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	<title>Sugarpulp.it &#187; noir</title>
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	<description>SUGARPULP: il Nordest, la Bassa, la grande Pianura Padana non sono più - da oggi - un Paese per vecchi.</description>
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		<title>Intervista a Pasquale Ruju</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jan 2012 16:09:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Strukul</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Zuppa di Barbabietole]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Strukul]]></category>
		<category><![CDATA[noir]]></category>

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		<description><![CDATA[<table cellpadding='10'><tr><td valign='top' align='left'><p>Categories: <a href="http://sugarpulp.it/category/interviste" title="View all posts in Interviste" rel="category tag">Interviste</a>, <a href="http://sugarpulp.it/category/zuppa-barbabietole" title="View all posts in Zuppa di Barbabietole" rel="category tag">Zuppa di Barbabietole</a></p><p>Tags: <a href="http://sugarpulp.it/tag/interviste" rel="tag">Interviste</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/matteo-strukul" rel="tag">Matteo Strukul</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/noir" rel="tag">noir</a></p>Comincia la nuova rubrica di Matteo Strukul: uno spazio dedicato al mondo Sugarpulp a 360 gradi. Ospite di questa puntata: Pasquale Ruju. <a href="http://sugarpulp.it/interviste/pasquale-ruju">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><table width='100%'><tr><td align=right><p><b>(<a href='http://sugarpulp.it/interviste/pasquale-ruju' title='Intervista a Pasquale Ruju'>Read more...</a>)</b></p></td></tr></table></td></tr></table>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-small wp-image-8172" title="img-matteoS-perinterventodiretto" src="http://sugarpulp.it/wp-content/uploads/img-matteoS-perinterventodiretto.jpg" alt="Matteo Strukul" width="131" height="131" /><em>La zuppa di barbabietole sarà uno spazio dedicato al mondo Sugarpulp a 360 gradi. Credo sempre di più nella contaminazione dei linguaggi narrativi: il romanzo, il fumetto, il videogame, il film, la serie tv, lo storyboard. Perciò nella zuppa ci finirà tutto questo: interviste, articoli, riflessioni e soprattutto proposte di lettura o visione. <strong>Amo Dumas e Perez Reverte, Gischler e Carlotto, Frank Miller e Alan Moore, ma anche Rodriguez, Peckinpah, Leone e Zakk Snyder. Sergio Altieri e Markus Nispel, Warren Ellis e Garth Ennis. George RR Martin e Tiziano Sclavi</strong>. E vogliamo parlare di <strong>Sons of Anarchy</strong>? La  nuova serie ideata e co-prodotta da Kurt Sutter (quello di The Shield) dedicata ai bikers fuorilegge?</em></p>
<p><em>Credo che Sugarpulp sia nato proprio da questo tipo di spinta. Volevamo prendere un immaginario, quello di una certa estetica letteraria americana, e trapiantarlo in Veneto. Lo abbiamo fatto. Ma poi, un po’ alla volta, abbiamo capito che non bastava più, che volevamo di più, che le suggestioni arrivavano non solo dalla letteratura ma anche da tutto il resto. Perciò, personalmente, <strong>volevo prendermi questo piccolo spazio per parlare di tutto ciò che è genere, inteso come miscela di gusti, come arcobaleno di aromi</strong>: da qui l’idea di una narrativa pulp proprio nel senso che non possa essere confinata negli steccati.</em></p>
<p><strong><em>Altrimenti, ragazzi, che palle!</em></strong></p>
<p><em>Per questo motivo ho deciso di inaugurare questo spazio con un’intervista a un grande sceneggiatore italiano di fumetti. <strong>Pasquale Ruju</strong>, infatti, ha firmato negli ultimi quindici anni alcune delle storie più belle di <strong>Dylan Dog, Nathan Never, Tex</strong>. Ha vinto l’oscar del fumetto per la sceneggiatura nel 2004 e nel 2010 è stato – giusto per dire – lo sceneggiatore di fumetti Bonelli più pubblicato con qualcosa come oltre 1600 pagine pubblicate (sono numeri impressionanti) e quattro serie all’attivo. Non pago, Pasquale ha creato i personaggi di Demian e Cassidy tratteggiando due mondi imbevuti di noir: quello di Demian che respira nella Marsiglia, figlia di Jean Claude Izzo, annegata dal pastis, dagli odori dei fumosi bistrot, dalle atmosfere melo del Porto Vecchio e più in generale del polar francese; quello di Cassidy tutto Stati del Sud, James Lee Burke e Harry Crews, con un occhio al Peckinpah di The Getaway e al voodoo blues di Willy De Ville e Dr. John. <strong>Insomma un Autore con la A maiuscola, un innovatore per molti aspetti, capace di consacrare – anche a livello commerciale – il formato miniserie in Italia, che aveva peraltro conosciuto già un ottimo riscontro con gli albi di Brad Barron scritti da Tito Faraci</strong>. Perciò senza dilungarmi ulteriormente, vi lascio all’intervista, non prima di aver ricordato che Pasquale Ruju è anche doppiatore e attore, come a dire che poi nella contaminazione non siamo solo noi di Sugarpulp a crederci, anzi.</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Matteo Strukul</em></p>
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		<title>Così si muore a God&#8217;s Pocket</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Aug 2011 07:07:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Morera</dc:creator>
				<category><![CDATA[Critica]]></category>
		<category><![CDATA[SugarBooks]]></category>
		<category><![CDATA[noir]]></category>
		<category><![CDATA[Philadelphia]]></category>
		<category><![CDATA[sugarpulp]]></category>

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		<description><![CDATA[<table cellpadding='10'><tr><td valign='top' align='left'><p>Categories: <a href="http://sugarpulp.it/category/critica" title="View all posts in Critica" rel="category tag">Critica</a>, <a href="http://sugarpulp.it/category/sugarbooks" title="View all posts in SugarBooks" rel="category tag">SugarBooks</a></p><p>Tags: <a href="http://sugarpulp.it/tag/noir" rel="tag">noir</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/philadelphia" rel="tag">Philadelphia</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/sugarpulp" rel="tag">sugarpulp</a></p>Per quanto riguarda la parte thriller o criminale del racconto, non aspettatevi qualcosa di classico come una linea o anche una sottotraccia unica da seguire, perché l’evento della morte del giovane non sarà altro che la deflagrazione che si diramerà in ogni direzione, facendo esplodere la struttura stessa del noir, perché di noir in questo romanzo c’è soltanto una cosa, ed è l’esistenza degli esseri umani e il loro animo! <a href="http://sugarpulp.it/critica/cosi-si-muore-a-gods-pocket">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><table width='100%'><tr><td align=right><p><b>(<a href='http://sugarpulp.it/critica/cosi-si-muore-a-gods-pocket' title='Così si muore a God's Pocket'>Read more...</a>)</b></p></td></tr></table></td></tr></table>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright" src="http://img3.webster.it/BIT/625/9788806176259g.jpg" alt="" width="200" height="315" />Autore di un paio di capolavori assoluti quali <a href="http://www.webster.it/libri-affare_famiglia_dexter_pete_einaudi-9788806175290.htm?a=312017">“Un Affare di famiglia &#8211; (The Paperboy)”</a> e <a href="http://www.webster.it/libri-cuore_nero_paris_trout_dexter-9788806175283.htm?a=312017">“Il Cuore nero di Paris Trout”</a>, è stato da poco pubblicato uno dei primi romanzi di Pete Dexter, <a href="http://www.webster.it/libri-cosi_si_muore_god_pocket-9788806176259.htm?a=312017">“Così si muore a God’s Pocket”</a>: <strong>un romanzo ambientato in uno dei quartieri più poveri e malfamati di Filadelfia, dove un giorno in un cantiere muore un giovane apprendista manovale, Leon Hubbard.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Leon era conosciutissimo nel quartiere, come tutti d’altronde, come era conosciuta la sua mania di utilizzare sempre il rasoio per qualsiasi cosa, dal tagliarsi le unghie al minacciare le persone. Si, perché Leon era una testa calda, come ben sapeva anche il compagno di sua madre, Mickey, un uomo che lavorando con le forniture di carne per i ristoranti ha inevitabilmente dei contatti con la mafia. <strong>Ma Leon, secondo i colleghi di lavoro e anche secondo la polizia, è morto per un incidente, quindi la mafia non c’entra nulla.</strong> Solo sua madre non si vuole rassegnare a una morte accidentale.</p>
<p style="text-align: justify;">Pete Dexter, anche attraverso l’ausilio della figura del cronista old school Shellburn, ostile a tutto quel che sa di ‘new journalism’, arricchisce ancor più il romanzo riesumando, mostrandoli al lettore, i propri fantasmi personali, esorcizzandoli attraverso la parola scritta, come capita sempre nelle sue opere. <strong>Ovviamente God’s Pocket non è un quartiere come tutti gli altri, è un quartiere unico, una specie di comunità chiusa, dove tutti sono una grande famiglia</strong>, così lo descrive Dexter, avendo però la capacità di trasformare qualcosa di tipico, di unico in <strong>una metafora universale di ogni quartiere, città o paese in cui ogni lettore possa vivere</strong>, una capacità che appartiene solamente ai grandi romanzieri che hanno fatto la Storia della letteratura.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto riguarda la parte thriller o criminale del racconto, non aspettatevi qualcosa di classico come una linea o anche una sottotraccia unica da seguire, perché l’evento della morte del giovane non sarà altro che la deflagrazione che si diramerà in ogni direzione, <strong>facendo esplodere la struttura stessa del noir, perché di noir in questo romanzo c’è soltanto una cosa, ed è l’esistenza degli esseri umani e il loro animo!</strong></p>
<ul>
<ul>
<li>Titolo: <a href="http://www.webster.it/libri-cosi_si_muore_god_pocket-9788806176259.htm?a=312017">Così si muore a God&#8217;s Pocket</a></li>
<li>Autore: <a href="http://www.webster.it/vai_libri-author_Dexter+Pete-shelf_BIT-Dexter+Pete-p_1.html?a=312017">Pete Dexter</a></li>
<li>Numero di pagine: 354</li>
<li>Editore: Einaudi Stile Libero Big</li>
<li>Prezzo: Euro 18.00</li>
<li><a href="http://www.webster.it/libri-cosi_si_muore_god_pocket-9788806176259.htm?a=312017">Acquista il libro su Webster.it</a></li>
</ul>
</ul>
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		<title>Crema e pelo, agosto 1989</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Aug 2011 07:07:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mattia Maragno</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<table cellpadding='10'><tr><td valign='top' align='left'><p>Categories: <a href="http://sugarpulp.it/category/sugartales" title="View all posts in SugarTales" rel="category tag">SugarTales</a></p><p>Tags: <a href="http://sugarpulp.it/tag/camporella" rel="tag">camporella</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/colpo-grosso" rel="tag">colpo grosso</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/noir" rel="tag">noir</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/pionca" rel="tag">pionca</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/pulp" rel="tag">pulp</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/veneto" rel="tag">veneto</a></p>Provavo un formicolio alla mano destra, così allentai la presa sulla pistola, che avevo estratto senza rendermene conto, come un bullo da niente. <a href="http://sugarpulp.it/sugartales/crema-e-pelo-agosto-1989">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><table width='100%'><tr><td align=right><p><b>(<a href='http://sugarpulp.it/sugartales/crema-e-pelo-agosto-1989' title='Crema e pelo, agosto 1989'>Read more...</a>)</b></p></td></tr></table></td></tr></table>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tracklist consigliata:</p>
<ul>
<li><em>From her to eternity &#8211; Nick Cave and The Bad Seeds</em></li>
<li><em>Adrenalin – Bauhaus</em></li>
<li><em>Lagartija Nick – Bauhaus</em></li>
<li><em>All Hell Break Loose – The Misfits</em></li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">Spatatran tran tran ta ta tran tran tran.<br />
Sollevai di scatto la testa dal cespuglietto assassino della Betta e la guardài in faccia. Quella serrò la bocca, dilatò le narici e sbarrò gli occhi.<br />
- Cos&#8217;è stato? &#8211; sussurrai.<br />
- Non so, veniva dal capannone &#8211; disse soffiando le parole.<br />
- Alle due di notte? Ma chi&#8230; Dai rimettiti le mutande.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Scrutai il paesaggio in direzione del rumore. Eravamo infrattati in aperta campagna lungo la riva d&#8217;un fosso, e ad un centinaio di passi si ergeva un capannone, un monolite argenteo piovuto dal cielo, incastonato nella terra mezzo secolo fa.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Selgàri e upi solleticavano i fianchi della struttura, proiettando ombre volatili nella brezza estiva. La vegetazione lungo il Cognaro sfumava scura al cielo, spezzando la vista a nord: a sinistra la gora, a destra terra irsuta e selvatica, tronchi e una fila di baracche scalcinate costruite con vecchie impalcature da cantiere. E il capannone su tutto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nessun movimento, zero.</strong> Potevo vedere il retro dell&#8217;edificio, e parzialmente il viale sterrato che ci girava intorno. Il frastuono era giunto sicuramente dall&#8217;altro lato, da un portone di ferro che si apriva scorrendo su binari. La Betta si era rivestita, io infilai brache e camicia, la baciai e restammo con la pancia a terra per alcuni minuti, a spiar le falene. <strong>Appoggiai una guancia sull&#8217;erba come un indiano, nella speranza di sentire dei passi. La Betta mi guardò come si guarda un imbecille, e mi accarezzò la testa, il che mi fece pensare a come siano morbidi i nostri desideri ad un passo dalla morte.</strong> Non che ora stessimo rischiando la vita, ma ogni istante ci trova impreparati e soli e&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Urla soffocate invasero l&#8217;aria, indebolite dalle mura del capannone, ma chiare e limpide come badilate in faccia. Una vena iniziò a pulsarmi sul lato sinistro della testa, e mi sentii sveglio e pronto per la maratona del Santo. Mi voltai verso la Betta: <strong>lucido terrore</strong>. Poi uno strepito simile al primo attraversò lo spazio. Qualcuno aveva richiuso il portone. Fissammo la notte, immobili come due cani della prateria, le orecchie tese nella luce lattea della luna piena. Nell&#8217;oscurità, una figura voluminosa si mosse, la vedemmo attraversare il viottolo davanti all&#8217;edificio e scomparire dietro la prima baracca.</p>
<p style="text-align: justify;">- Dài Betta, andiamo a vedere.<br />
- Va bene, hai il coltello?<br />
- No, ma qualcosa troviamo &#8211; dissi raccogliendo un bastone marcio da terra.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ci incamminammo sull&#8217;erba fresca, e poi tra arbusti graffianti. Pareva giorno sotto la luna impietosa, il che mi andava bene finché si trattava di cercare le tette della Betta, ma adesso era come stare nudi sotto un faro.</strong> Raggiungemmo la prima baracca in lamiera, serrai i pugni e misi fuori il naso per dare un&#8217;occhiata. Nessuno. <strong>Uscimmo allo scoperto, lo squallore degli oggetti abbandonati era romantico, da Russia post-bellica, assi e blocchi di cemento, un frigorifero, un erpice, una sega circolare, teli di plastica sfatti, la carcassa di un trattore arrugginito.</strong> Speravo di non incontrare nessuno, nessuno di vivo. Le urla che ci avevano fatto gelare, le vedevo spuntare da ogni dove. La Betta aveva raccolto da terra un manicotto di ferro, roba da idraulici, io nulla. Avanzammo lungo il muro del capannone, fuggendo veloci da un&#8217;isola d&#8217;ombra all&#8217;altra, girammo l&#8217;angolo per finire nello spiazzo di cemento antistante il monolite: la porta di metallo non era scivolata del tutto sui binari e s&#8217;intravedeva l&#8217;interno. <strong>Qual è quella cosa che più grande è, meno si vede?</strong> Appunto, la Betta mi passò dei fiammiferi, che usava per bruciarsi i peli delle braccia, che ragazza originale. Ne accesi uno ed infilai la mano nella fenditura tra la porta e il muro, respirai zolfo, socchiusi gli occhi per distinguere qualcosa all&#8217;interno. Esplorai quanto potevo fino a bruciarmi i polpastrelli, lasciai cadere il fiammifero e feci per accenderne un altro. Una luce arancione divampò ai miei piedi, dietro il portone. Un urlo bruciante mi scaraventò indietro, calpestai la Betta: dietro la porta metallica <strong>una donna si contorceva cercando di spegnere l&#8217;incendio che aveva in cima alla testa, sbatteva sulla porta, nuda e coperta di sangue dalla gola al ventre</strong>. Spalancammo il portone facendo un gran bordello, la donna cadde a terra dimenandosi, delle fiamme rimaneva solo l&#8217;odore penetrante. Avevamo fatto un gran casino, era impossibile che nessuno ci avesse sentiti. Mi inginocchiai vicino al corpo che perdeva sangue nero sul cemento candido. La Betta era in piedi e non sembrava in sé, io non mi sentivo bene, l&#8217;adrenalina teneva insieme i pezzi.</p>
<p style="text-align: justify;">- Come ti chiami.. ehi, mi senti? &#8211; Le toccai una guancia. La donna non dimostrava più di trent&#8217;anni, aveva gli occhi sbarrati, le usciva sangue da un lato della bocca, stava soffocando con calma, non si muoveva.<br />
Tossì schizzandomi tutta la camicia e il mento, e sussurrò qualcosa.<br />
<strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>- Crema&#8230; crr&#8230; crema e pelo.</strong><br />
Tossì ancora, la vidi tremare, e morire.<br />
- E&#8217;&#8230; è? &#8211; balbettò la Betta.<br />
- Sì, sì. E ora? &#8211; ero confuso.<br />
- La lasciamo qui e filiamo, che chi l&#8217;ha ammazzata adesso torna per noi<br />
- Dai andiamo, presto – intimai.<br />
<strong>- Cosa vuol dire crema e pelo?</strong><br />
<strong> &#8211; Non lo so cazzo, non lo so, andiamo.</strong><br />
Lanciai un ultimo sguardo al corpo nudo della ragazza: era magra, quasi senza seno, e del tutto glabra, adesso era anche pelata. Notai qualcosa che mi era sfuggito.</p>
<p style="text-align: justify;">- Aspetta un attimo, Betta &#8211; Tornai sui miei passi, mi chinai e aprii la mano sinistra del cadavere. Teneva stretto nel pugno un foglietto di carta stropicciato e lercio. Lo misi in tasca senza leggerlo, mi rimisi in piedi e incrociai gli occhi della Betta: corremmo a perdifiato fino alla macchina, e continuammo a correre a centoventi all&#8217;ora a fari spenti fino alla tangenziale che ci portava a casa.<strong> Camporella never more, mi dissi.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mi svegliai in preda a visioni nere, c&#8217;era odore di gallina bruciata e la Betta che crollava ai miei piedi e si scioglieva come sciroppo di fragola incollandomi al pavimento e non potevo scappare da un figuro peloso come un orso con un preservativo in testa, il quale voleva tagliarmi le palle con un rasoio non proprio affilato. Il sole filtrava dalle persiane colpendo uno specchio sul fondo della stanza buia. Potevo vedere i miei occhi brillare sinistri nell&#8217;affanno della confusione. <strong>Era morta una tizia. Era morta davvero?</strong> Avevo portato a casa la Betta ed ero fuggito, avevo la camicia ancora addosso, incollata, incrostata. Era morta. Stavo sudando. Va bene, facciamo ordine. Presi la decisione più ovvia, ci avrei ficcato il naso, non sono mica nuovo a robe del genere, e neanche il mio amico Berto. Lo chiamai stando sul generico, e quello corse da me, sul fuoco bolliva la moka, gli versai il caffè in una tazza grande, come gli piaceva.</p>
<p style="text-align: justify;">- Senti Anus, sei pronto a sentire una brutta storia?<br />
- Dimmi tutto Bimbo, ti sei svegliato storto per caso?<br />
- Forse&#8230; Ti racconto così capisci.</p>
<p style="text-align: justify;">Berto, alias Anus, aveva occhi scuri penetranti, e uno strano riflesso argenteo intorno all&#8217;iride destra, alto, dita corte, spalle larghe, testa rasata e più orecchie del dovuto. Era un tipo sveglio, venticinque anni, come me, faceva il meccanico.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli passai il bigliettino che avevo trovato sul cadavere, lo prese tra le mani, lo lesse corrugando la fronte, alzò lo sguardo fissandomi negli occhi: allora mi lesse l&#8217;anima ma non ci trovò niente, e recitò: &#8220;Crema e pelo / l&#8217;ombelico devi rasare / se il tesoro vuoi intascare.&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">- E&#8217; un cazzo di scherzo, Bimbo?<br />
- Ieri notte ero imboscato con la Betta, dalle parti del Cognaro, hai presente&#8230;<br />
- Si certo, da qui saranno venti chilometri, e quindi?<br />
- Bravo, allora ero lì con la Betta, affari nostri, quando sento delle urla, ma cattive, andiamo a vedere dietro il capannone da dov&#8217;eran venute, e c&#8217;era sta tizia nuda, coperta di sangue con la gola tagliata, le ho dato fuoco alla testa per sbaglio, mi è morta in braccio. Anus, hai uno sguardo da maniaco mi fai paura.<br />
- Scusa &#8211; disse lui riprendendo un&#8217;espressione umana &#8211; Ma porca puttana sei serio? Ti ha dato lei il biglietto?<br />
- Il biglietto non me l&#8217;ha dato, gliel&#8217;ho trovato in mano, era morta. Io voglio vederci chiaro, ma non voglio polizia, carabinieri, un cazzo di nessuno tra le palle. Solo tu e io.<br />
- E la Betta?<br />
- La Betta starà bene, se la tiene per lei questa storia, non vuole guai.<br />
- Va bene, da dove iniziamo?<br />
<strong>- Cominciamo col capire chi abita lì, in ogni caso te lo dico subito, secondo me finiamo nella merda.</strong><br />
<strong> &#8211; Ci siamo abituati.</strong><br />
- Certo&#8230;Ah, dimenticavo un dettaglio, la tipa era tutta depilata, te lo dico per via del biglietto, per il pelo, il rasare e tutto il resto. <strong>Sei pregato di non farti una sega su sta cosa, un po&#8217; di rispetto.</strong><br />
Il caro Anus mi guardò di sbieco, tipo offeso, figurarsi. Uscendo di casa mi afferrò per un braccio.<br />
- Senti Bimbo, e se troviamo davvero il tesoro?<br />
- Lascia stare, ci pensiamo sul momento, prima abbiamo un ombelico da rasare, mi sembra.</p>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;erano 33 gradi, e un cielo biancastro. L&#8217;aria era allagata, l&#8217;umidità si avvicinava pericolosamente al grado alcolico della grappa di mio zio Nicodemo. Veneto in Agosto. Passai tutto il giorno a ciondolare tra campi di mais e filari di vigne, camminando lungo fossi azzurri di detersivo: non facevo che pensare alla donna, a chi fosse stata in vita, al folle che l&#8217;aveva scannata, tremai al pensiero di trovarmelo davanti quella notte. <strong>Ripensavo al rasoio del sogno, all&#8217;orso peloso.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Alle undici in punto i fari gialloni della ritmo di Berto comparvero nel mio vialetto. L&#8217;auto inchiodò sollevando una nube di polvere sulfurea, per fermarsi a due centimetri dalla statua di gesso raffigurante una fica greca con le tette di fuori, senza braccia. Gettammo sul sedile posteriore due sacchi a pelo e una torcia elettrica, e sotto il sedile nascosi la mia Beretta 70, quella col numero di serie grattato, e una scatola di munizioni. A Berto brillavano gli occhi, mi guardava in modo strano, doveva essersi fatto la sega. Ci passai sopra.</p>
<p style="text-align: justify;">- Fammi strada, Bimbo bello.<br />
- Vai verso Pionca intanto, poi ti dico.</p>
<p style="text-align: justify;">Schizzando ghiaia sul portone di casa, prendemmo la strada asfaltata, nuotando nella pianura zuppa, la luna su tutto, la strada una striscia chiara, illuminata dalle lampade ai vapori di sodio, quelle luci aranciate per la nebbia. Imboccammo l&#8217;ultima via, rallentando un poco ma non troppo, e passammo davanti al capannone che si intravedeva dalla strada, tra la vegetazione. Superato quello e le baracche, ecco una casa buia, i balconi serrati, nessuna macchina dietro il cancello, solo una stalla costituita da cinque archi regolari, coperti da teloni per nascondere l&#8217;interno. Fu facile buttare la Ritmo blu dietro una riva: intorno non c&#8217;era niente di abitato. Infilai la Beretta carica nelle brache, Berto prese la torcia, anche se non era certo il caso di usarla al momento. Senza fiatare raggiungemmo il luogo dove io e la Betta c&#8217;eravamo imboscati e strisciando girammo intorno al capannone. Sporsi la testa dietro l&#8217;angolo per avere una visuale sullo spiazzo di cemento, il sangue mi batteva sul collo in modo feroce. <strong>Provavo un formicolio alla mano destra, così allentai la presa sulla pistola, che avevo estratto senza rendermene conto, come un bullo da niente.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">- Bimbo, è qui la tizia? &#8211; sussurrò Berto.<br />
- Era qui dietro ieri sera, coraggio dai.</p>
<p style="text-align: justify;">Uscimmo allo scoperto: il portone era spalancato del tutto. Era una bocca nera alta cinque metri e larga almeno dieci, una voragine scura al cui interno potevo distinguere l&#8217;enorme sagoma di una mietitrebbia e un trattore giù in fondo. Le pareti si perdevano nell&#8217;oscurità. Erano cariche di attrezzi, mensole colme di barattoli d&#8217;olio e stracci neri di grasso, taniche di nafta e pesticidi. Ma del cadavere nemmeno l&#8217;ombra, nemmeno una goccia di sangue era rimasta sul cemento.</p>
<p style="text-align: justify;">Udimmo la ghiaia scricchiolare sotto le scarpe di qualcuno, poco lontano. Spalancai gli occhi, Anus sparì lesto dietro la ruota della mietitrebbia, e io lo seguii.</p>
<p style="text-align: justify;">Una figura entrò nel capannone, immergendosi nell&#8217;oscurità. Si fermò come ad ascoltare il silenzio, buttai lo sguardo in una scanalatura della grossa gomma e fissai il volto dell&#8217;uomo nella poca luce. Era piccoletto, dall&#8217;età indefinibile, tarchiato, in jeans e maglietta, con grosse scarpe. Sulla testa portava un cappello di tela da pescatore, a righe. Guardài Berto, l&#8217;adrenalina gli faceva fumare le orecchie, ci capimmo al volo, saltai fuori urlando brandendo la Beretta, Berto con un tubo di ferro in mano intimò all&#8217;uomo di stare fermo e alzare le mani, quello indietreggiò e cadde sulle chiappe, sbatteva gli occhi in modo incontrollato.</p>
<p style="text-align: justify;">- Oh! Oh! Chi siete? Fermi, fermi! &#8211; balbettava.<br />
- Vedi di non stringere neanche il buco del culo &#8211; urlò Berto.<br />
- Chi sei? Che fine ha fatto la ragazza? &#8211; Gli puntai la pistola in faccia, mentre Berto lo teneva per il collo.<br />
- Ehi, ehi calmatevi, sono suo fratello, suo fratello Nicolai.<br />
- Cosa ci fai qui?<br />
- Cosa ci fate voi! Chi cazzo siete? &#8211; chiese terrorizzato.<br />
- Siamo persone informate, affari nostri.<br />
- Okay adesso calmiamoci tutti, calmi! Metti giù la pistola, e tu lasciami andare &#8211; disse a Berto che non mollava la presa.<br />
- Berto, mollalo. E tu ciccio non muoverti, ci hai fatto prendere un cazzo di spavento.<br />
- Io vi ho spaventati? Fanculo, sono quasi morto di paura. Il pezzo di merda che abita qui ha ammazzato mia sorella Irina, e&#8230; beh c&#8217;è una cosa che lei sapeva, che mi aveva lasciato detto.<br />
- Ah si? E sarebbe? &#8211; Lo guardài al buio cercando di leggergli in viso.<br />
- Lei lavorava in casa, faceva la badante, o la puttana non so. Mi ha parlato di un tesoro, di una montagna di soldi nascosti qui sotto. E&#8217; per questo che l&#8217;hanno ammazzata.<br />
- E tu sai dove sono sti soldi?<br />
- Si, però dovete fare silenzio, vi ci porto io ma state zitti.</p>
<p style="text-align: justify;">Nicolai avanzò con passi sicuri nel buio, scavalcando un aratro, dirigendosi verso il fondo del capannone, dove non si vedeva più nulla, si fermò in un punto preciso e bussò con il piede sul pavimento, che suonò vuoto. Berto accese la torcia. Una botola quadrata di legno verde e scrostato, se ne stava lì tutta ammiccante, con un grosso lucchetto a bloccarla. Trovai una barra d&#8217;acciaio abbastanza robusta da usare come piede di porco, e iniziai a fare leva sul chiavistello per scardinarlo, Berto era chinato con me sulla botola per illuminare l&#8217;operazione. Ma un rumore proveniente dall&#8217;ingresso ci bloccò all&#8217;istante. Nicolai era con noi e ci guardava lavorare, in silenzio. Sbarrò gli occhi e ci fece segno di sparire. Io e Berto ci buttammo sulla destra, lui sulla sinistra, dietro il trattore. Una sagoma si profilò immobile, controluce, respirando di un rantolo basso e greve. <strong>Pareva un cinghiale in tuta da lavoro e stivali, capelli lunghi appiccicati alla testa.</strong> Gli occhietti minuscoli brillarono nel buio, emise un grugnito, sputò catarro. E partì alla carica. Prima che potessimo fare un passo, Nicolai uscì dall&#8217;ombra, urlando e agitando le braccia.</p>
<p style="text-align: justify;">- Aronne attacca! Ammazza sti due bastardi! Ammazzali!</p>
<p style="text-align: justify;">Il bestione mi scaraventò a terra, e la Beretta cadde con me perdendosi sul pavimento, Nicolai si lanciò sull&#8217;arma, ma Berto gli sferrò un calcio in faccia proprio mentre il furbo si chinava, mettendolo a terra, la pistola finì sotto la mietitrebbia, nel buio. Intanto Aronne mi era rotolato sopra, Berto l&#8217;afferrò alle spalle, stringendo quel collo di bue con entrambe le mani, cercava di smuovere la massa lardosa da sopra il mio corpo. Mi beccai una testata unta, ma strisciai lontano, fuggendo dall&#8217;abbraccio sudato di quell&#8217;orso in tuta, mentre Berto ingaggiava una lotta furiosa. Spinta da qualche gomito la torcia prese a roteare, illuminando la scena come una luce strobo, e vidi per un attimo la Beretta nell&#8217;oscurità, scivolai sotto la mietitrebbia e l&#8217;afferrai per la canna. Rotolai fuori velocemente, appena in tempo per vedere Berto sfuggire ad un attacco a testa bassa dello zotico. <strong>Sparai colpendo l&#8217;animale all&#8217;altezza delle reni, quello si voltò, sparai tre volte facendogli esplodere le faccia.</strong> Crollò sul pavimento proprio sopra la testa di Nicolai, ci fu un rumore orribile come di uova sbriciolate. Berto ansimava con la faccia coperta di tagli e si tastava il torace dove era stato colpito da Aronne. Io nel complesso stavo bene, vedevo tutto molto sfocato, attraverso il sangue.</p>
<p style="text-align: justify;">- Ehi Bimbo, l&#8217;avevi detto che finiva in merda no?<br />
- L&#8217;avevo detto, Anus.<br />
- Vogliamo trovare sti soldi?</p>
<p style="text-align: justify;">Ci dedicammo alla botola. Il chiavistello saltò dopo qualche sforzo, rivelando un pozzetto nel cemento, vuoto.</p>
<p style="text-align: justify;">- Maledizione, ci ha fregati &#8211; dissi esasperato.<br />
- Aspetta un attimo, cosa diceva il biglietto?<br />
- Ombelico! Rasare un ombelico!<br />
- Io non raso un cazzo di ombelico, ti avverto che t&#8217;arrangi &#8211; Berto mi fissò deciso.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci avvicinammo al cadavere grasso e peloso di Aronne che giaceva a terra riverso nel suo fetore. Lo voltammo sulla schiena facendo forza in due, Nicolai pareva morto sotto suo fratello, o quel che era. Berto respirava male, così mi arrangiai. Aprii la tuta che conteneva l&#8217;orso, abbassai la cerniera e gli sollevai la canotta lurida fin sulle mammellone. Sulla medusa spiaggiata flaccida e pelosa che era la panza di Aronne, spiccava un&#8217;area circolare depilata di fresco intorno all&#8217;ombelico, e un tatuaggio che l&#8217;aggirava a spirale, diceva: &#8220;Sei da destra, tre dal fondo, chi lo trova, si diverte un mondo!&#8221; Era piuttosto smagliato, ma ancora leggibile. Collegai i pezzi: la badante doveva aver fiutato la faccenda, ed era riuscita a svelare il tatuaggio rasando la panza dell&#8217;orso, ma quello non l&#8217;aveva presa bene e lei era stata punita in modo brutale. Berto mi guardava con gli occhi socchiusi, rifletteva sulle parole, io c&#8217;ero arrivato, mi pareva.</p>
<p style="text-align: justify;">- Seguimi, Anus.<br />
- Non c&#8217;ho capito niente.<br />
- Vieni muoviti dài.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi recai all&#8217;ingresso del capannone, contai tre mattoni dal basso e sei da destra. Feci toc- toc, e il mattone si smosse. Venne via senza protestare e dietro, impacchettate in ordine alfabetico, spuntavano mazzette da centomila: il muro doveva esserne imbottito. Berto mi guardò, alzando le sopracciglia e indicando le mazzette. &#8211; <strong>E adesso Bimbo, possiamo pensare che farcene?</strong></p>
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		<title>Fuego</title>
		<link>http://sugarpulp.it/critica/fuego</link>
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		<pubDate>Tue, 19 Jul 2011 11:49:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Strukul</dc:creator>
				<category><![CDATA[Critica]]></category>
		<category><![CDATA[SugarBooks]]></category>
		<category><![CDATA[bologna]]></category>
		<category><![CDATA[noir]]></category>
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		<category><![CDATA[sudamerica]]></category>

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		<description><![CDATA[<table cellpadding='10'><tr><td valign='top' align='left'><p>Categories: <a href="http://sugarpulp.it/category/critica" title="View all posts in Critica" rel="category tag">Critica</a>, <a href="http://sugarpulp.it/category/sugarbooks" title="View all posts in SugarBooks" rel="category tag">SugarBooks</a></p><p>Tags: <a href="http://sugarpulp.it/tag/bologna" rel="tag">bologna</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/noir" rel="tag">noir</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/salsa" rel="tag">salsa</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/sudamerica" rel="tag">sudamerica</a></p>Una rentreé in grande stile, diciamolo subito. Anzitutto perché il personaggio di una delle autrici di Thriller più forti che ci sono in Italia, è lontano da qualsiasi possibile classificazione e clichè e questo, in un panorama editoriale spesso avaro di news ed esperimenti come il nostro, già di per sè è un merito non da poco.  <a href="http://sugarpulp.it/critica/fuego">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><table width='100%'><tr><td align=right><p><b>(<a href='http://sugarpulp.it/critica/fuego' title='Fuego'>Read more...</a>)</b></p></td></tr></table></td></tr></table>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><img class="alignright" src="http://img3.webster.it/BIT/223/9788861922235g.jpg" alt="" width="200" height="304" />Torna Marilù Oliva e con lei Elisa Guerra, aka La Guerrera.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Una rentreé in grande stile, diciamolo subito. Anzitutto perché <strong>il personaggio di una delle autrici di Thriller più forti che ci sono in Italia, è lontano da qualsiasi possibile classificazione e clichè e questo</strong>, in un panorama editoriale spesso avaro di news ed esperimenti come il nostro, già di per sè è un merito non da poco.<strong> E poi perché Marilù Oliva ha il dono di unire in un unico gioiello molteplici fermagli di diamanti.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Come altrimenti definire quella sua scrittura ricca, policroma, tersa, ma anche rapace, in grado di ghermire i cuori ove necessario? E che dire delle caratterizzazioni dei personaggi, sempre efficaci e profondamente differenziate, o dell’intelligenza nell’uso dei meccanismi narrativi?</p>
<p style="text-align: justify;">Certo scopriamo l’acqua calda a ribadirlo, se è vero che l’autrice bolognese ha collezionato un premio Azzeccagarbugli (per “Repetita”) e una finale nella cinquina allo Scerbanenco (“Tu la pagaras”) passando fra l’altro per il Premio Camaiore. Così, tanto per mettere le cose in chiaro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Eppure bisognerà pur dire che prima di una trama a orologeria, di un intreccio che fa faville, di un’atmosfera magistralmente dipinta grazie a riferimenti esotici, colti, brillanti che infittiscono in una rete scintillante; ebbene prima di tutto questo Marilù ha una scrittura ipnotica e adeguatamente affascinante.</strong> Se non ci credete, leggete il romanzo, senza contare che dalla fascetta di copertina è proprio Valerio Evangelisti a sottolinearlo. In fin dei conti non dovrebbe essere questo il primo punto che interessa ad un lettore e che troppe volte in un autore viene considerato uno fra i tanti accidentalia?</p>
<p style="text-align: justify;">E ancora: vogliamo parlare del fatto che qui, in questo romanzo, Marilù Oliva fa muovere in modo credibile, attento, preciso almeno una trentina di personaggi mantenendo ben salde le redini della storia? Senza una sbavatura, senza un cedimento, una pausa?<br />
Già, la storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco dunque una Bologna imbevuta di umidità e fiamme, infuocata, come si conviene ad un titolo come “Fuego”, se è vero che c’è un piromane in giro che va ad appiccare incendi; ecco tornare in campo gli scalcinati locali di salsa della provincia con dj tanto vanesi quanto avventurieri con nomi come <strong>El Tigron</strong> o <strong>El Pony</strong>. E ancora: <strong>Princesa</strong>, la splendida venezuelana che ha irretito i cuori di metà del cast; <strong>Catalina</strong>, la deliziosa cartomante amica della protagonista dagli occhi di zaffiro; <strong>la dottoressa Buldini</strong>, anatomopatologa tanto ineccepibile quanto pasticciona; <strong>Mussito</strong>, agente a caccia di cuori da vincere, l’ispettore Basilica, sempre discreto ma dall’animo appassionato e poi lei: la Guerrera.</p>
<p style="text-align: justify;">Divisa fra un lavoro part time come pony express per le pizze e il sogno di sfondare nel mondo del giornalismo, Elisa Guerra non rinuncia ad indugiare nei vizi – rum e un’alimentazione per nulla equilibrata – né, ovviamente, ad approfondire la danza-combattimento della capoeira.</p>
<p style="text-align: justify;">Aspirante criminologa, viene coinvolta nelle indagini dall’ispettore Basilica per risolvere omicidi rituali con corpi carbonizzati e teste di piccione che rimandano all’elemento del fuoco e ai suoi mille significati ancestrali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Anche questa volta Marilù Oliva conduce il lettore in modo intelligente in un’indagine dalle mille facce: gli aspetti antropologici, quelli legati alle umane miserie, le invidie e i tradimenti, i significati arcani e gli immancabili riferimenti danteschi.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un ritorno splendido e gradito, dunque, che ci riporta, fedele, il caleidoscopico mondo latino americano del precedente “Tu la pagaras” di cui “Fuego” è naturalmente il sequel, ma vorremmo dire di più: Marilù Oliva è proprio per questo l’autrice più interessante, coraggiosa e personale della sua generazione, ecco l’ho detto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perché la fluidità di scrittura, i colpi di scena, il ritmo si fondono in un’unica visione, un vero e proprio mondo cui, ancora una volta, il lettore si sente avvinto.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Francamente, non mi pare affatto poco, anzi.</p>
<hr />
<ul>
<li>Titolo: <a href="http://www.webster.it/libri-fuego_oliva_marilu_elliot-9788861922235.htm?a=312017">Fuego</a></li>
<li>Autore: <a href="http://www.webster.it/libri-fuego_oliva_marilu_elliot-9788861922235.htm?a=312017">Marilù Oliva</a></li>
<li>Numero di pagine: 253</li>
<li>Editore: Eliott</li>
<li>Prezzo: Euro 16.00</li>
<li><a href="http://www.webster.it/libri-fuego_oliva_marilu_elliot-9788861922235.htm?a=312017">Acquista  il libro su Webster.it</a></li>
<p><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong></ul>
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		<title>La luce del commissario Elio Gamba</title>
		<link>http://sugarpulp.it/sugartales/la-luce-del-commissario-elio-gamba</link>
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		<pubDate>Fri, 08 Jul 2011 13:30:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Vanin</dc:creator>
				<category><![CDATA[SugarTales]]></category>
		<category><![CDATA[carso]]></category>
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		<description><![CDATA[<table cellpadding='10'><tr><td valign='top' align='left'><p>Categories: <a href="http://sugarpulp.it/category/sugartales" title="View all posts in SugarTales" rel="category tag">SugarTales</a></p><p>Tags: <a href="http://sugarpulp.it/tag/carso" rel="tag">carso</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/deejay" rel="tag">deejay</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/friuli" rel="tag">friuli</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/noir" rel="tag">noir</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/pulp" rel="tag">pulp</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/sugarpulp" rel="tag">sugarpulp</a></p>Tracklist consigliata: DJ Tiesto &#8211; Adagio for strings Procol Harum &#8211; A whiter shade of pale Mathew Jonson &#8211; Symphony for the apocalypse “One pill makes you larger, and one pill makes you small And the ones that mother gives &#8230; <a href="http://sugarpulp.it/sugartales/la-luce-del-commissario-elio-gamba">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><table width='100%'><tr><td align=right><p><b>(<a href='http://sugarpulp.it/sugartales/la-luce-del-commissario-elio-gamba' title='La luce del commissario Elio Gamba'>Read more...</a>)</b></p></td></tr></table></td></tr></table>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tracklist consigliata:</p>
<ul>
<li> <em><a href="http://itunes.apple.com/it/album/suburban-train-ep/id300412216">DJ Tiesto &#8211; Adagio for strings</a></em></li>
<li><em> <a href="http://itunes.apple.com/it/album/a-whiter-shade-of-pale-live/id258109594?i=258109612">Procol Harum &#8211; A whiter shade of pale</a></em></li>
<li><em> <a href="http://itunes.apple.com/it/album/symphony-for-the-apocalypse/id403511925">Mathew Jonson &#8211; Symphony for the apocalypse</a></em></li>
</ul>
<hr />
<p style="text-align: right;"><em>“One pill makes you larger, and one pill makes you small</em><br />
<em> And the ones that mother gives you, don&#8217;t do anything at all.”<br />
“Una pillola ti rende più grande, una ti rende più piccolo<br />
E quelle che ti ha dato tua madre non fanno proprio nulla.”</em><br />
(Da “White rabbit”, Jefferson Airplane, 1967)</p>
<p style="text-align: right;"><em>Drug kills slowly</em><br />
<em> But we aren’t in hurry<br />
La droga uccide lentamente<br />
Ma noi non abbiamo fretta<br />
</em>(Letto su una maglietta, novembre 2006)</p>
<p style="text-align: center;"><strong>ANDATA</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ora</em><br />
Erano i figli di un mondo nuovo, tutti lì, avvolti dai colori di un arcobaleno acido, fasciati di pelle e cuoio, appiccicosi di gel, lacche e sudore, perforati da chiodi d’argento e tatuati coi simboli di una religione perduta, forse lontana dal nostro tempo, forse mai esistita.<br />
<strong>Erano i padri e le madri di un futuro molto prossimo, i figli di un nulla formato famiglia, messi al mondo in una landa desolata di fabbriche, nebbie e venti impietosi.</strong><br />
Erano tutti lì, in un luogo dove una volta alcuni dei loro padri e madri avevano lavorato a ticchettanti telai meccanici, ogni secondo desiderosi che quel giorno avesse termine e che la buia notte zittisse il demoniaco gorgheggio meccanico.<br />
Ma, ed è cosa risaputa, il tempo cambia le cose e spesso ci ficca un bel meno davanti e le cambia di segno. Ora i figli dei padri e madri vittime del frastuono meccanico, erano lì al solo scopo di adorarlo, per adorare il freddo e tribale grido delle macchine, generato da onde sinusoidali bypassate non da valvole bollenti ma da silicio e transistor di ghiaccio, amplificato da sarcofaghi di plastica con membrane in tensione continua, trasformato nella musica della moltitudine, nell’inno delirante di coloro i cui cuori battevano in sintonia col rullo fremente e continuo delle casse.<br />
Nel circo compatto e psichedelico che creava la folla in delirio solo due persone spiccavano ma solo una sarebbe stata visibile ai vostri occhi, se aveste avuto occhi in quel luogo.<br />
<strong>La prima era Dio.</strong> In un lucente sudario da festa muoveva le sue molte braccia sui mille generatori di suoni che lampeggiavano davanti a lui, svirgolando vinili, inserendo dischi compatti, ruotando manopole, alzando leve, premendo bottoni.<br />
<strong>La seconda era il Demonio. </strong>Confuso nel nulla in un angolo miracolosamente non intaccato dalle strobo fliccheranti o dai laser freddi, protetto da una provvidenziale nuvola di fumo, osservava il dionisiaco ruotare di corpi senza pensare a nulla.<br />
<strong>Per chi crede nei nomi dirò che il nome di Dio era Dj Zeus e il nome del secondo era Elio Gamba, anche se nessuno pronuncia più il suo nome senza anteporvi il titolo terreno di commissario.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Una settimana prima</em><br />
Perché il procuratore Italo Todeschi stesse piangendo nel suo ufficio molti avrebbero potuto capirlo. Sua figlia Marzia era scomparsa da quasi un anno, anzi, da un anno giusto il prossimo sedici febbraio, fra una settimana quindi. Ma certo, se questo era il motivo principale, ve n’erano innumerevoli altri.<br />
Il dolore per la perdita Marzia era simile a una masso pesante, scagliato dalla mano del caso in un pozzo oscuro che, nella sua corsa cieca, si avvolgeva a mille ragnatele grigie. Così, quando il dolore raggiungeva il suo culmine e toccava il fondo del cuore di Italo, era avvinto dal sudario di mille altre piccole tragedie.<br />
Mentre una bava di vento penetrava dal finestrone semiaperto e faceva garrire pigramente il tricolore sbiadito, voltando curioso le pagine dei quotidiani sparsi sulla scrivania, il procuratore sedeva affranto su una morbida poltrona signorile, versando lacrime per il paese per cui suo padre aveva dato la vita sui monti del Carso.<br />
Il commissario Elio Gamba era seduto di fronte a lui, all’altro lato del pesante tavolo di mogano. Fissava il padre della donna che aveva amato senza la forza di provare nulla. La sua anima era un batiscafo privo di controllo ormai affondato in una fossa profonda e la pressione claustrofobica che spingeva sulle pareti leggere minacciava di farlo implodere ad ogni istante.<br />
Il procuratore si asciugò le lacrime e fissò il commissario con l’orgoglio e la forza degli uomini giusti. Incrociò le mani strettamente, fino a rendersi le nocche esangui.<br />
“Scusami.” Sussurrò. “Ogni giorno è peggio. Tu puoi capirmi.”<br />
Elio mugugnò una specie d’assenso. Estrasse da un pacchetto stropicciato una sigaretta e se la ficcò in bocca. La accese e aspirò una lunga boccata.<strong> I divieti non valevano per lui.</strong><br />
Italo fissò il nuoro con aria desolata. No, Elio non capiva, Elio non c’era più, Elio era morto come Marzia. Ora, davanti a lui, c’era una spoglia senza memoria avvolta in un sudario marrone. Uno zombie risvegliato da un rito profano.<br />
“Senti Elio… non ti ho chiamato per farti vedere un vecchio che piange.”<br />
“No.” Rispose il commissario. La sua voce, pur bassa e violenta, proveniva da un luogo lontano.<br />
“Io rifiuto le tue dimissioni.” Dicendo questo prese la lettera che gli era stata recapitata un giorno prima e la strappò teatralmente, frustrato dal fatto di non produrre alcun risultato evidente su Elio.<br />
“Mi servi per una cosa.” Continuò. “Mi servi per ammazzare un bastardo.” Fissò ancora per un attimo il nuoro ma non vide il minimo accenno di un’emozione. Sospirò, distolse gli occhi e poi chiese: “Lo capisci, lo capisci cosa ti sto chiedendo?”<br />
Come per rispondere Elio estrasse la sua Beretta e la gettò sulla scrivania. Poi aprì una falda del suo trench e lasciò intravedere al suocero un luccichio metallico.<br />
<strong>Il gesto di Elio, per Italo valeva un discorso di mille parole.</strong> Mille parole orribili. Ma era un cenno d’assenso e questo gli bastava. Anche lui era cambiato dopo la scomparsa della figlia: aveva smesso le vesti sacre del giusto e aveva preferito alle armi d’ordinanza, cioè i codici della legge, le armi cattive. Elio Gamba era la sua pistola segreta.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>La pistola cattiva.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un sorriso spaccò la faccia del commissario in due, un tetro sorriso a mezzaluna. Italo notò che il commissario aveva perso un incisivo ma non osò chiedersi in quale modo. Forse perché stava letteralmente cadendo a pezzi.<br />
Il procuratore aprì un cassetto, ne estrasse una foto di grandi dimensioni e la gettò sulla scrivania, scoprendosi tremante anche in quel semplice gesto che voleva sembrare deciso. La foto ritraeva un individuo sui trent’anni, di bell’aspetto, abbronzato e dai capelli viola irti come spilli. Non sembrava una foto uscita da un archivio segnaletico ma piuttosto dal book di un modello.<br />
“Ti posso dire il suo nome e il suo cognome, ma so che a te non interesserebbe. Per trovarlo di basta conoscere il suo pseudomino. Il suo pseudonimo voglio dire.”<br />
Elio prese la foto e la guardò, poi la gettò di nuovo sul tavolo.<br />
Scannerizzata, archiviata, salva file con nome “bastardo”.<br />
“Si fa chiamare Dj Zeus. E’ uno dei più famosi Disk Jokey in Slovenia, ma lui non viene da là… viene più da est, dall’est più est che c’è in Europa. Il suo cognome finisce con ich, per intenderci.”<br />
Elio riprese in mano la foto quasi automaticamente e le chiese con espressione ingenua: “Ma cosa hai combinato signor Ich?”<br />
In un’altra occasione il gesto di Elio sarebbe potuto sembrare comico ma ad Italo fece venire i brividi. Pur di non rivolgersi direttamente a lui il commissario parlava con una fotografia. Assurdamente si chiese se Elio non avesse obliterato tutto ciò che riguardava Marzia, compreso il padre, lui stesso.<br />
“Leggi qui.” Disse Italo ad Elio porgendogli la pagina di un giornale. Altrettanto assurdamente evitò di chiedergli: “Sai ancora leggere, vero?”<br />
Un articolo cerchiato frettolosamente trattava dell’ennesimo caso di morte per abuso di stupefacenti in quei mesi. Elio Gamba probabilmente non ne era a conoscenza ma di articoli come quelli da gennaio ne erano apparsi circa venti, tutti riguardanti il Veneto. La procura aveva avuto il suo bel da fare a convincere i giornalisti che le cause delle morti non erano assolutamente legate. Che si trattava di una semplice casualità.<br />
Inutile dire che prima o poi qualcuno avrebbe mangiato la foglia, in fondo vivevano in uno stato dove la giustizia agiva prima sui giornali e sulle televisioni e poi nelle aule giudiziarie, uno stato in cui piuttosto di rivolgersi alle autorità si pensava bene di interpellare un grosso pupazzone rosso.<br />
“Gira un nuovo tipo di pasticche. Hanno un fulmine sopra… ed è il fulmine di Zeus.”<br />
Nello sguardo di Elio Gamba non si accese nessuna scintilla di comprensione ma Italo continuò.<br />
“Il fatto è che questa roba è terribile… Elio, fa rimpiangere le pasticche di una volta.”<br />
Ancora il vuoto opaco di uno sguardo da zombie negli occhi del commissario.<br />
<strong>“I ragazzi… i ragazzi che le hanno prese… i patologi hanno detto che il cuore gli è esploso nella cassa toracica. Le tagliano con una roba che estraggono dalle ghiandole dei maiali.”</strong><br />
“Colpo di fulmine.” Sussurrò Elio. Italo annuì.<br />
Poi successe qualcosa, Elio sembrò scuotersi, tremò e sgranò gli occhi. Sembrò la vittima di un torturatore che si riprende con gli strumenti del dolore ficcati nella carne.<br />
“Trieste.” Bofonchiò Elio. Ma era come un singhiozzo.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Cinque anni prima</em><br />
<strong>Certo ci sono cose che non si dimenticano, che si caricano ad ogni riavvio.</strong> Ci sono posti in cui le cose sono giuste e i fili che le nostre vite tendono si aggrovigliano strettamente in un gomitolo rosso fuoco. Ci sono istanti in cui i nostri passi smettono il loro vagare cieco e il sentiero della vita appare evidente e luminoso. Allora ci si dice: non poteva andare che così e ecco perché ho vissuto e anche ora sono felice, ora sono veramente felice.<br />
E c’è un ispettore che ha risolto un caso importante, una brutta storia di contrabbando di droga. E’ un uomo colto, bello e silenzioso… perché la giustizia tace sempre e non si vanta mai. Un uomo che sorride pensando a una cosa letta anni prima, libero dagli obblighi professionali.<br />
E la città attorno è una sola luce, quella dell’alba che incendia il golfo. Tutto è rosso e arancio e la vita comincia, comincia qui.<br />
Guardate.<br />
Vestita di quell’azzurro che hanno i cieli in montagna, quando l’aria è tersa e sembra che allungando una mano si possano toccare i ghiacciai, leggera come chi non proviene da questo mondo ma lo possiede, viva come la città che la avvolge.<br />
E a volte sono pensieri stupidi, ma Dio mio com’è bella e se adesso lo guardasse ne morirebbe e a volte i miracoli accadono e lei lo guarda. Il cappello di lui vola via, un cappello da ispettore un po’ pretenzioso, un po’ retorico, il cappello scivola, teso dallo stesso filo che muove quest’uomo e questa donna l’uno verso l’altro, in una città di questo mondo, e scivola, si tuffa nelle mani di lei come un gatto che ordina le sue coccole quotidiane.<br />
E poi l’uomo e la donna ridono.<br />
Ed è lo stesso momento in cui nel loro cuore comprendono di non essere più soli.<br />
Un caffè poco lontano dal centro. Un posto tranquillo, silenzioso, abitato da gesti gentili e profumi dolci e forti. Luci soffuse e sedie di legno.<br />
“Il nome originale di questa città era Trst.”<br />
“Mamma mia, ce la fa a dirlo di nuovo?”<br />
“Trst. Guardi che non è difficile. La erre in questo caso fa da vocale e sostiene la sillaba… ma mi scusi, così l’annoio.”<br />
“Difficile.”<br />
Lei sorride. Sensazionale come in lei tutto sembra familiare e straniero al tempo stesso. E’ come se sia stata dentro di lui per tutta la vita, ma si sia nascosta dietro una piega della sua anima o dietro una porta. Eppure… non è la sua voce che gli ha chiesto ad essere giusto? Non è per la bellezza di questa donna di nome Marzia che ha combattuto finora? Perché ciò che è bello dev’essere per forza giusto…e anche il contrario.<br />
Adesso, certo, il commissario non sa che il tempo è un armigero impazzito che brandendo una lancia arrugginita riesce a trasformare le cose nel loro esatto contrario.<br />
“Sa, lei non è uno che parla tanto.”<br />
“Sta nello stereotipo, non credi?”<br />
Lei ride e si copre la bocca con una mano. Lui non capisce il perché sulle prime, poi si rende conto della sua piccola gaffe. Ride a sua volta ma non chiede scusa: anzi la guarda e dentro i suoi occhi c’è qualcosa di grande che si muove. Forse un sogno, un sogno dove c’è posto per lei.<br />
Forse solo per lei.<br />
Nelle notti che avrebbero passato abbracciati nei prossimi cinque anni lei gli avrebbe sempre detto che quello sguardo, quel primo contatto di anime era stato il momento esatto in cui si era innamorata di lui.<br />
“Va bene se ti do del tu? Mi sembra…” Di conoscerti, ma non finisce la frase, vittima di uno strano imbarazzo.<br />
“Certo Elio.”<br />
“Certo Marzia.”<br />
Ridono ancora e lui vede che a Marzia ridono anche gli occhi a mezzaluna.<br />
Fuori la bora si alza, qualcun altro perde il cappello e la vita scorre.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>RITORNO</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Un anno prima</em><br />
Certo ci sono cose che non si dimenticano, che riappaiono ad ogni riavvio. Ci sono posti in cui la gente è attaccata a fili e senza quei fili non potrebbe vivere. Ci sono posti in cui le coperte sono dure e bianche e ci si dice: dio ti prego, fammi andare via e perché proprio a me, perché proprio a me o anche darei la mia vita per lei.<br />
E lui è un marito che vede sua moglie morire, vede i suoi occhi che sorridevano a mezzaluna circondati da occhiaie buie, vede i capelli biondi che conosceva setosi divenuti rigidi come steli secchi. Vede le gocce cadere nella boccetta che le porta il cibo attraverso un tubo.<br />
E sente che Trieste si rompe, sente che le vocali cadono e che resta solo una consonante a fare un lavoro che non le appartiene. Sente che il sole tramonta e la vita si ferma.<br />
In un calmo delirio pensa che lei gli diceva spesso che sua madre gli aveva dato quel nome probabilmente perché fin da piccolo era bello come il sole, e pensa che tra sole e solo non ci passa una così grande differenza…ma è una cosa che non tollera.<br />
Perché non succedono cose brutte agli uomini giusti.<br />
Perché senza Marzia sa che impazzirà.<br />
E la goccia fa plic, plic, le macchine bip, bip, i passi delle infermiere tac, tac…<br />
E il suo cuore tace. E’ fermo.<br />
“Elio.”<br />
Si sveglia per un attimo. La sua mano, in quella del marito, ha una contrazione.<br />
“Non piangere Elio. Non piangere per me. Non piangere mai.”<br />
Elio guarda la moglie.<br />
“Perché dovrei?”<br />
“Non lo so…”<br />
“Riposati, sei stanca. Riposati.”<br />
“E’ di là il mio babbo?” Babbo, mai papà.<br />
“E’ appena andato a mangiare qualcosa.”<br />
“Io invece sono appena alla colazione…” Cerca di ridere ma anche quel semplice gesto le fa male ed Elio ne soffre il doppio.<br />
“Mi canti una canzone?”<br />
“…”<br />
“Non mi hai mai cantato una canzone.”<br />
“Riposati, amore.”<br />
“Mi canti una canzone Elio?” Ora sembra una bambina spaventata a cui è successo qualcosa di molto brutto.<br />
Ed Elio cerca di cantare una canzone che gli piaceva molto, che parla di un tizio che vuole buttare il suo cuore fra le stelle…ma arrivato alla prima strofa già il commissario Elio Gamba non c’è più.<br />
“Elio. Elio dove sei? Senti, puoi dire che accendano le luci? Non ti vedo, Elio…”</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Una settimana prima</em><br />
Italo ora era in piedi, aveva aperto la finestra quasi del tutto. Faceva stranamente caldo per quella stagione anche se un vento freddo e umido minacciava l’arrivo di un acquazzone. Forse sarebbe arrivata anche la neve.<br />
“Abbiamo mobilitato tutti. Seguito ogni pista, spremuto anche il più miserabile pusher. L’inchiesta è stata facile. Certi spacciatori non tollerano che la loro roba uccida in quel modo gli… ehm… gli acquirenti. <strong>Capisci che è molto più conveniente che la droga uccida lentamente</strong>.”<br />
Elio era arrivato alla terza sigaretta. Le parole del suocero che entravano nella sua testa venivano scremate da un qualche filtro che sceglieva solo quelle importanti. Per ora le uniche rimaste erano bastardo e uccidere.<br />
“Gente dell’interpol è arrivata al nostro amico.” Italo pronunciò amico in una specie di roco ruggito, battendo il dito sulla foto di Dj Zeus. “Hanno infiltrato un tizio. Un ragazzo prestato dall’MI5 che aveva già avuto a che fare con operazioni di questo tipo. Lo hanno trovato aperto in due vicino a Fiume.” Italo tossì. Si chiese se era il caso di mostrare a Elio la foto del cadavere dell’agente ma non avrebbe fatto alcuna differenza.<br />
Forse stava usando troppe parole per giustificare il crimine di cui si stava macchiando… ma dopotutto era un pivello in quel genere di operazioni. Decise di arrivare al nocciolo della questione al più presto possibile. Il silenzio di Elio Gamba cominciava a dargli i brividi.<br />
Ricordò il giorno in cui Marzia era morta, gli tornò alla mente il volto del commissario accanto al capezzale della moglie, ancora con la mano nella mano che non aveva smesso di stringere in tutti gli anni del loro matrimonio. La macchina di Marzia gorgheggiava un monotono bip senza fine ed Elio era lì, immobile come ora. Le infermiere e i barellieri più forti non erano riusciti a smuoverlo.<br />
“C’è un tecnico, qui in procura, uno che sa tutto di computer.” Italo assunse un tono più casuale. “Mi dice che i virus più gravi infettano i file del computer che non si possono cancellare… a meno di non cancellare tutto.”<br />
Elio piegò la testa di lato, quasi che la divagazione informatica del suocero avesse mosso il suo interesse.<br />
<strong>“Sembra che Dj Zeus sia uno di quei file. Un file che non si può cancellare… perché altrimenti bisognerebbe cancellare tutto. E io non ho quel potere, mai lo vorrei avere.”</strong><br />
Oppure sì, oppure sì. Oppure sarebbe bello avere un’arma potente, definitiva, una bomba al neutrone che distruggesse tutto il male in una singola esplosione di luce. Oppure sarebbe bello avere il potere di un Dio e decidere cosa sia giusto, e decidere che nessuno aveva il diritto di vendere ai figli di quell’epoca qualcosa che facesse esplodere il loro cuore.<br />
Oppure… Elio era quell’arma?<br />
Come per rispondere ai pensieri del suocero il commissario Elio Gamba estrasse da sotto il trench l’oggetto che poco prima aveva mandato quel luccicore sinistro. Era un’arma. Una seconda pistola che poco aveva d’ordinanza. Era enorme e lucida, un cobra di metallo gonfio di un mortale veleno al piombo.<br />
“Revolver 460 XVR.” Dichiarò Elio, rispondendo a una domanda che non gli era mai stata posta. “Il più potente revolver calibro 45 del mondo.”<br />
Un brivido corse lungo la schiena del procuratore. Era così il male, il delitto? Così bello e lucente? Era così la distruzione? Carica di un fascino segreto e corrosivo?<br />
“Va bene.” Sussurrò. “Va bene.”<br />
Finora aveva solo sciorinato un rosario di dati che certo per il commissario non significavano nulla. Era solo per evitare di dire quello che doveva dire.<br />
“Fra una settimana ci sarà una festa. Un festa in una discoteca in Slovenia, a una ventina di chilometri da Trieste. E da lì che passa tutta la cacca.” Si sentì stupido a usare quell’ultimo termine edulcorato…non aveva per niente la stoffa del criminale.<br />
“La discoteca si chiama Embassy e alla festa suonerà Dj Zeus, che tra l’altro ne è proprietario.”<br />
<strong>“Andrò alla festa. E’ da tanto che non vado a una festa.” Dichiarò Elio, riponendo la pistola.</strong><br />
“Sai che niente di quanto hai sentito qui è mai stato detto?”<br />
<strong>“Io non ho sentito nulla.”</strong> E, in effetti, in quell’affermazione c’era non poca verità.<br />
“Sai che se vai lì sei solo?”<br />
Elio rise e Italo lo guardò con terrore. Solo. Sole. Elio. Un poliziotto in gamba. Lo stomaco del procuratore protestò furiosamente, si contorse. Ci volle un grande sforzo per non rigettare il pur magro pranzo di poche ore prima, mai digerito.<br />
“Sai che non… che non c’è…” Non riuscì a trovare le parole. Voleva spiegargli quanto di quello che stavano architettando fosse contro ogni principio, contro le regole della giustizia, contro le sue regole. Voleva spiegargli che il buio che la scomparsa di Marzia aveva portato era lo stesso buio in cui era precipitato il suo amato paese, per cui suo padre e tanti altri padri erano morti. Nelle trincee, nelle fabbriche, sulle strade, in terre straniere.<br />
Ma c’era mai stata luce? A parte lo scintillare dell’arma di Elio, Italo Todeschi, procuratore della Repubblica Italiana, non riusciva a ricordare un’altra luce. Neppure quella degli occhi di sua figlia.<br />
“Sì, sono contento che sia finita.” Dichiarò ad alta voce, parlando da solo, riferendosi a nulla in particolare. Voltò le spalle ad Elio, scrutando la tempesta che si avvicinava con occhi stanchi.<br />
Il commissario estrasse da sotto il trench un altro oggetto lucente, una gavetta stavolta, il cui contenuto gli scivolò in gola dopo poco, sotto forma del più dolce veleno: quello che distrugge i ricordi.<br />
<em></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ora</em>.<br />
Erano i figli dell’uomo, parlavano lingue diverse, provenivano da nazioni diverse, erano i padri e le madri del futuro. Erano vivi, terribilmente vivi nella musica, uniti da un ritmo più veloce della luce, schiavi di un ebbrezza artificiale. Erano fatti fin sopra ai capelli, calati. Stringevano bottigliette d’acqua costosissime a cui ricorrevano quando le caramelle della musica cominciavano a bruciare troppo in fretta i liquidi che li mantenevano in vita. Erano pazzi.<br />
Pazzi come Dj Zeus, che pure era lucido nel corpo e nella mente, magnifico direttore d’orchestra supersonico. Lui poteva farli muovere. Schiacciava un tasto e le loro mani si alzavano, abbassava una leva e i loro movimenti rallentavano, spostava una puntina e tutti gridavano. Loro erano i suoi pupazzi: portavano soldi alle sue discoteche, mangiavano le sue pastiglie, gli davano tutto,persino la vita.<br />
Loro erano il suo raccolto e lui mieteva, mieteva, mieteva. Non si risparmiava di prendere nulla… a parte il loro cervello. Quello era da buttare.<br />
Ed erano pazzi come Elio Gamba, ombra fra le ombre in festa. Per le prime ore della serata all’Embassy non si era mosso di un millimetro: non l’aveva notato nessuno, fatta eccezione per una ragazza dalle labbra rosse gonfiate da anelli di metallo. Gli aveva rivolto una parola in un duro sloveno muovendo le dita a V davanti alla bocca. Elio non aveva capito e le aveva passato la sua gavetta lucente. La ragazza aveva avuto un moto di schifo ed era andata via.<br />
Verso le cinque della notte, quando la festa cominciava a raggiungere il suo culmine e la pista era gremita come un camion di maiali diretto al mattatoio, Elio si mosse.<br />
Nessuno dei presenti lo vide allungare la mano dentro la cinta dei pantaloni e nessuno vide cosa ne estrasse. Seppure qualcuno fu abbagliato da un lampo di luce riflessa dall’oggetto, nessuno lo identificò.<br />
Evidentemente Dj Zeus, nel suo ruolo di file del sistema impossibile da cancellare si sentiva abbastanza sicuro da non mettere metal detector nella discoteca di sua proprietà. Altrettanto evidentemente i gorilla della sua security non ritenevano strano che un uomo di mezz’età alto quasi due metri, con uno strano sorriso e una maglietta nera si mischiasse alla fiumana di giovani per ascoltare la musica del futuro prossimo.<br />
Nessuno dei satiri e delle baccanti nell’amplesso della danza bloccò il passo lungo del commissario. La sua strada era davanti a sé, come lo era sempre stata, poco importa se fosse un viale illuminato da due occhi a mezzaluna o un tratturo ignobile e oscuro, Elio la percorse con la stessa sicurezza di un raggio di luce che erompe dalla fucina scintillante del sole per raggiungere un certo pianeta azzurro.<br />
<strong>E d’un tratto, alle cinque della mattina del sedici febbraio di quest’anno, Elio si trovò di fronte a Dj Zeus, suo inconsapevole antagonista e prossima vittima.</strong> Questi era intento in un mix particolarmente veloce, in cui un crescendo martellante si accoppiava ad un suono basso, distorto ed immensamente bello e potente. Lasciandosi trascinare dalla musica Elio cominciò ad alzare la sua arma.<br />
Anch’essa crebbe, si gonfiò, pronta a colpire.<br />
Ci fu un secondo, un istante breve in cui il mondo si fermò attorno ad Elio e le sue dita si contrassero attorno all’impugnatura della pistola. In quell’attimo gli occhi di Elio e di Dj Zeus si incrociarono e quest’ultimo forse comprese qualcosa ma non se ne curò: aveva un lavoro da fare. Anche la sua strada era dritta e chiara.<br />
Poi quel momento singolare si spezzò, la rullata infinita si trasformò in una partitura sincopata e complessa, la gente urlò e qualcuno degli strafatti rovinò contro Elio. Una ragazza rise, poco distante ed Elio riconobbe un accento conosciuto in quella risata straniera. Fissò la ragazza e si trovò a scrutare in due occhi ridenti a mezzaluna.<br />
Anche la sconosciuta lo guardò. Era bella e serena e aveva un vestito azzurro.<br />
Poi tutto si fece confuso e la musica continuò.<br />
Nessun cuore scoppiò quella sera.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>SUPPLEMENTO DI VIAGGIO</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ora o poco dopo</em><br />
Il porto era ventoso, l’unico suono era lo sciabordare ipnotico delle onde. Il sole era lontano ma c’era, sarebbe salito, si sarebbe issato lungo la fune del giorno e avrebbe illuminato ogni cosa.<br />
C’era un uomo, seduto al termine di un lungo molo di cemento del porto di Trieste. Quest’uomo aveva una gavetta vuota, una luminosa pistola vergine e una canzone fra le labbra.<br />
<strong>Per la prima volta da cinque anni il commissario Elio Gamba formulò un pensiero vagamente coerente.</strong><br />
Italo capirà. E’ meglio per lui. Non è un assassino. Io lo sono ma lui no. E’ il papà di…<br />
Il padre di chi?<br />
C’era stata una donna una volta, in una città come questa, ventosa e piena di luce. C’era stato un cappello che scivolava via come un gatto curioso. C’erano stati l’amore e un poliziotto buono.<br />
C’erano state le cose belle di una vita giusta.<br />
Ora c’è solo quest’uomo solo… e io vi prego di guardarlo, non di più. Una volta era bello e conosceva i nomi degli Dei Greci e di tutte le formazioni della Juventus. Una volta era felice.<br />
Trieste fremette.<br />
Poi, mentre la luce del sole esplodeva, il commissario Elio Gamba scomparve.<br />
E non so dire chi si rizzò in piedi sul molo di cemento, non posso dire chi estrasse un revolver lucente da sotto un trench marrone e non voglio dire chi esplose un colpo mortale diretto al sole, nel tentativo folle di oscurare tutta quella cazzo di luce.</p>
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		<title>La prospettiva estetica</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Jun 2011 13:02:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Treu</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<table cellpadding='10'><tr><td valign='top' align='left'><p>Categories: <a href="http://sugarpulp.it/category/sugartales" title="View all posts in SugarTales" rel="category tag">SugarTales</a></p><p>Tags: <a href="http://sugarpulp.it/tag/noir" rel="tag">noir</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/nord-est" rel="tag">Nord Est</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/parco-del-cormor" rel="tag">parco del cormor</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/racconto" rel="tag">racconto</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/sugarpulp" rel="tag">sugarpulp</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/udine" rel="tag">Udine</a></p>Quella notte una donna moriva dissanguata mentre un ragazzo abusava del suo corpo. Da dietro un cespuglio il prof guardava e bisbigliava. <a href="http://sugarpulp.it/sugartales/la-prospettiva-estetica">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><table width='100%'><tr><td align=right><p><b>(<a href='http://sugarpulp.it/sugartales/la-prospettiva-estetica' title='La prospettiva estetica'>Read more...</a>)</b></p></td></tr></table></td></tr></table>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>«</em><em></em><em>Nicolas Poussin, Lamento di Venere su Adone. Adone si abbandona al sonno della morte come un attore che lascia la scena, mentre la dea ne segue il decorso con dignità e compostezza. La natura è sublime, immersa nel tepore del tramonto. Fino all’ultimo respiro esalato dall’eroe, il senso si conserva. Osservate questo volto. Il suo pallore emana una scintilla crepuscolare, poco prima di spegnersi. Vita e morte non sono altro che espressioni estetiche. È tutto. A domani»</em>.<br />
Sgattaiolò dall’aula. Uno straccio. Le tempie pulsavano come onde elettromagnetiche. La bocca impastata, la schiena una scarica di brividi freddi. Fuori, brandelli di sole sbucavano dalla matassa di nuvole nere. Una fitta coltre di umidità ricopriva la stessa Udine di sempre. Raggiunse l’auto e si buttò dentro a peso morto. Il cellulare gli bruciava tra le mani.</p>
<p><em>«Mandi».</em><br />
<em> «Mandi».</em><br />
<em> «Male?»</em><br />
<em> «Malissimo».</em><br />
<em> «Da me alle otto».</em><br />
<em> «Ti voglio bene».</em><br />
<em> «Maman».</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dante faceva l’erborista, ma aveva una storia di lunga data con l’acido lisergico. Negli anni Settanta contribuì a divulgare la psichedelia nella bassa friulana.</strong> I mal di testa del professore li curava lui, con il nettare del retrobottega, il suo metodo naturale. Quando il prof andava a trovarlo, tirava fuori il meglio dalla teca delle meraviglie. Spesso consumavano insieme, fino a tarda notte, e si prendevano la &#8220;febbre del pellegrino&#8221;. Sotto l’effetto delle sostanze, la realtà era un globo compatto e indistinto, il regno di ciò che appare per come è, la traccia lasciata dal pennello sulla tela.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Seduto a gambe penzoloni sul tavolo della cucina, il prof sgranocchiava una barbabietola al buio. Aveva appena assunto la sua prima dose serale di emozioni. </strong>Sulla superficie della teiera di metallo c’era un riflesso opaco, il profilo di sua madre a braccia conserte che diceva puar frut, povero bambino. La teiera aveva la guance rosse e grinzose della mamma. Ebbe un sussulto, ruttò. Poi iniziò a elencare a memoria nomi di artisti con la E. Ensor, El Greco, Elmes. Elacroix. No, Elacroix no. Ripeté la lista come una filastrocca finché alla fine si accasciò e fu buio, buio pesto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nudo sul letto prese a sfogliare <a href="http://sugarpulp.it/racconti/lo-strabismo-di-ivano/">Lo strabismo di Ivano</a>, ma contò le lettere invece di leggerle.</strong> Scattò giù e sentì che i suoi arti rispondevano puntuali. Si lavò, si vestì e uscì di casa diretto al parco del Cormor, un luogo che la notte regala pace, silenzio e sospensione. La cornice perfetta per ripassare la lezione e godersi i nuovi effetti dell’acido ancora in circolo. Fuori era un deserto. Ronzava la luce ocra dei lampioni ed il camion della nettezza urbana mandava il suo pigro cigolio di ferraglia. Saltò in macchina e guidò senza accorgersene fino al parco, dove l’aroma pungente dei pini gli regalò lo stordimento. Macerie di pensieri vagavano in cerca della strada maestra.</p>
<p style="text-align: justify;">Un bagliore lontano andava e veniva ad intermittenza. Se ne era accorto, il prof, e aveva allungato il passo. Pensava a La morte di Seneca mentre l’erba danzava al passaggio del vento.<br />
<em>«Seneca abbandona il regno degli uomini, il suo è il congedo di un santo. Osservate come accompagna un corpo placido, le membra distese, al rassegnato oblio. È sereno. Fa pace col mondo».</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il lampo di luce divampò più forte, saettò da un punto ad un altro. Come riemerso dall’apnea, si lanciò su quella scia. Percorse in lungo e in largo il parco, sopportando il peso delle visioni: le guance della madre; la campanella che suona; la forma della barbabietola; il mercato del pesce di piazza san Giacomo; un libro mai pubblicato; una moglie in fuga. Gettò le braccia in aria e tentò di abbracciarsi, la luce si faceva più vicina, rivelando due figure. Si inginocchiò e stette in silenzio, adorante.</p>
<p style="text-align: justify;">Dalla sua prospettiva vide una donna. Era giovane, di media statura, la bocca spalancata in una smorfia di terrore. Correva verso di lui, un’ombra la inseguiva. Man mano che la donna si avvicinava, il professore scopriva nuovi dettagli: una camicetta strappata che mostrava i seni nudi coperti di sangue. Sangue sulla faccia, intorno al naso, e sui denti, e lungo il collo. Un occhio gonfio e viola come una melanzana. L’altra ombra era quella di un uomo che stava guadagnando terreno. Stringeva una pistola dalla parte del calcio. Barba incolta, sorriso sprezzante, avrà avuto sì e no vent’anni.<strong> Quando fu raggiunta, a pochi passi dal nascondiglio del prof, la donna prese a strillare come un maiale e a divincolarsi, mentre l’altro la prendeva per i capelli e la scaraventava a terra con un pugno.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>«Ora ti strapperò gli occhi».</em><br />
Un urlo stridulo da cinghiale.<br />
<em>«Sono così belli che mi appartengono».</em><br />
La donna graffiò e si dimenò.<br />
<em>«Brillano come zaffiri sotto le mie dita».</em><br />
L’uomo affondò le dita nella sua faccia.</p>
<p style="text-align: justify;">Il parco del Cormor si estende per una lunghezza di quasi trenta ettari nell’immediata periferia di Udine. È frequentato tutti i giorni dagli amanti del verde. Lo si percorre attraversando o costeggiando a piedi il grande prato centrale. L’acqua della fontana è potabile. Con la bella stagione iniziano i festival.<br />
<strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quella notte una donna moriva dissanguata mentre un ragazzo abusava del suo corpo. Da dietro un cespuglio il prof guardava e bisbigliava.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>«Osservate, ragazzi, gli accostamenti di colori. Niente è messo lì a caso. Osservate. Ora il pittore mescola il rosa con il rosso. È un rosso acceso, duro, scarlatto, il rosso del sangue. Con quel rosso disegnerà il cielo che si apre al tramonto. Il rosa servirà a dare forma all’esile figura di Venere che piange Adone morente».</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il killer sigillò in una busta di plastica gli occhi della donna, rimise in tasca la pistola e si alzò. Sudava, era provato dalla fatica. Stette un po’ a guardare il corpo buttato a terra come un sacco di patate. Dai fori oculari secchi non usciva più liquido.</p>
<p style="text-align: justify;">In quel momento si accorse di essere spiato. Si mosse lentamente verso il cespuglio.<br />
<em>«Bisogna vedere le cose dal loro lato estetico, perché se noi le vediamo dal lato estetico esse avranno sempre un aspetto familiare».</em><br />
Seguì la voce.<br />
<em>«Il mio amico Dante non crede nel male. È stato lui ad illuminarmi. Un giorno lo inviterò in classe».</em><br />
Ora distava solo qualche passo.<br />
<em>«Che cos’è il male di fronte alle passioni?».</em><br />
Estrasse la pistola e la puntò verso quella voce.<br />
<em>«E di fronte alla bellezza?».</em></p>
<p style="text-align: justify;">Lo sparo generò una lunga eco che si propagò nell’aria, rimbalzò su pini e aiuole, svegliò i grilli. Infine dileguò, sotto il suono del vento, nel fruscio del cespuglio.</p>
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		<title>L&#8217;ombra del Commissario Sensi</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Jun 2011 13:02:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Porazzi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[la spezia]]></category>
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		<description><![CDATA[<table cellpadding='10'><tr><td valign='top' align='left'><p>Categories: <a href="http://sugarpulp.it/category/critica" title="View all posts in Critica" rel="category tag">Critica</a>, <a href="http://sugarpulp.it/category/sugarbooks" title="View all posts in SugarBooks" rel="category tag">SugarBooks</a></p><p>Tags: <a href="http://sugarpulp.it/tag/comics" rel="tag">comics</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/la-spezia" rel="tag">la spezia</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/liguria" rel="tag">liguria</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/noir" rel="tag">noir</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/recensioni" rel="tag">recensioni</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/romanzi" rel="tag">romanzi</a></p>In una città solitamente tranquilla come La Spezia, iniziano ad accadere alcuni fatti a dir poco singolari. Tutto ha origine dal ritrovamento di un dente di narvalo. Subito dopo, Silvia, una studentessa liceale, viene molestata da un maniaco e minacciata &#8230; <a href="http://sugarpulp.it/critica/lombra-del-commissario-sensi">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><table width='100%'><tr><td align=right><p><b>(<a href='http://sugarpulp.it/critica/lombra-del-commissario-sensi' title='L'ombra del Commissario Sensi'>Read more...</a>)</b></p></td></tr></table></td></tr></table>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright" src="http://img2.webster.it/BIT/501/9788862565011g.jpg" alt="" width="200" height="303" />In una città solitamente tranquilla come La Spezia, iniziano ad accadere alcuni fatti a dir poco singolari. <strong>Tutto ha origine dal ritrovamento di un dente di narvalo. </strong>Subito dopo, Silvia, una studentessa liceale, viene molestata da un maniaco e minacciata con un’antica sciabola, e nel laghetto di un parco cittadino viene rinvenuta la testa di un uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli omicidi proseguono, e Silvia è tutt’altro che fuori pericolo: anche lei sembra essere un obiettivo del misterioso assassino.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A occuparsi delle complesse indagini è il commissario Ermanno Sensi. Un poliziotto atipico, giovane, indolente e dal look “dark”. </strong>Si veste sempre di nero, odia il sole e alzarsi al mattino presto, per lui, è una vera tortura. Sensi è considerato bizzarro e strano anche dai suoi colleghi, nonostante si sia guadagnato sul campo il grado di commissario: alcuni anni prima ha lavorato come infiltrato in una setta satanica, riuscendo a sgominarla, ma l’esperienza che ha vissuto mescolandosi ai seguaci della congrega è stata tutt’altro che indolore.</p>
<p style="text-align: justify;">Riuscirà il commissario Sensi a risolvere lo stranissimo caso del serial killer che uccide con una sciabola antica? E sarà lo stesso uomo che ha preso di mira Silvia? Le risposte, ovviamente, arriveranno alla fine, regalando al lettore non poche sorprese…</p>
<p style="text-align: justify;">“L’ombra del commissario Sensi”, edito da Salani, è il primo romanzo di <strong>Susanna Raule</strong>, già apprezzata scrittrice di fumetti (ha creato il personaggio di Lord Ravenstock e collabora con la Bonelli), che debutta alla grande nel campo del romanzo, con uno stile di scrittura in cui si fondono magistralmente ironia, suspense e atmosfere gotiche, e che avvince il lettore al punto che, una volta iniziato il romanzo, è davvero difficile staccarsi dalle sue pagine. <strong>Perfetta anche l’ambientazione: Susanna Raule ci racconta una città – La Spezia – allo stesso tempo grigia e brumosa, ma anche gotica e misteriosa. Infine, il vero punto di forza del romanzo è il protagonista.</strong> Il commissario Sensi è un personaggio originalissimo e intrigante, che è impossibile non amare.<strong> Il protagonista ideale per una serie di romanzi di cui speriamo che questo sia solo il primo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tra teste mozzate, omicidi e atmosfere dark, “L’ombra del commissario Sensi” è perfetto per tutte la barbabietole tossiche, ma non solo; è un romanzo di grandissima qualità, che non potrà non appassionare e avvincere chiunque lo legga.</p>
<hr />
<ul><strong>&nbsp;</p>
<li>Titolo: <a href="http://www.webster.it/libri-ombra_commissario_sensi_raule_susanna-9788862565011.htm?a=312017">L&#8217;ombra del Commissario Sensi</a></li>
<li>Autore: <a href="http://www.webster.it/libri-ombra_commissario_sensi_raule_susanna-9788862565011.htm?a=312017">Susanna Raule</a></li>
<li>Numero di pagine: 298</li>
<li>Editore: Salani</li>
<li>Prezzo: Euro 14.80</li>
<li><a href="http://www.webster.it/libri-ombra_commissario_sensi_raule_susanna-9788862565011.htm?a=312017">Acquista  il libro su Webster.it</a></li>
<p></strong><strong> </strong><strong> </strong></ul>
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		<title>L&#8217;odore acido di quei giorni</title>
		<link>http://sugarpulp.it/critica/lodore-acido-di-quei-giorni</link>
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		<pubDate>Thu, 23 Jun 2011 13:02:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adamo Dagradi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Critica]]></category>
		<category><![CDATA[SugarBooks]]></category>
		<category><![CDATA[bologna]]></category>
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		<category><![CDATA[recensione]]></category>

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		<description><![CDATA[<table cellpadding='10'><tr><td valign='top' align='left'><p>Categories: <a href="http://sugarpulp.it/category/critica" title="View all posts in Critica" rel="category tag">Critica</a>, <a href="http://sugarpulp.it/category/sugarbooks" title="View all posts in SugarBooks" rel="category tag">SugarBooks</a></p><p>Tags: <a href="http://sugarpulp.it/tag/bologna" rel="tag">bologna</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/noir" rel="tag">noir</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/provincia" rel="tag">provincia</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/recensione" rel="tag">recensione</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/sugarbooks" rel="tag">SugarBooks</a></p>Tutti gli autori dovrebbero essere innamorati dei loro personaggi. Se poi succede che scrittore e protagonista siano sessualmente compatibili la cosa può diventare addirittura sconveniente. Mia moglie ha imparato a convivere con la protagonista dei miei romanzi, Jelena Della Rebbia: &#8230; <a href="http://sugarpulp.it/critica/lodore-acido-di-quei-giorni">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><table width='100%'><tr><td align=right><p><b>(<a href='http://sugarpulp.it/critica/lodore-acido-di-quei-giorni' title='L'odore acido di quei giorni'>Read more...</a>)</b></p></td></tr></table></td></tr></table>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright" src="http://img3.webster.it/BIT/905/9788896999059g.jpg" alt="" width="200" height="299" /><strong>Tutti gli autori dovrebbero essere innamorati dei loro personaggi.</strong> Se poi succede che scrittore e protagonista siano sessualmente compatibili la cosa può diventare addirittura sconveniente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mia moglie ha imparato a convivere con la protagonista dei miei romanzi, Jelena Della Rebbia: non so se l’apprezza ma certamente la sopporta, dopotutto non esiste. </strong>Io stesso avevo giurato fedeltà alla mia creatura. Ed ecco che arriva Paolo Grugni e mi ritrovo irresistibilmente attratto dalla determinatezza, bellezza, fragilità dell’eroina del suo nuovo thriller: <strong>L’odore acido di quei giorni</strong>. Paolo la tratta male, molto male: non so se riuscirò a perdonarlo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un personaggio misterioso, del quale, per non rovinare la lettura, diremo pochissimo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Siamo a cavallo tra il 1976 e il 1977. A San Giovanni Persiceto, vicino a Bologna, si è rifugiato un chirurgo: Alessandro Bellezza, incastrato dalle sue amicizie extra-parlamentari. Vive raccogliendo animali morti o feriti per strada, al soldo del Comune. I primi finiscono all’inceneritore, i secondi li tiene con sé: unica compagnia dopo un divorzio turbolento.</p>
<p style="text-align: justify;">Una notte s’imbatte in un corpo di donna, sepolto nella neve. Pensa che sia morta ma si sbaglia: <strong>è sopravvissuta all’attacco di un serial killer dall’atroce modus operandi. </strong>L’investigazione si allarga dal paese sonnolento agli scenari del conflitto politico che infiamma l’Italia: brigate rosse, terroristi neri, servizi segreti deviati. C’è una cospirazione all’opera, un piano malefico che cambierà per sempre il volto della nazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> Grugni torna ai temi cari della militanza e dell’animalismo, confezionando una trama che vede i protagonisti ripetutamente travolti dalla storia.</strong> Dal micro dei silenzi di una provincia innevata, evocata con grande gusto del realismo e dell’atmosfera, al macro degli scontri di piazza, tra molotov, pistole e i carri armati di Cossiga. Lo stile è quello elegante, a tratti iperbolico, di Italian Shaaria, ma qui c’è più spazio per i personaggi, per lo svolgersi della trama, per i dialoghi. <strong>L’anima thriller ne esce rinvigorita: si legge d’un fiato.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">A scandire il ritmo emotivo e storico della narrazione ci pensano gli estratti delle dirette di Radio Alice, la celebre emittente pirata bolognese, poi repressa dal governo. Nella seconda parte diventano addirittura troppo invadenti, ricordando al lettore la frequenza martellante con cui sangue e repressione bagnavano le strade delle nostre città.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> Bellezza è un protagonista dolente: un uomo buono, dal carattere discreto, forte di una dignità e di una coerenza che gli sono costate care. </strong>Non nasce detective e non ha superpoteri. Per questo è così facile identificarsi con lui: le sue paure sono le nostre, le sue reticenze così lontane dal machismo del noir e dell’hard boiled. <strong>Mi piacerebbe vederlo tornare ma chiaramente <em>L’odore acido di quei giorni </em>è un pezzo unico.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">E poi c’è lei: ferita, segnata da un destino che sembra già scritto. È l’anima del racconto, il nodo in cui si raccolgono tutte le contraddizioni, le passioni. La muove una speranza tanto muta quanto commuovente. Sola come gli animali che finiscono sul pickup del medico. Impossibile non innamorarsene, impossibile non tremare nel caos delle manifestazioni, quando in mezzo alla guerra civile combatte una gara di ferocia col killer.<strong> Passaggi che ti lasciano tremante, fino alla conclusione: più amara che dolce.</strong></p>
<hr />
<ul><strong>&nbsp;</p>
<li>Titolo: <a href="http://www.webster.it/libri-odore_acido_quei_giorni_grugni-9788896999059.htm?a=312017">L&#8217;odore acido di quei giorni</a></li>
<li>Autore: <a href="http://www.webster.it/vai_libri-author_Grugni+Paolo-shelf_BIT-Grugni+Paolo-p_1.html?a=312017">Paolo Grugni</a></li>
<li>Numero di pagine: 284</li>
<li>Editore: Laurana Editore</li>
<li>Prezzo: Euro 16.50</li>
<li><a href="http://www.webster.it/libri-odore_acido_quei_giorni_grugni-9788896999059.htm?a=312017">Acquista  il libro su Webster.it</a></li>
<p></strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong></ul>
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		<title>L&#8217;ultima Anguàna</title>
		<link>http://sugarpulp.it/critica/lultima-anguana</link>
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		<pubDate>Wed, 15 Jun 2011 10:49:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Pasquale</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<table cellpadding='10'><tr><td valign='top' align='left'><p>Categories: <a href="http://sugarpulp.it/category/critica" title="View all posts in Critica" rel="category tag">Critica</a>, <a href="http://sugarpulp.it/category/sugarbooks" title="View all posts in SugarBooks" rel="category tag">SugarBooks</a></p><p>Tags: <a href="http://sugarpulp.it/tag/giallo" rel="tag">giallo</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/matino" rel="tag">matino</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/noir" rel="tag">noir</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/schio" rel="tag">schio</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/sugarpulp" rel="tag">sugarpulp</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/veneto" rel="tag">veneto</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/vicenza" rel="tag">vicenza</a></p>È già uscito da qualche mese, e sta andando a ruba nelle librerie. L&#8217;ultima Anguàna di Umberto Matino sembra destinata a diventare un nuovo cult della letteratura valleogrina. Anno 1956. Posina. Comune montano tra i più estesi e contemporaneamente meno &#8230; <a href="http://sugarpulp.it/critica/lultima-anguana">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><table width='100%'><tr><td align=right><p><b>(<a href='http://sugarpulp.it/critica/lultima-anguana' title='L'ultima Anguàna'>Read more...</a>)</b></p></td></tr></table></td></tr></table>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright" src="http://img2.webster.it/BIT/013/9788866010135g.jpg" alt="" width="200" height="301" />È già uscito da qualche mese, e sta andando a ruba nelle librerie. <strong>L&#8217;ultima Anguàna di Umberto Matino sembra destinata a diventare un nuovo cult della letteratura valleogrina.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Anno 1956. Posina. Comune montano tra i più estesi e contemporaneamente meno popolosi della provincia di Vicenza. Tre bambini passano la loro estate in contrada, ospitati da una nativa del luogo. Pian piano, i tre, vengono a conoscenza dei più affascinanti e inquietanti segreti del territorio. Folletti, streghe e un dialetto dal gusto arcaico convivono con la vita degli abitanti del paese. In particolare, i bambini sono spaventati e allo stesso modo incuriositi dai racconti sulle <strong>anguàne</strong>: misteriose ninfe acquatiche, buone di giorno e malvagie di notte. Queste antiche leggende sembreranno improvvisamente prender vita, riservando ai giovani ospiti un triste destino.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il commissario Baldelli, a causa di strani rinvenimenti, tornerà dodici anni dopo in questa strana valle, trovandosi faccia a faccia con ferite mai rimarginate e inconfessabili segreti.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In questo secondo libro, Matino batte nuovamente il sentiero percorso dal suo romanzo d&#8217;esordio, La valle dell&#8217;Orco. <strong>Ancora una volta, infatti, le leggende, la storia e la mitologia popolare tornano ad essere protagoniste di quello che potremmo definire un “giallo storico”, dove la ricerca letteraria e archeologica respira assieme alla trama investigativa.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;ambiente grigio e misterioso delle piovose contrade montane torna ancora una volta ad essere lo scenario di terribili omicidi. Nulla manca a quello che a tutti gli effetti può essere definito un thriller. Tuttavia la magia delle leggende popolari, pian piano va ad intrecciarsi con la realtà. <strong>Il dialetto veneto parlato dai valligiani assume il valore di lingua dell&#8217;arcano. </strong>La pratica del filò e i racconti delle contrade risvegliano e fanno rivivere la tradizione che ancora si cela nella memoria della gente. Tutto in un&#8217;unica storia, dove l&#8217;uno necessità dell&#8217;altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal punto di vista stilistico, inoltre, non c&#8217;è dubbio che Matino stia compiendo un percorso di maturazione. A differenza del suo romanzo d&#8217;esordio, infatti, le descrizioni sono più vivide e dettagliate, i personaggi più caratterizzati e la trama la si può riassumere con maggior chiarezza. <strong>Da notare, a mio avviso, l&#8217;epilogo del romanzo: veramente ben scritto, dove la vecchia Schio del vino e delle osterie torna a vivere tra una riga e l&#8217;altra del racconto.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un gioiellino nostrano, dunque, che non lascerà a bocca asciutta chi ha amato La valle dell&#8217;Orco, dove un tempo a noi così distante, ma nello stesso tempo così vicino, riprende vita facendoci viaggiare tra fantasia e realtà.</p>
<hr />
<ul><strong>&nbsp;</p>
<li>Titolo: <a href="http://www.webster.it/libri-ultima_anguana_matino_umberto_foschi-9788866010135.htm?a=312017&quot;">L&#8217;ultima Anguàna</a></li>
<li>Autore: <a href="http://www.webster.it/libri-ultima_anguana_matino_umberto_foschi-9788866010135.htm?a=312017">Umberto Matino</a></li>
<li>Numero di pagine: 228</li>
<li>Editore: Foschi</li>
<li>Prezzo: Euro 16.00</li>
<li><a href="http://www.webster.it/libri-ultima_anguana_matino_umberto_foschi-9788866010135.htm?a=312017">Acquista  il libro su Webster.it</a></li>
<p></strong><strong> </strong><strong> </strong></ul>
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		<title>Il trentunesimo giorno</title>
		<link>http://sugarpulp.it/sugartales/il-trentunesimo-giorno</link>
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		<pubDate>Mon, 06 Jun 2011 11:47:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Tono</dc:creator>
				<category><![CDATA[SugarTales]]></category>
		<category><![CDATA[noir]]></category>
		<category><![CDATA[pulp]]></category>
		<category><![CDATA[rosolina]]></category>
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		<category><![CDATA[veneto]]></category>

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		<description><![CDATA[<table cellpadding='10'><tr><td valign='top' align='left'><p>Categories: <a href="http://sugarpulp.it/category/sugartales" title="View all posts in SugarTales" rel="category tag">SugarTales</a></p><p>Tags: <a href="http://sugarpulp.it/tag/noir" rel="tag">noir</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/pulp" rel="tag">pulp</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/rosolina" rel="tag">rosolina</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/sugarpulp" rel="tag">sugarpulp</a>, <a href="http://sugarpulp.it/tag/veneto" rel="tag">veneto</a></p>Tracklist consigliata: E io ho visto un uomo &#8211; Milva Sure shot dei Beastie Boys Piombo in bocca &#8211; Calibro 35 Quei giorni insieme &#8211; Ornella Vanoni Ore 12,41/SS 309/Rosolina/Ristorante-Pizzeria Dal Nane Oggi è il trentesimo giorno. E oramai non &#8230; <a href="http://sugarpulp.it/sugartales/il-trentunesimo-giorno">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><table width='100%'><tr><td align=right><p><b>(<a href='http://sugarpulp.it/sugartales/il-trentunesimo-giorno' title='Il trentunesimo giorno'>Read more...</a>)</b></p></td></tr></table></td></tr></table>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tracklist consigliata:</p>
<ul>
<li> <em><a href="http://itunes.apple.com/it/album/highway-star/id18439826?i=18439657">E io ho visto un uomo &#8211; Milva</a></em></li>
<li><em> <a href="http://itunes.apple.com/it/album/blind-in-texas/id430400666?i=430400708">Sure shot dei Beastie Boys</a></em></li>
<li><em> <a href="http://itunes.apple.com/it/album/hit-the-lights/id168322322?i=168322324">Piombo in bocca &#8211; Calibro 35</a></em></li>
<li><em><a href="http://itunes.apple.com/it/album/hit-the-lights/id168322322?i=168322324">Quei giorni insieme &#8211; Ornella Vanoni</a></em></li>
</ul>
<hr />
<p style="text-align: right;"><em>Ore 12,41/SS 309/Rosolina/Ristorante-Pizzeria Dal Nane</em></p>
<p style="text-align: justify;">Oggi è il trentesimo giorno. E oramai non si parla d’altro. Giornali, radio, TV, siti Web.<br />
Click.<br />
La piccola Mara.<br />
Foto, interviste, lunghi ed estenuanti reportage. Così alla fine sembra saperne di più di tutta questa faccenda la casalinga media italiana che tutti noi in centrale messi assieme. Con chi ha parlato l’ultima volta. Chi ha visto. Gli ultimi sms. Anche i minimi particolari sono alla mercé della pubblica piazza: il suo video game preferito, il colore dell&#8217;elastico per i capelli e la felpa nera di Hello Kitty che indossava l’ultima volta uscita di casa. E molti altri dettagli.<br />
Gli avvistamenti crescono. E con loro anche la speranza di un suo allontanamento volontario.<br />
<strong>E intanto non si parla d’altro.</strong><br />
Come per la maggioranza dei miei colleghi penso che oramai ci siano veramente poche speranze di un suo ritorno a casa volontario. D&#8217;altronde le statistiche parlano chiaro. Una bischerata a quell’età si conclude di norma con un ritorno all’ovile dopo 20, massimo 25 giorni dalla fuga. Che il disperso torni sulle proprie gambe dopo trenta giorni è un’eccezione rarissima. E tale rimane.<br />
Ma le ricerche devono continuare. I genitori hanno il sacrosanto diritto di sapere, così dicono pacatamente i giornalisti.<br />
<strong>E allora: click.</strong><br />
Intanto, mentre aspettiamo seduti al tavolo, cercando di distrarmi dai miei soliti pensieri da vecchio poliziotto, Camilla mi dice che la sua amica è una tipa interessante.<br />
Bene dico io, e chissà che si riesca a parlare di qualcos’altro oltre che della piccola Mara. Penso, magari riesco anche a rilassarmi un paio di ore. Fiorella, pare abbia detto che si chiami. O Antonella forse. <strong>Ma intanto noi aspettiamo.</strong><br />
Quando arriva al locale io ho già trangugiato un paio di scodelle di patatine e due spritz al Campari. E’ un donnino semplice. Vestita in maniera semplice. Faccia semplice. Insomma tutto ciò che incanala la semplicità lei ce l’ha. Ci presentiamo, ed esordisce dicendo che ha una fame terribile. E se vogliamo possiamo anche ordinare subito.<br />
Bene, anche noi abbiamo una fame terribile. Ordiniamo. Quindi, cerco con lo sguardo il cameriere. Intanto Camilla ci tiene a farmi sapere che la sua amica è da molti anni attiva nel volontariato.<br />
Bene, rispondo. E tra le tante associazioni Onlus di cui fa attivamente parte ne ha fondata una tutta sua in difesa dei cani e dei loro diritti.<br />
Bene ripeto io, e con lo sguardo continuo a cercare il cameriere. Lo vedo. E’ un ometto pingue con un parrucchino scuro appoggiato sulla testa, un tovagliolo sull’avambraccio sinistro e un sorriso demente sulla bocca. Lo becco e con passo deciso viene al nostro tavolo. Sorride. Ordiniamo.<br />
<strong>Paralisi Facciale se ne va, continuando a sorridere. Camilla mi guarda soppesandomi con severità.</strong><br />
Che ho fatto adesso? gli chiedo alzando le sopracciglia e mostrandomi sorpreso.<br />
Hai capito cosa ti ho detto riguardo all’Associazione per i cani e i loro diritti? Mi chiede con una voce tantino scocciata.<br />
Sì che ho capito, e ho anche detto: bene. Cosa avrei dovuto risponderti?<br />
Pure lei non sembra soddisfatta dalla risposta e continua a guardarmi con la stessa severità.<br />
Deve avermi presentato all’amica con le stesse premesse fatte a me nei suoi riguardi. Ti presento il mio uomo, vedrai è un tipo interessante, deve averle raccontato. Quindi si aspettano che io sia un tipo interessante. <strong>Per me diventa sempre più dura comprendere la vastità dei rapporti umani e pacatamente dico all’amica di Camilla che credo che il cane sia un animale un tantino sopravvalutato; non è poi così tanto intelligente, simpatico sì, ma come tante altre bestie.</strong><br />
Guardo Camilla e gli chiedo con lo sguardo se così va bene. Trattenendo a fatica la rabbia, lei si accende in volto e rabbiosa mi risponde allargando le narici. Pure l’amica si fa tutta rossa in faccia e lancia un’occhiataccia scandalizzata a Camilla. Ora siamo tutti e due a guardarla. Lei se ne accorge, rilassa i muscoli facciali, si guarda  in giro fintamente distratta da qualcosa e con mestiere si tira fuori dalla conversazione.<br />
L’amica, dopo una pausa sofferta riprende: i cani sono animali molto intelligenti, anche più di certi uomini di mia conoscenza, e anche se non lo fossero non darebbe comunque il diritto a nessuno di maltrattarli.<br />
<strong> Certo, rispondo io, però andiamo dài, un calcio in culo non ha mai fatto male a nessuno.</strong><br />
Le birre e le pizze arrivano. Sorridendo, Paralisi Facciale ci augura buon appetito e se ne va. Sorridendo.<br />
A quel punto l’amica di Camilla si alza, ringrazia per la serata e si scusa, è stata una giornataccia per lei, ha la testa che le scoppia e non se la sente proprio di buttare giù nulla. E se la fila lasciando la pizza fumante sulla tovaglia. Camilla la insegue e dopo circa dieci minuti rientra.<br />
Io ho già mangiato mezza pizza e scolato tutta la mia birra. Riprende a guardarmi con la stessa severità di prima ma con un accenno di disprezzo in più. Infila le sue cose nella borsa e senza dirmi nulla esce.<br />
Nel locale c’è una grande vetrata decorata che guarda il parcheggio adiacente alla Statale 309. Passa una Fiat Multipla color cielo metallizzato. BN 506 GH.<br />
Giocherello con le lettere e i numeri della targa per memorizzarli. Sono oramai anni che lavoro in ufficio e non faccio più pattuglia stradale, ma certe abitudini sono difficili da estirpare.<br />
Sconsolate, dentro all’auto ci sono Camilla e la sua amica che scuotono la testa all’unisono e a tempo. <strong>Devo avere deluso parecchio entrambe.</strong> Eppure non mi danno più di tanto, comunque vada Camilla finirà la serata con una tipa interessante.<br />
<strong>Finisco la pizza e mi getto su quella di Camilla. Penso che tutto sommato non sia stato un pranzo così negativo. Almeno non si è parlato della piccola Mara.</strong><br />
Finita tutta la birra a disposizione mi sento il ventre scoppiare, chiamo Paralisi Facciale, chiedo il conto e mi faccio mettere in un cartone la pizza avanzata dall’amica di Camilla.<br />
Vado alla cassa e dietro al registratore, arpionata allo sgabello come un avvoltoio ricurvo trovo una donna: capelli arruffati, pelle giallastra e il camice grigio chiazzato di salsa al pomodoro. Ha gli occhi spiritati come la luce che esce dal monitor del televisore sistemato al lato del registratore. Sembra dialogare mentalmente con il telecronista. Riesco solo a sentire: la piccola Mara. Ma mi basta, e seccato batto con la mia carta sopra al lettore per il bancomat. Finalmente, anche solo per un istante mi vede, schiaccia i tasti sul lettore avvolta dalla luce glauca del monitor e senza mai staccare gli occhi da sopra mi ringrazia e mi augura una buona giornata.<br />
Sempre più disgustato da questa faccenda, pago ed esco.<br />
Mentre cerco l’auto, Paralisi Facciale continua a guardare e a sorridermi attraverso la vetrata del locale. Lo ignoro. Salgo sulla Punto, sistemo il cartone sul sedile del passeggero e mi reinserisco nel bordello metallico della 309.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Ore 14.36/Via dei covi neri, 6/Taglio di Po</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La piccola Mara sono le ultime parole che sento prima di spegnere la radio. Click.</strong><br />
Rientro a casa, appoggio il cartone sul tavolo della cucina e non faccio in tempo a girarmi che Ernesto mi salta addosso e ruzzoliamo insieme a terra. Mi lecca la faccia, il collo, le orecchie. Io mi rialzo di scatto, almeno ci provo e gli do un calcio in culo. Ingobbito torna dentro la sua cesta.<br />
Entro in bagno e finalmente mi libero. Suona il telefono, lo faccio squillare. Mi pulisco e tiro lo sciacquone. Apro il frigo e mi scolo mezzo litro di birra fresca sdraiato sul divano. Ernesto mi guarda con quel cazzo di occhi da cane. Il telefono smette di squillare.<br />
Appoggio la bottiglia vuota sul tavolino indiano di fronte. E’ Camilla quella che diventa matta per queste cose etniche. Scanso il portacenere peruviano e afferro la fondina da spalla adagiata sopra il tavolino. Estraggo fuori la  .357 Magnum S&amp;W. L’ultimo regalino che mi sono fatto. Un vero gioiellino. Leggera come una piuma ma potente da stendere un toro. Pallettoni .38 Special. Apro l’incastellatura tra il cane e la canna e faccio rullare il tamburo per un po’ a vuoto. Gira come una giostra luccicante. È un piacere per gli occhi. Il telefono riprende a squillarmi sotto il naso. Richiudo il revolver appoggiandolo di nuovo sul tavolino e tiro su la cornetta.<br />
<em>Domani passo a prendere le mie cose</em>, mi dice la voce di Camilla.<br />
<strong>Tutto questo per un calcio in culo ad un stupido cane, rispondo io, è assurdo.</strong><br />
<em>Non è solo per i calci in culo che dai a quella povera bestiola, ma per tutto il resto. Tu prendi a calci in culo tutti, la mia amica, i miei amici, i tuoi colleghi, i tuoi superiori, mia madre, me, tu prendi a calci in culo il mondo intero e non te ne rendi neppure più conto. Se te ne sei mai reso conto poi.</em><br />
<strong>Io non rispondo, non so cosa dire.</strong><br />
<em>Sono esasperata, i nervi non mi reggono più.</em><br />
Pausa.<br />
<em>Domani pomeriggio non farti trovare a casa, ti lascio le chiavi sotto lo zerbino.</em><br />
Un’altra pausa.<br />
<em>Basta è finita, addio.</em><br />
E riattacca.<br />
Riaggancio anch’io.<br />
Non ricordo di avere uno zerbino.<br />
Ernesto seduto nella sua cesta continua a guardarmi con quel cazzo di occhi da cane. Afferro il revolver dal tavolino e faccio scattare il grilletto. Glielo punto in mezzo a quei cazzi di occhi da cane. Lui sbadiglia mostrandomi tutta l’arcata superiore della bocca, annusa la canna per un po’ e gli dà una leccatina prima di arrotolarsi di nuovo dentro la cesta. E poi l’amica di Camilla dice che non è un animale sopravvalutato. Richiudo il grilletto e appoggio l’arma sulla gamba.<br />
<strong>Mi piacerebbe tornare al ristornate e infilare per intero la canna dei Signori Smith &amp; Wesson su per il culo di Paralisi Facciale e fare click.</strong> Un bello spettacolo pirotecnico di viscere e merda. Forse lo farò. Più tardi. Magari dopo il pisolino ed avere digerito le due pizze. Già.<br />
Rifodero nella fondina il revolver e i miei pseudo impulsi vendicativi. Con fatica mi tiro su dal divano ed Ernesto mi segue come solo i luridi sciacalli della sua specie sanno come e quando farlo. Prendo dal tavolo della cucina il cartone. Attraverso di nuovo il corridoio e ritorno in salotto. Si siede davanti a me. Sbadiglia di nuovo. Mi guarda.<br />
Infilo la mano dentro il cartone e getto la pizza nella cesta e lui la segue tuffandosi, ci ruzzola dentro, addenta, digrigna i denti e in pochi secondi ne fa una poltiglia. Proprio come fanno le bestie.</p>
<p style="text-align: right;"><em>0re 16,15/SS 309</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La piccola Mara, sono le prime parole che sento riaccendendo la radio. Decido di spegnerla subito. Click.</strong><br />
Tronfio per l’abbuffata del pranzo mi lascio cullare dal ronzio monotono degli pneumatici sull’asfalto. S’incomincia già ad assaporare la primavera e si intravedono i suoi primi segni. Manca oramai veramente poco. E con il sole il Polesine sembra quasi un bel posto dove vivere.<br />
Mi è bastato visualizzare il colore della Multipla per ricordarne la targa, una telefonata in centrale e il gioco è fatto. Antonella, così si chiama l’amica di Camilla. Nativa di Padova ma residente a Loreo. Insegna lettere alle scuole secondarie di Chioggia. L’indirizzo è scritto su di un post-it rosa appiccicato al cruscotto.<br />
L’appartamento è poco distante dal locale dove abbiamo pranzato tutti assieme. Camilla deve essere per forza lì da lei, a consolarsi a vicenda. E io devo parlarle, prima che tutto precipiti ancora di più nel casino.<br />
E’ solo un grosso malinteso.<br />
<strong> Tutto si risolverà come al solito con una bella scopata.</strong><br />
Credo.<br />
Comunque, nell’eventualità che non si arrivi a nulla ho portato con me la .357. Nonostante lavori da parecchi anni in ufficio, quando sono di servizio ho sempre con me la Beretta d’ordinanza. Nel tempo libero invece mi porto appresso il mio ferro personale.<br />
Ho provato ad infilarmi la fondina da spalla ma non c’è stato verso. Troppa pizza, troppa birra, troppa roba. Allora ho sistemato solo il ferro nel cassetto portaoggetti. Non ho nessuna intenzione di usarlo. Ma muoio dalla voglia di vedere il panico negli occhi dell’amica di Camilla mentre gli sventolo sotto il naso la canna del revolver. Così, giusto per togliermi uno sfizio.<br />
Sulla sinistra intravedo la zona artigianale vicino al ristorante – una delle tante zone artigianali trasformate dalla crisi in un luogo post-apocalittico. E dopo poco intravedo il cartello: <em>Dal Nane</em>. Il parcheggio si è svuotato. L’unica auto rimasta sta facendo manovra per inserirsi sulla statale. E’ una vecchia Ritmo rossa, e dal fumo dovrebbe essere un diesel. Rallento per farla passare e il guidatore alzando una mano per ringraziarmi fa scivolare la macchina nella carreggiata davanti a me.<br />
RO 3404.<br />
La targa è vecchia quanto l’auto. Quindi, con molta probabilità ha avuto un solo proprietario, e che con le stesse probabilità è lo stesso che è ora alla guida.<br />
Il quale sembra quasi sentire le mie elucubrazioni mentali e aggiustando il retrovisore con una mano mi guarda attraverso lo specchietto. E sorride.<br />
<strong>Paralisi Facciale.</strong><br />
Incredibile.<br />
Quel figlio di puttana sembrava quasi stesse lì ad aspettarmi.<br />
Gli sono dietro. Costante nell’andatura. Il limite è di 70 km orari, lui viaggia ai 65. Al centro della carreggiata. Fari accesi di giorno. Cintura allacciata e con entrambe le mani sul volante. Eretto e vigile che sembra un pulcino appena uscito da una lezione di Scuola Guida. Basterebbe anche solo una P di principiante sul tergilunotto posteriore per rendere il tutto meno grottesco. Ma non c’è.<br />
<strong>Un piccolo ingranaggio si sblocca azionando altri piccoli ingranaggi creando un frastuono infernale nella mia testa. Troppo diligente per i miei gusti. E troppo sorridente per non procurargli un po’ di strizza.</strong><br />
Mi giro e afferro il lampeggiante buttato sui sedili posteriori. Lo appoggio sul cruscotto. Armeggio un po’ con la spina e l&#8217;attacco dell&#8217;accendisigaro, e quando rialzo lo sguardo la Ritmo non c’è più.<br />
D’istinto butto l’occhio sul retrovisore e vedo una macchia rossa infilarsi al lato in una strada. Il figlio di puttana non ha segnalato prima di svoltare. E con un certo tempismo ha trovato anche il momento giusto per farlo. Un caso? Infilo la presa nella spina azionando il lampeggiante blu. Trovo uno sbocco in un’area di un supermarket, giro l’auto e mi rimetto nella carreggiata nel verso opposto.<br />
Camilla e la sua amica dovranno pazientare ancora un po’.<br />
Vedo la strada e la imbocco lasciando due strisce di gomma sull’asfalto. E’ un lungo rettilineo che passa in mezzo ad ettari ed ettari di terra suddivisa in lunghe strisce: fresate di fino, scure e lisce che sembrano enormi piste da bowling. Ogni tanto a interrompere la monotonia visiva si intravede un casolare in lontananza. Ma non incrocio anima viva. Neppure auto.<br />
La Ritmo sembra svanita nel nulla.<br />
Quel figlio di puttana pensa di avermela fatta, e allora infilo la mano in tasca e cerco il telefonino. Con il numero di targa in centrale sapranno dirmi in quale buco del culo vive il nanerottolo. E quando sto per comporre il numero passo accanto ad una stradina sterrata che porta ad un casolare. Sollevata nell’aria si intravede ancora un leggero pulviscolo di sabbia. Rimetto il telefonino in tasca e accosto l’auto salendo su  un terrapieno. Spengo il motore e voltandomi osservo.<br />
Rimango in silenzio a guardare per alcuni minuti.<br />
Ma non si vede nulla. Nessun tipo di movimento. Decido di scendere a dare un’occhiata comunque.<br />
E deve essere uno di quei meccanismi sgangherati che hanno ripreso a macinarmi in testa a dirmi di portarmelo dietro. Prima di uscire infilo la mano nel cassettino portaoggetti e prendo il revolver. Ed esco.<br />
La terra si rivela scura perché da poco concimata con lo sterco. Ettari e ettari senza fine di sterco. E come se, anziché pioggia fosse caduta merda dal cielo. L’odore è osceno. Decido comunque di tagliare per i campi per non essere visto. Infilo il revolver nella cintura dietro la schiena e parto.<br />
Ora dovrei essere già a casa dell’amica di Camilla a cercare di farla ragionare, a cercare di sistemare le cose. E sprofondando le scarpe fino alle caviglie nella merda mi chiedo se non stia in realtà aggiungendo l’ennesimo casino al casino generale. Forse dovrei tornare indietro, pulirmi le scarpe e trovare le parole giuste da usare con Camilla. Ma sento nella testa gli ingranaggi che viaggiano orami ben oliati e mi dicono di proseguire.<br />
Mi appoggio con la schiena su di una parete in ombra nel retro del casolare. Rimango in silenzio. Sento un suono sordo e regolare che viene da qualche parte non molto distante. Aspetto. Non vedo nessuno e nessuno sembra avermi visto. Acquattato percorro il perimetro dell’abitazione e dopo essermi assicurato che non ci sia nessuno esco guardingo nella corte sterrata.<br />
Accostato al casolare c’è un vecchio ricovero attrezzi in assi di legno con due ampi battenti. Nella parete centrale del caseggiato c’è solo una porta chiusa con un lucchetto e una finestra oscurata con dei fogli di giornale. Comunque per sicurezza mi acquatto, passo sotto la finestra e rialzandomi guardo attraverso le assi di legno del ricovero. Sacchi, pale, un piccolo trattore e bingo. La Ritmo rossa. Schiocco le labbra per la contentezza. Poi mi guardo ancora intorno, quel rumore asciutto continua nella sua ritmica e sembra venire proprio dietro la struttura di legno. Svolto l’angolo è do una sbirciatina facendo attenzione a non essere visto.<br />
<strong> E’ Paralisi Facciale che ci sta dando dentro con una scure e dei ceppi d’albero. Ha la faccia tutta livida e paonazza, da sotto il parrucchino scendono giù densi rivoli di sudore. Non sorride ma è lui.</strong><br />
Tick tack. I meccanismi girano e prima di fargli visita decido di dare un’occhiata al casolare.<br />
Il lucchetto sulla porta non è chiuso, ma solamente agganciato ai due anelli metallici. Paralisi Facciale deve esserci passato prima per prendere su qualcosa. Lo sfilo lentamente e delicatamente spingo la porta proiettando un fascio di luce all’interno. Infilo la testa ma è ancora troppo buio, apro di più e faccio un passo dentro. Il pavimento è in terra battuta, si sente odore di urina ed escrementi ma il mio naso si è abituato a ben altro nelle ultime ore. Su un angolo sono accatastati dei sacchi di tela, una tavola di legno con dei rimasugli di un pasto frugale, su l’angolo opposto c’è un pagliericcio schiacciato e smosso, dove sembra che c’abbia soggiornato da poco un animale. E solo ora la vedo.<br />
E’ attaccata con un collare ad una catena da muro lunga circa un paio di metri, china su di una ciotola sta divorando dei pezzi di pizza, il pomodoro e la mozzarella le colano dalla bocca e quando si accorge della mia presenza tira su la testa. Mentre ci guardiamo so che quegl’occhi mi accompagneranno per il resto della mia vita. L’elastico per i capelli. La felpa nera di Hello Kitty. Non mi serve riconoscere gli indumenti. Mi bastano gli occhi.<br />
<strong> Mara.</strong><br />
E non è dentro chissà a quale bunker sotterraneo. Neppure su di un’astronave aliena. O in una dimensione parallela. E lì, a pochi passi da tutto. Dal Ristorante. Dalla Caserma. Dalla 309.<br />
La bambina sembra spaventata dalla mia presenza, e con uno scatto ritorna raggomitolandosi nel suo giaciglio di pagliericcio. E nasconde il volto sotto la felpa.<br />
Gli ingranaggi nella mia testa si arrestano di botto. In pochi secondi la ruggine li corrode, li divora e si polverizzano al contatto con ciò che sta strisciando velenoso da una parte buia della mia testa. Faccio alcuni passi indietro, sento il suo respiro, il suo odore. Non posso permettermi di pensare oltre. Cosa abbia visto e cosa abbia passato negli ultimi giorni quella bambina è una cosa a cui avrò tempo di pensare per il resto della vita. Ora non ho tempo. Non posso permettermi di sbagliare.<br />
Esco e richiudo la porta. Serro il lucchetto facendolo scattare. Per quanto assurdo possa sembrare quello è l’unico posto al sicuro dove possa stare in questo momento. E comunque so dove trovare le chiavi del lucchetto. Afferro il revolver dalla cinta e faccio scattare il cane.<br />
Paralisi Facciale non mi sente arrivare, e solo dopo avergli intimato di alzare le mani si volta. Mi guarda un po’ spaesato, il volto livido dallo sforzo. E mi sorride. Gli intimo di appoggiare la scure a terra se non vuole un foro sulla fronte, lui senza pensarci più di tanto me la scaglia contro. Non faccio in tempo a scansarmi che questa mi si infilza poco più in alto del gomito, sul braccio destro, il revolver cade a terra e un colpo parte perdendosi nei campi. Mi piego su di un ginocchio, il dolore è lancinante. Afferro la scure per il manico, ma desisto subito dal toglierla, rischierei di dissanguarmi più velocemente. Per ora anche questa è meglio che rimanga lì dov’è.<br />
Afferro da terra il revolver con la mano sinistra trattenendo un urlo disperato di dolore e mi rialzo. Vedo il piccolo culo pingue del nanerottolo inoltrarsi nei campi. E allora corro. Corro anch’io con la lama che ad ogni sussulto mi lascia senza fiato. Ma corro. Il sole si è affievolito e una leggera bruma sale dalla terra intrisa di sterco da far sembrare d’esser entrati nella marcescente, latrinosa profondità dell’inferno.<br />
Il fiato si accorcia sempre di più. Troppi anni fuori dal giro. Troppo ufficio. Troppe pizze. Il nanerottolo saltella via come una lepre in fuga da un bracconiere. Perdo terreno. Pesto un grumo di capelli. La lepre deve avere perso il parrucchino per la strada.<br />
<strong>Ma ancora un po’ e sarò io a perdere lui. Per sempre.</strong><br />
Mi fermo, affondo i piedi nello sterco. Prendo la mira tirando su il braccio sinistro e sparo. Il colpo sparisce nei campi appresso all’eco. E senza far danni. E la lepre continua a saltellare via. Ma è ancora sotto tiro. Guardo la scure infilzata nel braccio. Fanculo. Infilo il revolver nella cinta e facendomi forza strappo via dalla carne la lama. Un fiotto di sangue fuoriesce inondando la camicia. Respingo il dolore con un grugnito e getto via la scure. Afferro il revolver con entrambe le mani e cercando di dominare il dolore prendo la mira con la punta della canna che mi trema sotto gli occhi. Trattengo il respiro, non penso a nulla. E sparo.<br />
E la fortuna mi assiste. Vedo il nanerottolo alzare le braccia verso il cielo e accasciarsi a terra seguito da un urlo smorzato.<br />
Lo raggiungo. Lui si dimena a terra. Ruzzola nella merda. Con le mani fa pressione sul polpaccio della gamba destra senza emettere suoni. <strong>Ruzzola come farebbe una qualsiasi bestia nella sua stessa situazione.</strong><br />
Vorrei dirgli tante cose, ma non ho fiato per farlo. Gli punto la canna della pistola dritto negli occhi e lui si calma. Mi guarda. E mi sorride.<br />
<em>Bravo mi hai preso</em>, dice con una voce che non esprime nulla, <em>ora chiama in centrale che ho bisogno di cure</em>. Lui il fiato ce l’ha.<br />
Cerco il cellulare nelle tasche ma non lo trovo, deve essermi scivolato fuori correndo. Mi guardo indietro.<br />
Lo informo che devo tornare in dietro a cercare il telefonino, ma non ho le manette per bloccarlo qui. E non ho nessuna intenzione di trascinarti via con me con questo braccio malandato. Come facciamo? Riesco a dire il tutto con abbastanza disinvoltura.<br />
Lui sorride.<br />
<em>Ah, che stupido… ho trovato</em>, dico. Appoggio la canna del revolver sulla sua gamba sinistra e premo il grilletto. <strong>Bang</strong>.<br />
Ecco, così sono più tranquillo.<br />
Torno sui miei passi. Lui intanto urla e si dimena. Ma in mezzo a tutta quella distesa di merda è un’impresa impossibile trovare il cellulare. E intanto che cerco, penso ai genitori della piccola Mara. Ai giornalisti che pacatamente dicono che hanno il diritto di sapere. Che tutti noi abbiamo il diritto di sapere. E che finita tutta questa sudicia storia comunque dovrò precipitarmi da Camilla. Per farmi perdonare, per parlare. Ed è allora che lo sento.<br />
E’ un suono simile ad un ghigno. Ad una risata. Mi giro di scatto. Ma lui è lì, che mi guarda serio. Inespressivo. Non urla, non si dimena più.<br />
Torno indietro. La testa è liscia e tonda, allora lo afferro con forza per un orecchio. Gli incisivi si spezzano sotto la pressione della canna del revolver, un rivolo di sangue scende giù fino al mento. Paralisi Facciale mi guarda con gli occhi sbarrati. E quello che vi leggo dentro mi piace. <strong>Faccio click e mi godo lo spettacolo.</strong></p>
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