sugarpulp, l’autore padovano introduce nella prima parte della storia i personaggi, appronta il palcoscenico, affresca il paesaggio con colori vivi che fanno entrare la terra, la campagna veneta direttamente nelle pagine del libro. Continue reading



La ballata di Jolie Blon

"La ballata di Jolie Blon" di James Lee BurkeSecondo una delle regole fondamentali del genere noir, il bene e il male presentano sempre un’ampia zona grigia di sovrapposizione, in cui il lavoro del detective non è mai così lontano e “altro” rispetto a quello dei peggiori criminali.

E tale è infatti la natura della storia e dei personaggi che James Lee Burke ci presenta in questo romanzo, nel quale il detective cajun Dave Robicheaux è costretto a risalire a galla dopo aver perso egli stesso i suoi valori e la sua identità per essere venuto a contatto con un mondo infernale dove gli indagati vivono una bestiale degradazione. Continue reading



Black Hole

"Black" Hole di Charles BurnsIncredibile ma vero: il grande Charles Burns arriva a Bologna. Già, avete capito bene. In occasione di BilBOLBul infatti, il grande artista americano sarà protagonista di “Black Hole”, una mostra inaugurata qualche giorno fa alla Pinacoteca Nazionale di Bologna e che rimarrà allestita fino al prossimo 3 maggio. Continue reading