La legge di Fonzi

Capitolo conclusivo della trilogia western-pugliese, La legge di Fonzi non poteva che svolgersi nel tacco dello stivale, uno stivalaccio da cowboy consunto e polveroso, come quello che campeggia sulla copertina della prima edizione italiana di Meridiano di sangue. Ed è una terra altrettanto affascinante e vessata quella che ancora una volta l’autore ci descrive col suo disusato e suggestivo vocabolario.

Nella fittizia Monte Svevo, situata tra lo Ionio e l’Adriatico, lo scirocco quando imperversa punge il volto e quando latita lascia il posto ad un’afa intollerabile. E simile a quello del vento sembra essere il trattamento che la malavita locale riserva al martoriato territorio. Non a caso la momentanea assenza di elementi di spicco della Sacra Corona Unita, dovuta ad un pesante colpo inflitto dalle istituzioni, lascia il passo ad un’altrettanto infida camarilla, formata da esponenti del clero, della politica e da novelli lestofanti.

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Il sangue è randagio

Si è chiuso il cerchio: il terzo capitolo della Underworld USA Trilogy è finalmente arrivato in Italia dopo mesi di continui ed estenuanti rimandi (il lancio sul mercato nostrano era previsto ben prima della fine del 2009).

Tale lavoro è stato affrontato e digerito (859 pagine) con l’amara consapevolezza che scorpacciate così appaganti capitano troppo di rado.

“The Dog” è quindi tornato ad intrattenerci con la sua prosa al cardiopalma prendendoci per mano, quasi rassicurandoci: nell’antefatto ripete ai lettori per ben tre volte: «ora seguitemi».

E come non stare al suo consiglio se nella prima manciata di pagine dà la stura a questa storia con: agguato, collisione intenzionale, rapina a mano armata e conseguente sparatoria, corpi disciolti dal fuoco, lanci di bombe lacrimogene e un inaspettato tradimento?

L’episodio in questione riguarda il caso dell’assalto a un furgone blindato che trasportava una sbalorditiva quantità di smeraldi e contanti (le investigazioni ostinate alle quali assisteremo non produrranno risultati per molti anni). Intorno a questo misterioso evento, così minuziosamente pianificato, Ellroy fa ruotare l’intero plot, strabordante di personaggi fittizi e realmente esistiti. Ma chi conosce bene il nostro è preparato ed allenato ad inquadrare i molteplici incroci di avvenimenti con i numerosi comprimari. Accenniamo ad alcuni di essi, che entrano in azione a quattro anni dalla rapina, nel 1968, poco dopo gli assassinii di Martin Luther King e Robert Kennedy (omicidi nei quali molte delle figure che incontreremo hanno vavuto un ruolo fondamentale).

Wayne Tedrow Junior è il re della chimica, l’esperto di droghe, il creatore della dose perfetta. Gli ambienti in cui vive vantano laboratori attrezzatissimi. Diventa l’uomo di fiducia dei Ragazzi: i temibilissimi mafiosi italo-americani Carlos Marcello, Santo Trafficante e Sam Giancana. Per essi avvicinerà, attraverso le sue allettanti proposte tossiche ed economiche, l’irredimibile strafatto, l’eugenista estremista, il vampiro mormone Howard Hughes, che non riuscirà più a separarsi dai servigi chimici di Wayne.

Donald Crutchfield è – Ellroy smentisce – una sorta di alter ego dell’autore, un inguaribile guardone, un instancabile segugio, un intercettatore tenace, un pervicace accumulatore di voluminosi e dettagliati dossier. Tra un’indagine e l’altra si dedica alla ricerca della madre scomparsa molti anni prima.

Dwight Chalfont Holly è il temuto anello congiunzionale, l’uomo sul campo, il vero erede di Pete Bondurant, una delle principali figure dei due capitoli precedenti, in questo – ahinoi – solo occasionalmente menzionato. Dwight è il braccio destro di un altro personaggio – questa volta reale – che ha movimentato l’intera trilogia: John Edgar Hoover, nonché il trait d’union col futuro Presidende degli Stati Uniti: “mister sincerità” Richard Nixon.

E poi: Jean-Philippe Mesplede, l’anticastrista per antonomasia, lo scotennatore di malcapitati cubani; Scotty Bennett, il super poliziotto cacciatore di negri (ha il vezzo di farsi ricamare sul cravattino scozzese che indossa il numero che indica i rapinatori uccisi); Marshall E. Bowen, il poliziotto nero che verrà infiltrato tra i neri.

Kennedy

E le donne, che hanno un ruolo nodale in molte delle pagine decisive dell’intero libro. Tutte affascinanti e mature, estremiste di sinistra, sostenitrici della propria causa come e più degli accaniti antagonisti razzisiti e anticomunisti. Tra queste, Joan Rosen Klein, affascinante “Dea Rossa” dalle mèches argentee; una figura dal passato misterioso che si renderà protagonista di una delle fortissime storie d’amore che nascono nel romanzo tra fascisti convinti e sediziose dai curricula anarchici.

Col procedere degli eventi emergerà in modo sempre più chiaro che i vertici delle fazioni opposte hanno in realtà un comune intento, quello di generare un caos gestibile, di far sì che da entrambe le parti non si degeneri. I modi per giungere a questo obiettivo dimostreranno quanto sia randagio il sangue, quanto si muova impetuoso il plasma per tutta la lettura, non solo quello versato ma anche quello che ribolle nelle accesissime passioni.

Ma è soprattutto una storia di profondo odio. La lotta spietata al comunismo del passato passa in secondo piano. Quello che interessa i poteri forti del periodo è una vera e propria campagna di profilassi contro l’inarrestabile avanzamento della militanza nera organizzata.

Hoover, l’intoccabile, l’uomo dal caveau contenente i segreti e i dossier più compromettenti del mondo, ha i sogni infestati dal fantasma di Martin “Lucifer” King e, anche se invecchiato, mostra energia da vendere, organizzando ai danni delle varie organizzazioni (Black Panthers, United Slaves, Alleanza della Tribù Nera, Fronte di liberazione Mau Mau) sabotaggi di ogni tipo. Il compito non si rivela affatto difficile, grazie alle intuizioni e al fiuto del fidato Dwight Holly. L’immissione, tra le bande di contestatori, di abili infiltrati e di grossi quantitativi di eroina (la “grande E.”) renderà i tentativi di ribellione armata vani e poco credibili.

Nel libro gli sfondi non sono descritti minuziosamente come ci si aspetterebbe in un tomo così voluminoso. Ellroy, più che delineare le geografie e soffermarsi sugli scenari, inquadra gli stati d’animo, i trend, gli slang, le droghe, accennando ai locali alla moda e a quelli frequentati da gay (fonti inestimabili di scoop bollenti). La sua voce sincopata, che riusciamo quasi a sentire nel corso della lettura, descrive gli stratagemmi e i mezzi usati dai protagonisti per deviare il comune sentire della popolazione, come pochi altri suoi colleghi riescono in opere di pura fiction: «L’opinione pubblica è combattuta tra esecrazione e morbosità».

Gli uomini incaricati di perseguire questi illeciti intenti vivono in stanze le cui pareti sono ricoperte di pile di documenti scottanti; essi generano informazioni deviate e cacciano notizie reali, verità a prova di bomba. Creano e rendono credibili gli infiltrati, generando confluenze inaspettate nelle intercettazioni. Alle parole percepite ed estrapolate dalle conversazioni viene dato un senso, un collegamento. Ci sono più cimici in questo libro che in tutto il regno animale.

Ellroy racconta in modo credibilissimo quanto fossero già potenti in quegli anni le tecniche di sorveglianza, i sistemi d’intercettazione, i modi per alterare l’opinione pubblica: sono esilaranti i veri e propri sabotaggi architettati per ridicolizzare le apparizioni in pubblico del già di per sé goffissimo Hubert Humphrey, concorrente di Nixon alla corsa alla Casa Bianca.

Ma gli antieroi citati non soffrono di mal di testa continui solo per lo sforzo al quale sottopongono le loro orecchie nelle estenuanti ore passate ad ascoltare. L’occhio vuole decisamente la sua parte nel romanzo tutto. Ellroy ha dichiarato di essersi completamente immerso negli anni descritti, di averli più volte rivissuti, è come un regista guardone che penetra nei dettagli più intimi degli spiati di turno, svecchiando il voyeurismo alla Capote.

“Il Sangue è Randagio”, come accennato, è anche un lavoro saturo di droghe di ogni tipo, un libro altamente tossico. Tra le pagine ci imbattiamo in eroina, cocaina, erba, sonniferi, amfetamine, metaqualone, dexedrina, nembutal, seconal, fino ad arrivare al misterioso intruglio Vudù “poudre zombie” (il culto di Baron Samedi ha molto spazio nel libro), costituito da mix d’erbe dagli efetti imprevedibili, a volte rivelatori, in altri casi tragicamente esiziali. Insomma, chi più ne ha più ne metta. Ah, a proposito di chi ne metta: dimenticavo le supposte di morfina!

Eldridge Cleaver

Eldridge Cleaver

Al Teatro Litta di Milano, dove l’autore ha presentato il suo lavoro, è stato più volte tirato in ballo l’aspetto dostoevskijano dell’opera (delitti e castighi non si contano), anche se a lettura ultimata, nonostante gli abnormi sacrifici (soprattutto in termini di vite umane), si ha il sentore di un lieto fine latente. Ellroy, a conferma di ciò, ha dichiarato infatti che nella vita di un uomo la cosa più importante è essere amato da una donna, poiché al mondo non esiste altro.

Un libro epico e tragico, in cui i padri incitano i figli ad uccidere e i figli diventano parricidi, in cui la figura della donna materna emerge con prepotenza (un tòpos decisamente ellroyano: l’autore ha più volte ammesso di aver iniziato a scrivere a seguito dell’assassinio della madre), in cui assassini redenti vengono santificati, in cui: «La confusione morale fa da contrappunto alla tormentata vita interiore e alla quotidiana attitudine alla perversione».

Se in “Un Arancia ad Orologeria” di Anthony Burgess le arance sono e resteranno sempre arance, alla fine della trilogia ellroyana i protagonisti mutano radicalmente. Non possiamo avere la pretesa di credere che ciò che ha scritto sia basato su fatti realmente accaduti, ma il gigante della fiction nera della sua opera ad orologeria descrive non la cassa, non il quadrante o le lancette e tutto ciò che riguarda l’aspetto esteriore, ne illustra invece il meccanismo interno, le complicazioni, i ruotismi, il funzionamento vero della società di quel periodo storico, lasciandoci con l’inquietudine e il sospetto di ciò che i poteri forti siano in grado di generare attraverso la tecnologia e i sistemi di manipolazione contemporanei.




L’ombra del falco

9788831799591gGran colpo messo a segno dalla Marsilio questo romanzo d’esordio di Pierluigi Porazzi: un giallo ordito ottimamente, un noir dai molteplici riferimenti sociali e un pulp di quelli che fanno arrossire anche le barbabietole più navigate.

Lo sfondo è un annebbiato Friuli apparentemente “tranquillo e operoso”, una parte del nordest che ha perso i colori vividi di una volta, che si è ingrigita.
Invece il killer che ci presenta Pierluigi imbratta di un bel rosso acceso tante pagine di questo libro, rendendosi protagonista degli omicidi di giovani fanciulle i cui corpi vengono ritrovati svuotati degli organi, orrendamente mutilati e artisticamente posizionati. E sono tanti, più di quanto si pensi in un primo momento.

Non possiamo attribuire la stessa operosità ai vertici della questura di Udine: raccomandati e nullafacenti, orientati solo alla soddisfazione delle esigenze e dei desideri dei propri superiori, tutti ai comandi dell’infido Presidente della Regione Aristide Gonano, l’uomo che al proprio soldo ha non solo le forze dell’ordine ma anche magistrati e giornalisti della superficiale stampa di provincia.

Ma ci sono agenti che non battono la fiacca e qualche magistrato ancora dedito all’incondizionato perseguimento della verità. Non hanno vita facile: per qualche strano e inquietante motivo le direttive dall’alto intralciano quando non ostacolano le loro ricerche.

Alex Nero, un ex agente che verrà chiamato in causa dall’assassino stesso attraverso messaggi a lui indirizzati è uno dei pochi ad intuire quale grande intrigo si cela dietro i delitti. Ad aiutarlo l’agente Cristiano Barone e il magistrato Erri Martello, sensibile e poetica figura che, dopo trentacinque anni di noiosa attività, si ritrova un caso così caldo da gestire. Ad affiancare Martello nelle investigazioni in modo del tutto desueto è Sergej Mikhailichenko, alias il Profeta, per tutti un barbone molto eccentrico, in realtà un ex agente del KGB intenzionato a vendicare una delle vittime.

A movimentare ulteriormente il plot ci sono una serie di importanti comprimari ma non si fatica affatto ad avere un quadro ben chiaro, le scene sono ricche d’azione e di trovate originali che mantengono alto l’interesse. Niente è dato per scontato, alcune delle figure che investigano risultano essere indagate a loro volta e i motivi non sono dettati solo dai numerosi tentativi di sviare le indagini ma anche da eventi macabri del passato che risultano oggettivamente indiziari.

Come accennato all’inizio, l’autore sbeffeggia e critica anche quelle che sono alcune delle tare più disturbanti e sgradevoli degli italiani e non solo: l’urgenza di apparire a tutti i costi, di annunciarsi amico della vittima di turno pur di ottenere un momento di catodica notorietà; la curiosità malata di intere famiglie che si recano sui luoghi del delitto come se fossero diretti ad una piacevole gita; la cinica indifferenza di fronte ad episodi di grande sofferenza e il lassismo dilagante di alcuni attori importanti delle istituzioni.

E l’ombra del falco del titolo chi la proietta? È appena visibile, è un’ombra piccolissima e sfocata ma solo perché il rapace vola alto, come vola alto sul panorama del noir nostrano, quest’oggetto narrativo che non deluderà chi ama gli intrecci ricchi di colpi di scena e stravolgimenti. Staccarsi dal romanzo non sarà facile, resterete intrappolati nella sua architettura.




Presenzatione a Milano de Il Sangue è Randagio


Michele Fiano con James Ellroy alla presentazione de "Il Sangue è Randagio"

Il sangue chiama il sangue e se il sangue è randagio, si sa: lo sugarpulpiano doc è attratto come un vampiro a digiuno da secoli che si vede aprire la bara da una verginella rosea e paffuta. Sì, perché per leggere “Il Sangue è Randagio” ho dovuto aspettare quasi dieci anni, ecco perché ho attraversato buona parte dello stivale per accorrere al richiamo. Mi preme precisare una cosa: ammiro Ellroy ma non tutta la sua produzione. È quanto scritto nei primi due capitoli della Underworld USA Trilogy che risulta oggettivamente epocale, imprescindibile.
Quanto ha ereditato il NIE dalla prosa di Ellroy anche se ritmi e contesti non sono apparentabili?
Avremmo goduto dei primi due capitoli della Trilogia Sporca dell’Italia di Simone Sarasso senza American Tabloid ?e Sei Pezzi da mille? Non a caso Simone ha mutuato dai primi due masterpieces ellroyani un indimenticabile personaggio: Pete Bondurant, una delle figure più nere ed importanti della crime fiction di tutti i tempi, l’uomo sul campo, il risolutore, l’infiltrato tra gli introdotti, l’onnipresente.
Don Winslow ci avrebbe intrattenuti con il suo ­- apprezzatissimo da Ellroy ­- Il Potere del Cane?
E De Cataldo avrebbe scritto Romanzo Criminale?
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Repetita

repetitaNell’ antequam di questo romanzo è contenuto un concetto mai abbastanza ribadito: le nefandezze raccontate nella fiction, letteraria o cinematografica che sia, raramente eguagliano gli efferati fatti di cronaca che si susseguono in ogni epoca. Del tussuto marcio dei vari contesti storici e sociali si nutre l’orrido umano che da esso dipende. Continue reading



Le teste

Le teste GennaIn una Milano prenatalizia ricoperta di neve e ghiaccio, il “sottostaffato” personale dell’Investigativa di via Fatebenefratelli ha poco di cui occuparsi: anche la comunità criminale rimanda i suoi biechi propositi a dopo le feste. Ma quelli con cui ha a che fare l’ispettore Lopez, non sono mai comuni malviventi. Mentre si accinge-nonostante un “andreottiano” mal di testa-a passare un sereno e solitario Natale, il ritrovamento della testa di una donna e del cadavere di un uomo nelle acque ghiacciate del laghetto dell’Idroscalo, non solo rovineranno i suoi propositi ma lo porteranno ad affrontare uno dei casi più inquietanti e ferali della sua carriera. Il capo Santovito è in trasferta, Lopez può liberamente infrangere le regole dell’ellroyana strategia di contenimento tanto raccomandata dal suo superiore. Continue reading

 

Senza Luce

Quattro storie apparentemente scollegate, uno svitato che si mette a sparare all’impazzata e sullo sfondo un piccolo paese dell’Emilia Romagna immerso completamente nel buio. A provocare il black out le forze dell’ordine, nell’intento di ostacolare l’escalation omicida del folle.

E’ questo il contesto narrativo in cui si muovono, è il caso di dire alla cieca, i personaggi dell’ultimo romanzo nero di Luigi Bernardi. Dapprima incontriamo un’infermiera alle prese con un vicino di casa un po’ troppo intraprendente nei suoi confronti; un perito comunale che si offre di far compagnia alla donna, perché quest’ultima è sola in casa e non ha nemmeno una torcia.

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La strada

cormac-mccarthy-la-stradaAffezionati estimatori della letteratura dalla polpa zuccherina, è giunto il momento, dopo aver abbondantemente promulgato il verbo di uno dei nostri numi tutelari – Joe R. Lansdale – di sottoporvi nuovamente i temi trattati dall’altro nostro grande ispiratore: Cormac McCarthy. La polpa è comunque assicurata, e della più pregiata qualità!

Ma il grado saccarometrico è prossimo allo zero, preparatevi quindi ad una lettura ricca di amara e sana inquietudine.

Ne “La Strada” infatti non c’è spazio per battute al fulmicotone alla Hap e Leonard, e i protagonisti di questa storia – un padre e un figlio – hanno poco su cui scherzare, trovandosi a dover affrontare un lungo e spossante viaggio verso il sud e l’oceano, alla ricerca di un tepore e di un sole che sono ormai uno sbiadito e lontano ricordo.

La terra è stata infatti devastata da un misterioso cataclisma (nel testo si accenna appena a delle tempeste di fuoco), che ha reso il territorio una landa grigia e usta, immersa in uno strato di cenere che violenti fenomeni atmosferici perennemente disperdono nell’aria, impedendo il filtrare della luce e del calore; i pochi alberi rimasti crollano carbonizzati sotto le folate di “lugubri venti terreni”, il suolo cauterizzato e sterile non offre niente di commestibile, il tutto shakerato da occasionali terremoti.

L’uomo e il bambino, muniti di malridotte mascherine e di un altrettanto precario carrello da supermercato, nel quale trasportano i loro pochi averi, si accampano durante la loro odissea ai margini di strade deformi, cercando cibo in scatola dove ve n’è rimasto e sfuggendo agli accanimenti di una natura che seppur caduca, tartassa i due come e più che in altri testi di McCarthy.

Ad ostacolare la loro dura peregrinazione, anche una parte dell’umanità superstite, costituita dai “cattivi”, che si rende protagonista di episodi raccapriccianti di cannibalismo a cui il bambino è costretto ad assistere. Nelle nottate il buio è assoluto e le poche ore di sonno che l’uomo – nonostante la spossatezza – si concede, sono popolate dagli spettri di un mondo che non esiste più e che il figlio non ha mai conosciuto, essendo nato dopo la catastrofe.

Un mondo che la sua donna anni addietro ha preferito lasciare, suicidandosi, forse per la paura di dover uccidere essa stessa il figlio nel sottrarlo all’atroce e peggiore fine che avrebbe comunque fatto nelle grinfie dei superstiti ridotti a cibarsi di sé stessi.

Ci troviamo di fronte ad una dimensione testuale che raramente ha raggiunto livelli così cupi nella scrittura dell’autore, forse solo in “Meridiano di Sangue”. E anche se il filone catastrofico/post nucleare è stato ampiamente sfruttato nella letteratura e nel cinema, gli scenari reali e tropologici che dipinge l’autore a colpi di pennellate delle varie tonalità del grigio, restano impressi nella mente, delineando una sorta di moderna Pompei a stelle e strisce, con i cadaveri imprigionati non nella lava, ma nell’asfalto disciolto.

“La Strada”, che costituisce la prima opera fantascientifica di McCarthy, è anche il percorso in senso quasi metafisico che compiono i due, dando vita ad un’appassionante e complicata rappresentazione di quello che è il rapporto tra padre e figlio.

L’uomo farà di tutto per difendere e far sopravvivere il bambino, e quest’ultimo cercherà di far rigare dritto il padre nei momenti in cui esplode la violenza in lui, ricordandogli che loro sono i “buoni”, quelli che “portano il fuoco”. Ma riusciranno a raggiungere gli altri “buoni”, e a scoprire se il mare a differenza di tutto il grigiore circostante è ancora azzurro? Leggetevi questo biblico capolavoro e lo scoprirete.

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  • Titolo: La Strada
  • Autore: Cormack McCarthy
  • Numero di pagine: 218
  • Editore: Einaudi
  • Prezzo: 18,00



American Tabloid

"America Tabloid" di James Ellroy

Primo episodio di una trilogia di cui non è stata ancora pubblicata la parte conclusiva (“Blood’s a Rover” dovrebbe uscire entro quest’ anno), “American Tabloid” rappresenta una pietra angolare della prosa noir e della letteratura tutta. Pubblicato nel 1995, il tomo in oggetto (è il caso di chiamarlo così vista la mole), altro non è che la cronaca dei fatti succedutisi negli Stati Uniti nel periodo che va dal 1958 al 1963 Continue reading