La prospettiva estetica

«Nicolas Poussin, Lamento di Venere su Adone. Adone si abbandona al sonno della morte come un attore che lascia la scena, mentre la dea ne segue il decorso con dignità e compostezza. La natura è sublime, immersa nel tepore del tramonto. Fino all’ultimo respiro esalato dall’eroe, il senso si conserva. Osservate questo volto. Il suo pallore emana una scintilla crepuscolare, poco prima di spegnersi. Vita e morte non sono altro che espressioni estetiche. È tutto. A domani».
Sgattaiolò dall’aula. Uno straccio. Le tempie pulsavano come onde elettromagnetiche. La bocca impastata, la schiena una scarica di brividi freddi. Fuori, brandelli di sole sbucavano dalla matassa di nuvole nere. Una fitta coltre di umidità ricopriva la stessa Udine di sempre. Raggiunse l’auto e si buttò dentro a peso morto. Il cellulare gli bruciava tra le mani.

«Mandi».
«Mandi».
«Male?»
«Malissimo».
«Da me alle otto».
«Ti voglio bene».
«Maman».

Dante faceva l’erborista, ma aveva una storia di lunga data con l’acido lisergico. Negli anni Settanta contribuì a divulgare la psichedelia nella bassa friulana. I mal di testa del professore li curava lui, con il nettare del retrobottega, il suo metodo naturale. Quando il prof andava a trovarlo, tirava fuori il meglio dalla teca delle meraviglie. Spesso consumavano insieme, fino a tarda notte, e si prendevano la “febbre del pellegrino”. Sotto l’effetto delle sostanze, la realtà era un globo compatto e indistinto, il regno di ciò che appare per come è, la traccia lasciata dal pennello sulla tela.

Seduto a gambe penzoloni sul tavolo della cucina, il prof sgranocchiava una barbabietola al buio. Aveva appena assunto la sua prima dose serale di emozioni. Sulla superficie della teiera di metallo c’era un riflesso opaco, il profilo di sua madre a braccia conserte che diceva puar frut, povero bambino. La teiera aveva la guance rosse e grinzose della mamma. Ebbe un sussulto, ruttò. Poi iniziò a elencare a memoria nomi di artisti con la E. Ensor, El Greco, Elmes. Elacroix. No, Elacroix no. Ripeté la lista come una filastrocca finché alla fine si accasciò e fu buio, buio pesto.

Nudo sul letto prese a sfogliare Lo strabismo di Ivano, ma contò le lettere invece di leggerle. Scattò giù e sentì che i suoi arti rispondevano puntuali. Si lavò, si vestì e uscì di casa diretto al parco del Cormor, un luogo che la notte regala pace, silenzio e sospensione. La cornice perfetta per ripassare la lezione e godersi i nuovi effetti dell’acido ancora in circolo. Fuori era un deserto. Ronzava la luce ocra dei lampioni ed il camion della nettezza urbana mandava il suo pigro cigolio di ferraglia. Saltò in macchina e guidò senza accorgersene fino al parco, dove l’aroma pungente dei pini gli regalò lo stordimento. Macerie di pensieri vagavano in cerca della strada maestra.

Un bagliore lontano andava e veniva ad intermittenza. Se ne era accorto, il prof, e aveva allungato il passo. Pensava a La morte di Seneca mentre l’erba danzava al passaggio del vento.
«Seneca abbandona il regno degli uomini, il suo è il congedo di un santo. Osservate come accompagna un corpo placido, le membra distese, al rassegnato oblio. È sereno. Fa pace col mondo».

Il lampo di luce divampò più forte, saettò da un punto ad un altro. Come riemerso dall’apnea, si lanciò su quella scia. Percorse in lungo e in largo il parco, sopportando il peso delle visioni: le guance della madre; la campanella che suona; la forma della barbabietola; il mercato del pesce di piazza san Giacomo; un libro mai pubblicato; una moglie in fuga. Gettò le braccia in aria e tentò di abbracciarsi, la luce si faceva più vicina, rivelando due figure. Si inginocchiò e stette in silenzio, adorante.

Dalla sua prospettiva vide una donna. Era giovane, di media statura, la bocca spalancata in una smorfia di terrore. Correva verso di lui, un’ombra la inseguiva. Man mano che la donna si avvicinava, il professore scopriva nuovi dettagli: una camicetta strappata che mostrava i seni nudi coperti di sangue. Sangue sulla faccia, intorno al naso, e sui denti, e lungo il collo. Un occhio gonfio e viola come una melanzana. L’altra ombra era quella di un uomo che stava guadagnando terreno. Stringeva una pistola dalla parte del calcio. Barba incolta, sorriso sprezzante, avrà avuto sì e no vent’anni. Quando fu raggiunta, a pochi passi dal nascondiglio del prof, la donna prese a strillare come un maiale e a divincolarsi, mentre l’altro la prendeva per i capelli e la scaraventava a terra con un pugno.

«Ora ti strapperò gli occhi».
Un urlo stridulo da cinghiale.
«Sono così belli che mi appartengono».
La donna graffiò e si dimenò.
«Brillano come zaffiri sotto le mie dita».
L’uomo affondò le dita nella sua faccia.

Il parco del Cormor si estende per una lunghezza di quasi trenta ettari nell’immediata periferia di Udine. È frequentato tutti i giorni dagli amanti del verde. Lo si percorre attraversando o costeggiando a piedi il grande prato centrale. L’acqua della fontana è potabile. Con la bella stagione iniziano i festival.

Quella notte una donna moriva dissanguata mentre un ragazzo abusava del suo corpo. Da dietro un cespuglio il prof guardava e bisbigliava.

«Osservate, ragazzi, gli accostamenti di colori. Niente è messo lì a caso. Osservate. Ora il pittore mescola il rosa con il rosso. È un rosso acceso, duro, scarlatto, il rosso del sangue. Con quel rosso disegnerà il cielo che si apre al tramonto. Il rosa servirà a dare forma all’esile figura di Venere che piange Adone morente».

Il killer sigillò in una busta di plastica gli occhi della donna, rimise in tasca la pistola e si alzò. Sudava, era provato dalla fatica. Stette un po’ a guardare il corpo buttato a terra come un sacco di patate. Dai fori oculari secchi non usciva più liquido.

In quel momento si accorse di essere spiato. Si mosse lentamente verso il cespuglio.
«Bisogna vedere le cose dal loro lato estetico, perché se noi le vediamo dal lato estetico esse avranno sempre un aspetto familiare».
Seguì la voce.
«Il mio amico Dante non crede nel male. È stato lui ad illuminarmi. Un giorno lo inviterò in classe».
Ora distava solo qualche passo.
«Che cos’è il male di fronte alle passioni?».
Estrasse la pistola e la puntò verso quella voce.
«E di fronte alla bellezza?».

Lo sparo generò una lunga eco che si propagò nell’aria, rimbalzò su pini e aiuole, svegliò i grilli. Infine dileguò, sotto il suono del vento, nel fruscio del cespuglio.



La follia dell’altrove

Udine. Lorenzo Dorbolò, un giovane professore, parte improvvisamente per Parigi, di nascosto dalla sua compagna, Carla, portando con sé una misteriosa lettera indirizzata a lei. Carla chiede aiuto a Toni, grande amico di Lorenzo, per tentare di rintracciarlo. Toni, segretamente innamorato di Carla da sempre, accetta e lascia l’anziana madre con cui vive. Insieme a Carla, parte per Parigi, alla disperata ricerca del professore. Ma Lorenzo sembra sparito nel nulla. Da Parigi, però, Toni riesce a chiamarlo al cellulare, e scopre che Lorenzo si trova a Praga.

Nel frattempo, a Udine, un uomo conosciuto come “il Dottore”, corrotto funzionario della Digos, ha inviato un sicario sulle tracce di Carla e Lorenzo. C’è un terribile e inconfessabile segreto che lega il Dottore, Toni, Lorenzo e il loro amico Gianluca, un segreto che mette in pericolo le loro vite e quella di Carla.

Il viaggio di Carla e Toni non si conclude a Praga: andranno anche in Islanda, per cercare il padre della donna, ad Atene e a Creta, in un viaggio ricco di avventure e di pericoli.

L’originalità e l’ottima scrittura sono sicuramente i punti di forza di “La follia dell’altrove”, di David Ballaminut e Ivan Zampar, delle edizioni Voras, noir atipico che avvince fin dalle prime pagine, con personaggi credibili e affascinanti. Impossibile non appassionarsi alla singolare storia d’amore che Toni sogna da anni di avere con Carla e al loro viaggio. I due sono una stranissima coppia, forzatamente insieme per cercare Lorenzo, e diversissimi per carattere e personalità. Carla è una donna forte e indipendente, mentre Toni, che vive con la madre, da sempre innamorato solo di Carla, non ha mai avuto una donna in tutta la sua vita, una vita grigissima e senza alcuna emozione.

Ottime anche le ambientazioni: oltre a Udine, città che gli autori friulani conoscono molto bene, anche gli altri luoghi dove si svolge il romanzo sono descritti in maniera impeccabile, in particolare Atene e Creta.

“La follia dell’altrove”, esordio narrativo dei due giovani autori, è un romanzo molto intrigante, che conferma ancora una volta le scelte di qualità della Voras, giovane casa editrice di Ravenna.

Un noir da non perdere.




L’ombra del falco

9788831799591gGran colpo messo a segno dalla Marsilio questo romanzo d’esordio di Pierluigi Porazzi: un giallo ordito ottimamente, un noir dai molteplici riferimenti sociali e un pulp di quelli che fanno arrossire anche le barbabietole più navigate.

Lo sfondo è un annebbiato Friuli apparentemente “tranquillo e operoso”, una parte del nordest che ha perso i colori vividi di una volta, che si è ingrigita.
Invece il killer che ci presenta Pierluigi imbratta di un bel rosso acceso tante pagine di questo libro, rendendosi protagonista degli omicidi di giovani fanciulle i cui corpi vengono ritrovati svuotati degli organi, orrendamente mutilati e artisticamente posizionati. E sono tanti, più di quanto si pensi in un primo momento.

Non possiamo attribuire la stessa operosità ai vertici della questura di Udine: raccomandati e nullafacenti, orientati solo alla soddisfazione delle esigenze e dei desideri dei propri superiori, tutti ai comandi dell’infido Presidente della Regione Aristide Gonano, l’uomo che al proprio soldo ha non solo le forze dell’ordine ma anche magistrati e giornalisti della superficiale stampa di provincia.

Ma ci sono agenti che non battono la fiacca e qualche magistrato ancora dedito all’incondizionato perseguimento della verità. Non hanno vita facile: per qualche strano e inquietante motivo le direttive dall’alto intralciano quando non ostacolano le loro ricerche.

Alex Nero, un ex agente che verrà chiamato in causa dall’assassino stesso attraverso messaggi a lui indirizzati è uno dei pochi ad intuire quale grande intrigo si cela dietro i delitti. Ad aiutarlo l’agente Cristiano Barone e il magistrato Erri Martello, sensibile e poetica figura che, dopo trentacinque anni di noiosa attività, si ritrova un caso così caldo da gestire. Ad affiancare Martello nelle investigazioni in modo del tutto desueto è Sergej Mikhailichenko, alias il Profeta, per tutti un barbone molto eccentrico, in realtà un ex agente del KGB intenzionato a vendicare una delle vittime.

A movimentare ulteriormente il plot ci sono una serie di importanti comprimari ma non si fatica affatto ad avere un quadro ben chiaro, le scene sono ricche d’azione e di trovate originali che mantengono alto l’interesse. Niente è dato per scontato, alcune delle figure che investigano risultano essere indagate a loro volta e i motivi non sono dettati solo dai numerosi tentativi di sviare le indagini ma anche da eventi macabri del passato che risultano oggettivamente indiziari.

Come accennato all’inizio, l’autore sbeffeggia e critica anche quelle che sono alcune delle tare più disturbanti e sgradevoli degli italiani e non solo: l’urgenza di apparire a tutti i costi, di annunciarsi amico della vittima di turno pur di ottenere un momento di catodica notorietà; la curiosità malata di intere famiglie che si recano sui luoghi del delitto come se fossero diretti ad una piacevole gita; la cinica indifferenza di fronte ad episodi di grande sofferenza e il lassismo dilagante di alcuni attori importanti delle istituzioni.

E l’ombra del falco del titolo chi la proietta? È appena visibile, è un’ombra piccolissima e sfocata ma solo perché il rapace vola alto, come vola alto sul panorama del noir nostrano, quest’oggetto narrativo che non deluderà chi ama gli intrecci ricchi di colpi di scena e stravolgimenti. Staccarsi dal romanzo non sarà facile, resterete intrappolati nella sua architettura.




Intervista a Massimo Carlotto

Massimo Carlotto, padovano, è tornato in libreria in questi giorni con “L’amore del bandito”.

Dopo libri bellissimi e disperati come “Nessuna cortesia all’uscita” e “Il maestro di nodi” ritroviamo Marco Buratti, l’Alligatore, detective privato senza licenza che si muove in un Nord Est che puzza decisamente di marcio.

Carlotto, che con le sue storie e i suoi personaggi indimenticabili è diventato uno degli scrittori di noir più letti ed amati d’Europa, è senza dubbio uno dei padrini spirituali del movimento Sugarpulp: non potevamo quindi non approfittare del suo nuovo libro per fare quattro chiacchiere con lui.

Massimo, il ritorno dell’Alligatore è coinciso con il tuo ritorno a Padova: ne “L’amore del bandito” però Marco Buratti, dopo due anni di lontananza da Padova, sembra quasi non riconoscere più la sua città: è la stessa sensazione che hai provato tu in questo ultimo periodo?

Ho voluto soprattutto evidenziare il senso di disorientamento che colpisce molta gente nel Nordest, dovuto alla difficoltà di riconoscersi in un territorio sempre più investito da fenomeni di crisi sociale ed economica che rendono difficoltosa, complicata e triste l’esistenza. La marginalità di Buratti è un punto di vista privilegiato per raccontare questa realtà che non coincide più di tanto con il mio ritorno a Padova, città che di fatto non ho mai abbandonato.

Il Veneto che racconti è un “mercato fiorente” per malavitosi di ogni tipo e per imprenditori senza scrupoli: possibile che questa regione ormai sia soltanto un mercato? Per non parlare del lato politico della faccenda: il Veneto dagli anni ’60 in poi è stato un eccezionale laboratorio politico, in cui sono nati movimenti importanti nella storia italiana, soprattutto in chiave extraparlamentare: possibile che ora l’unica proposta politica di questa regiona sia quella della Lega?

La Lega è sintomo del disagio profondo di un territorio che non ha saputo valorizzarsi ma si è imbarbarito rinunciando anche alla propria storia migliore. La realtà è spietata. Essere un crocevia geografico ci ha trasformato in terra di conquista e in un laboratorio dove economia legale e illegale si sono felicemente incontrate arrivando a diventare un vero e proprio modello di sviluppo. Altri valori meno nobili come denaro, potere e successo hanno sostituito quelli dell’utopia e della sperimentazione politica.

I tuoi personaggi in più di un’occasione esprimono giudizi molto duri sul Nord Est, soprattutto Marco Buratti che si lancia in uno sfogo profondo e sincero, uno sfogo che secondo me toccherà nel profondo i tuoi lettori (soprattutto chi vive in Veneto in particolare e a Nord Est in generale)

Sfogo che è oggetto di dibattito in ogni presentazione, anche fuori dal Veneto. I lettori si interrogano sulle contraddizioni di una regione così ricca da risentire meno delle altre della crisi economica eppure tristemente nota per fenomeni di xenofobia e grettezza figlie di una cultura minore e recente. D’altronde compito del noir è raccontare la realtà che circonda la storia criminale che svolge il ruolo di cuore pulsante del romanzo.

Quando vedremo Marco Buratti al cinema, o in tv? Sarebbe un personaggio perfetto… o forse è troppo scomodo?

Ci hanno provato in tanti e ora ci stanno riprovando. Il limite “televisivo” del personaggio è il suo non essere rassicurante, condizione essenziale per essere gradito alle reti e soprattutto agli sponsor. Insomma è troppo scomodo. Però non abbandono la speranza. Mi piacerebbe vedere l’Alligatore in tv.

Nei tuoi libri veniamo a contatto con il lato deviato del multiculturalismo: mafie etniche che campano sulla pelle dei disperati, che stringono accordi con tanti insospettabili e che sono profondamente radicate nel territorio. È ancora troppo presto per raccontare storie di immigrazione “normale”?
Il Veneto è la regione con il maggior numero di immigrati d’Italia, la maggior parte dei quali ormai è decisamente integrata (moltissimi parlano in dialetto!): perché è così difficile per loro trovare visibilità?

L’immigrazione radicata e legale non è culturalmente riconosciuta. Lo sarà solo quando non sarà un problema la libertà religiosa e una moschea non sarà più oggetto di polemiche. Quando le culture immigrate rimangono a lato della società, prive del diritto di cittadinanza sono di fatto clandestine. In Francia, in Germania e in altri paesi europei non è così. Quando voglio rilassarmi a Parigi vado a bere un the al bar del centro culturale islamico e il rispetto è reciproco, innato e profondo. Io sento il bisogno di conoscere “l’altro” che è venuto a vivere nel mio territorio, di scambiare messaggi ed esperienze culturali. In Veneto questo oggi è impensabile. In Sardegna invece il clima è sereno e la convivenza è un progetto “possibile”.

Quello che mi ha sempre colpito in molti tuoi libri, e ancor più in questo, è il ritratto impietoso che fai delle persone così dette normali: tutte marce. Nel tuo ultimo romanzo però ci sono dei segnali positivi: i gruppi civici che vogliono cambiare le cose dal basso, un avvocato che si rifiuta di andare oltre… insomma, ci sono speranze anche per “questo” Veneto?

Sì. il marcio c’è ed emerge tristemente dalle cronache ma la parte sana e maggioritaria della società può imporre altre culture e altri modelli di sviluppo. Credo che oggi sia prioritario salvaguardare il territorio, questa terra bellissima non merita altri scempi e può offrire un futuro migliore. Per tutti. I primi segnali di ripresa e di riscossa morale sono evidenti. Fiducia e speranza devono far parte del nostro agire. In attesa di tempi migliori.